«Cominciare una rivoluzione è facile, è il portarla avanti che è molto difficile». Così parlava Nelson Mandela, con una frase che potrebbe riassumere la notte vissuta ieri dai Colchoneros. A dire il vero Simeone lo sapeva bene: se ricordate fino a un paio di anni fa era chiaro e risoluto. A chi avanzasse dubbi sul gioco dell’Atletico rispondeva sempre allo stesso modo: “Noi sappiamo giocare solo così”. Nel frattempo i detrattori del cholismo stavano lì, appollaiati come gufi, affacciandosi ogni tanto sulla scena per dire quanto l’Atletico di Madrid facesse schifo (testuali parole). Erano sicuri che prima o poi sarebbe finita, aspettavano solo che i ritmi forsennati imposti dal comandante svuotassero i soldati di tutte le loro energie vitali.

 

Il mercato e le novità tattiche dell’Atletico negli ultimi due anni vanno infatti letti in questa ottica e in questa direzione: tanto con i nuovi e costosi innesti, quanto con i cambi di modulo sperimentati da Simeone soprattutto nell’ultima stagione, si provava a rigenerare un gruppo esausto. La strada era obbligata, ma i risultati sono comunque arrivati: dopo il 2014, anno I della rivoluzione – con la Liga alzata al cielo e la finale di Champions persa (anzi pareggiata) solo al 94′ – i Colchoneros sono stati capaci di tenere altissima l’asticella sia in patria che fuori, riorganizzandosi e riuscendo nuovamente a raggiungere due anni dopo la partita decisiva nella competizione più importante d’Europa. Quella seconda sconfitta, ancora contro gli odiati cugini in bianco (la terza eliminazione in tre anni contro il Real, nel 2015 l’incrocio mortale era avvenuto ai quarti), ha incrinato definitivamente il sogno del cholismo duro e puro.

MILAN, ITALY - MAY 28: Players of Atletico Madrid show their dejection during the UEFA Champions League Final match between Real Madrid and Club Atletico de Madrid at Stadio Giuseppe Meazza on May 28, 2016 in Milan, Italy. (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

La delusione dei giocatori dell’Atletico dopo la seconda finale persa contro il Real (Milano, 2016)

Da lì per l’Atletico di Madrid è stata crisi di identità. Il gruppo di soldati era stato spremuto oltre il limite, e il massimo traguardo non era arrivato; la squadra era mentalmente e fisicamente esausta, e non avrebbe mai potuto affrontare un’altra stagione con lo stesso gioco di sudore e sacrificio elevati all’ennesima potenza. Ecco che allora nell’ultimo anno il Cholo ha leggermente sciolto le maglie della difesa preferendo un gioco più offensivo, nel tentativo di correre meno e di attenuare un livello di concentrazione troppo alto, alla lunga logorante. Come Nadal a “fine carriera” – dopo una vita di corse e rincorse – ha dovuto modificare la sua tattica in senso più propositivo per correre meno, così ha cercato di fare Simeone con la sua creatura. Peccato che l’Atletico sapesse veramente giocare solo in quel modo.

“La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”

(Mao Zedong)

Così l’Atleti si era preso il centro della scena, con la violenza tipica di tutte le rivoluzioni che si rispettino: i giocatori erano degli esaltati, infervorati, in preda alla rabbia e alla voglia di rivalsa. Era la rivoluzione del popolo affamato contro l’élite, del sangue contro l’oro. In Spagna ormai comandavano solo ed esclusivamente loro, Real Madrid e Barcellona, e quando regna la tirannia la rivoluzione diventa un diritto. Anche il momento in cui i Colchoneros presero il potere fu il degno compimento di una lunga marcia durata trentotto partite: in alto, nelle tribune, l’imponenza del Camp Nou vestito a festa nell’ultima giornata di campionato; in basso, nel tunnel degli spogliatoi, la carica e le urla di un gruppo di militanti arrivati alle porte delle stanze del potere.

 

All’Atletico bastava un punto per laurearsi campione di Spagna, ma la partita si stava evolvendo in modo sempre più surreale: al tredicesimo minuto il faro emotivo, il miglior realizzatore e uomo decisivo dell’Atletico, Diego Costa, si ferma per una contrattura muscolare uscendo dal campo in lacrime; la stessa sorte tocca poco dopo al secondo uomo più importante dei rojiblancos, il numero 10 Arda Turan. Passano quindi dieci minuti, e alla mezz’ora del primo tempo Alexis Sanchez si inventa per i catalani un gol impossibile: 1-0 per il Barcellona. L’Atletico è stanco, in balìa degli eventi, incapace di sviluppare azioni pericolose senza i due giocatori di maggior talento offensivo. All’intervallo, in un Camp Nou inespugnabile, più nessuno sarebbe disposto a scommettere un euro sugli uomini di Simeone: sembra tutto perduto.

 

Quella però era una squadra di rivoluzionari, che nella difficoltà estrema tirava fuori l’ultima goccia rimasta chissà dove di energia. Aggiungiamoci la fortuna e i calci d’angolo che aiutavano gli audaci, e avremo il quadro completo. El Flaco Godìn pareggia i conti da corner, e da quel momento in poi i Colchoneros alzano le barricate al limite della propria area, difendendosi strenuamente: o vittoria o morte. Tra mille sofferenze la partita finisce, 1-1: Simeone e i suoi ragazzi sono campioni di Spagna, e ricevono addirittura la standing ovation di buona parte del Camp Nou.

L’epica trasportata in un rettangolo verde

 

Da allora i Colchoneros si sedettero ufficialmente al tavolo delle grandi, in attesa della finale di Champions League da disputare contro il Real. L’eterno ritorno dell’incubo Real in Europa parte dal 94 minuto di quel maledetto 24 Maggio, e arriva fino alla notte scorsa. Sembra quasi un paradosso: saranno proprio gli odiati cugini, gli aristocratici vestiti in bianco neanche fossero sul verde prato di Wimbledon – abituati a non sporcarsi le mani e a veder rispettate le gerarchie senza troppo impegno – a far crollare le difese del cholismo. La seconda finale di Milano 2016 segna la fine dello scontro frontale tra due weltanschauung, due visioni del mondo. Avevano vinto le èlite, e il popolo aveva sparato tutte le sue cartucce; si imponeva, di necessità, una riorganizzazione.

“La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza” (Albert Camus)

I Colchoneros non erano mai stati belli, ma adesso il Cholo aveva bisogno della bellezza: aveva bisogno della velocità, della tecnica, della leggerezza, dell’attacco, degli uno contro uno, del dribbling, aveva bisogno di Griezmann e di Carrasco. Doveva allentare un po’ la corda, lo sapeva bene, ma la sua era una battaglia disperata. Ieri notte si è consumato un epilogo scritto. L’Atletico Madrid ha provato a giocare a pallone, ed era quindi già condannato in partenza. Dominata in lungo e in largo, la squadra di Simeone non era più la stessa e non era più se stessa: lasciava troppi spazi, mancava di concentrazione negli appoggi e nelle coperture, era carente in reattività e motivazioni.

 

Le gerarchie allora non poteva che ristabilirle l’uomo bionico, il transumanesimo applicato al calcio: CR7. Anche il nome sembra quello di un robot costruito in un laboratorio, un freddo algoritmo di perfezione uscito da un computer di ultimo modello: e solo in un mondo distopico, governato dai calcoli senza pensiero o sentimento, possiamo accettare che Cristiano Ronaldo e Messi avranno presto lo stesso numero di Palloni d’oro. Quando gli avversari calano di concentrazione CR7 detta legge, e nel IV capitolo europeo della saga del sangue (ormai sbiadito) contro l’oro non poteva andare diversamente.

MADRID, SPAIN - MAY 02: Cristiano Ronaldo of Real Madrid (C) scores their third goal past goalkeeper Jan Oblak of Atletico Madrid during the UEFA Champions League semi final first leg match between Real Madrid CF and Club Atletico de Madrid at Estadio Santiago Bernabeu on May 2, 2017 in Madrid, Spain. (Photo by Lars Baron/Getty Images)

Il terzo gol del cyborg CR7 a chiudere il discorso qualificazione

Proprio come per il Dio nietzscheano, morto di compassione per essersi troppo affezionato agli uomini, il rischio per ogni vero rivoluzionario è lo stesso: subordinare la causa agli affetti, all’ambiente, alle abitudini e alle comodità.

“Il rivoluzionario è un uomo condannato in partenza. Non ha interessi personali, né affari, né sentimenti, né affetti, né proprietà, neppure un nome. Tutto in lui è assorbito da un solo interesse, un solo pensiero, una sola passione: la rivoluzione” (Michail Bakunin e Sergej Nečaev)

Il Cholo è corteggiato da mezza europa per tornare a fare il comandante in capo – in Italia lo sappiamo bene –  ma sembra che l’anno prossimo voglia continuare a Madrid per inaugurare il nuovo stadio, il Wanda Metropolitano (nome ben poco guerrigliero, in omaggio a un colosso immobiliare).

 

Il problema è che per i rivoluzionari è tutto nero o bianco, inferno o paradiso: immaginatevi un Simeone che non vive di estremi, un Simeone ancor peggio riformista. Non è immaginabile, e questo fa pensare che l’anno prossimo il Cholo andrà ancora una volta all in motivando l’esercito rossobianco per l’ultimo sforzo, la battaglia finale e decisiva, nel tentativo di esportare la rivoluzione anche sul tetto d’Europa. E mentre l’establishment vestito di bianco conquista trofei su trofei, i dannati serrano nuovamente i ranghi, pronti all’ultima campagna insieme al loro comandante. Diceva Cioran che la sorte di chi si è ribellato troppo è di non aver più energie, se non per la delusione. Fortunatamente i Colchoneros non sono ribelli, sono rivoluzionari. E già stanno preparando l’atto V della guerra totale.