Altri Sport
26 Giugno 2021

Juan Martìn Del Potro, eroe del popolo

Un gigante dal cuore d'oro che lotta per non arrendersi.

Non esiste tennista che, almeno una volta nella propria carriera, non abbia sentito riecheggiare una determinata frase: la forza di un giocatore non si vede nei momenti positivi bensì in quelli negativi; situazioni in cui, come direbbe il poeta americano Frost, si fa fatica ad intravedere la luce in fondo al tunnel. Juan Martìn Del Potro, di fasi del genere, ne ha vissute tante, troppe. La sua carriera è stata forse la più grande ingiustizia tennistica degli ultimi decenni, perennemente in bilico tra sale operatorie e ritorni, in quella che sembra più la trama di un film di Woody Allen che altro. Anche perché Delpo forse era l’unico, come carattere e come talento, che in questi anni avrebbe potuto giocarsela con i mostri sacri (Federer, Nadal, Djokovic, per breve tempo Murray), dominatori incontrastati del nuovo millennio.

«Ho perso il rispetto, la paura che avevo per Roger. Lo ammiro molto ma dopo il terzo set ho pensato: ‘Siamo uguali’. Stiamo combattendo per lo stesso trofeo. Stavo giocando un set davvero bello, era forse la mia unica possibilità di vincere quel titolo».

Juan Martìn Del Potro dopo la finale degli US Open del 2009

Eppure il suo viaggio nel tennis dei grandi non poteva cominciare meglio. In una calda serata di settembre del 2009 infatti, appena ventenne, l’argentino batte nella finale di New York un certo Roger Federer, impedendogli di sollevare al cielo il sesto US Open consecutivo. Delpo, su un Arthur Ashe Stadium rovente, trionfa dopo una straordinaria maratona di cinque set (3-6, 7-6, 4-6, 7-6, 6-2), in una partita che mette in mostra non solo le sue abilità tennistiche ma anche la sua anima – sarà questo, purtroppo, il suo unico successo in un torneo dello Slam. Il pubblico malgrado perda Roger, sempre un dramma sportivo, non avverte la lesa maestà; al contrario è in visibilio per questo ragazzone di quasi due metri di Tandil, apparentemente timido ed innocuo, ma che colpisce la pallina con una violenza vista raramente su un campo da tennis.

Un riassunto di quella leggendaria finale

Roger Federer e gli Stati Uniti nel destino


L’argentino dovrà poi attendere ben nove anni per vincere il suo secondo titolo più prestigioso. Dall’altra parte della rete ancora Roger Federer ma stavolta la cornice, anche se sempre negli Stati Uniti, è leggermente diversa. Ci troviamo ad Indian Wells, uno dei Masters 1000 più importanti del circuito: un torneo che tra palme e deserto è un vero e proprio richiamo alla stagione estiva, con un clima torrido e secco al quale Delpo sembra adattarsi alla perfezione. Il gigante di Tandil, sostenuto a gran voce dalla foltissima comunità argentina accorsa sul campo centrale, fa suo il match per 6-4, 6-7, 7-6 dopo aver annullato tre match point; anche qui un’altra finale epica, una delle migliori in un Master 1000 negli ultimi anni. L’abbraccio con il proprio angolo, al termine dell’incontro, è commovente e denso di significati: soltanto due anni prima, infatti, il campione albiceleste rientrava nel tour dopo la terza operazione al polso sinistro.

«Un’atmosfera incredibile su questo campo, mi avete dato tanto amore per far sì che non mollassi dopo i miei tanti infortuni».

Juan Martìn Del Potro al termine della finale di Indian Wells del 2018

Roger Federer sarà sempre un modello da imitare per “Palito”, una fonte d’ispirazione ma anche un amico al quale strappare una promessa: quella di salutare ed incontrare i suoi genitori durante un torneo dello Slam, loro che non hanno mai visto giocare dal vivo il figlio se non in occasione degli incontri di Coppa Davis della Selecciòn argentina – «non smetto di giocare a tennis anche perché i miei genitori devono ancora incontrare Federer», ha dichiarato. Del Potro d’altronde lo ricorda: se non ha mai preso in considerazione l’idea del ritiro, anche nei momenti più bui, lo deve soprattutto a loro due. Non è un caso che quando parla della sua famiglia gli occhi non possano fare a meno di luccicare, forse ripensando anche a tutti gli sforzi economici sostenuti per consentirgli di inseguire il suo sogno.


Da loro, un veterinario lui, un’insegnante di lettere e lingue lei, il campione argentino ha appreso la cultura del lavoro, quella autentica. Ci sono stati momenti infatti, soprattutto dopo i primi grandi successi, nei quali avrebbero potuto viaggiare per ammirare dal vivo le sue gesta, eppure la madre si è sempre opposta: banalmente, non voleva perdersi la scuola e la possibilità d’insegnare. Così anche dal padre Daniel Horacio, scomparso tre mesi fa ad appena 63 anni, Delpo ha imparato tantissimo, a partire da quell’onestà e da quello spirito di sacrifico che subito gli si leggono in faccia.

Un uomo riservato il padre, che lo ha instradato al tennis e non solo: figura per nulla ingombrante che, nel momento in cui il figlio ha iniziato a raccogliere i primi successi in giro per il mondo, ha preferito farsi da parte per non intralciare con le decisioni dei suoi allenatori. Il giovane Juan Martìn questa semplicità l’ha fatta propria. Lo si può notare dalla sua timidezza, dalla capacità di emozionarsi e di saper emozionare, dall’allergia a riflettori e telecamere, merci rarissime in un’epoca in cui gli sportivi sono prima personaggi (social) che uomini. Del Potro è stimato da tutti perchè è vero; perché il contrasto tra la rudezza del suo aspetto fisico e il cuore grande e gentile crea un contrasto dolce, un’empatia inesorabile. E ciò si deve innanzitutto alla famiglia.

«Grazie per avermi educato con i valori, con l’onestà, con il sacrificio e per aver fatto l’impossibile per realizzare il mio sogno di giocare a tennis. Il tuo più grande trofeo è quello di aver formato e protetto questa famiglia. Non so come farò a vivere senza la tua presenza, ma sicuramente applicherò tutto ciò che mi hai insegnato per non arrendermi mai alle difficoltà della vita».

Uno stralcio della commovente lettera al padre scomparso


Le origini


Del Potro nasce a Tandil, una cittadina della provincia di Buenos Aires. Un posto umile e tranquillo che deve il proprio nome alla cosiddetta “Piedra Movediza”, un enorme masso di trecento tonnellate precipitato a valle nel 1912. Le “pietre in movimento”, nel gioco da fondocampo di “Palito”, sono all’ordine del giorno. Il primo ad accorgersene (nel 2000) e a rimanerne piacevolmente impressionato è l’ex tennista italiano Ugo Colombini, modesto giocatore in campo ma con un fiuto per i talenti fuori dal comune. Sarà proprio lui ad accompagnare un giovanissimo Del Potro nei primi passi della carriera, e a fargli firmare poi contratti pesanti.

La collaborazione con Colombini durerà tredici anni e sarà determinante. Un manager ma soprattutto un amico, che riuscirà a gestirlo sapientemente fuori dal campo nel delicato passaggio dal mondo junior a quello dei professionisti. C’è anche lui quel giorno a New York, nel box di Delpo, quando il gigante argentino solleva al cielo il suo primo (e fin ora unico) titolo dello Slam, uno dei suoi due sogni nel cassetto fin da quando decise di voler passare la maggior parte delle sue giornate su un campo da tennis. L’altro, neppure a dirlo, era la Coppa Davis.

«Del Potro quel giorno ha conquistato il cuore di tutti gli argentini».

Il giornalista argentino Sebastian Torok sulla finale di Coppa Davis del 2016

È tremendamente difficile spiegare cosa ha significato Juan Martìn Del Potro per il popolo albiceleste, e cosa tuttora continua a significare. Un vincolo indissolubile, quello creato dalla “Torre di Tandil”, un legame che neppure Guillermo Vilas e David Nalbandian sono riusciti ad instaurare, tanto per citarne due che una finale di Coppa Davis con la maglia argentina l’hanno disputata (e persa). Eppure erano molti gli scettici in patria, quelli che consideravano un’utopia battere la Croazia fuori casa e sulla sua superficie prediletta (il veloce indoor).

Motivo per cui il trionfo di Del Potro e compagni, in quel folle weekend di Zagabria, non può essere considerato un semplice successo ma un’autentica impresa sportiva: come la Coppa del Mondo di calcio vinta dall’Argentina di Maradona trent’anni prima, oppure le incredibili vittorie della “squadra del popolo” di basket che, sotto la guida di Ginobili e Scola, chiuse un ciclo da capogiro con l’oro agguantato alle Olimpiadi di Atene nel 2004.

«Mi piace essere argentino, mi piace il modo di vivere le cose che abbiamo. Quando vado in un torneo fuori, non so se la parola giusta è invidia, ma tutti mi guardano come a dire ‘vorrei avere il tuo seguito’. Recentemente, a Wimbledon, il campo sembrava impazzire, giocavo contro il numero uno del mondo. Amo sentire ‘Delpo Delpooo’ in tutti i campi, lo amo. Non sento l’atmosfera pesante, al contrario, mi sembra che sempre più persone mi seguano».

Del Potro, ormai quasi cinque anni fa

La conquista della Coppa Davis nel 2016 possiede gli stessi caratteri epici. L’eroe, in questo caso, corrisponde al nome di Juan Martìn Del Potro, colui che a Zagabria impersona la lotta contro le avversità, guidando un team intero alla rimonta e facendosi carico del fardello rappresentato dalle quattro finali perse dall’Argentina tra il 1986 ed il 2011; il tutto dopo essere rientrato nel circuito solamente da pochi mesi a causa di tre operazioni al polso sinistro. Si romperà anche un dito durante la sua partita contro Cilic, ma poco importa. Quel trofeo doveva essere portato a casa, quell’Insalatiera per la prima volta nel suo Paese.


D’altronde lo aveva promesso a suo nonno, che poche settimane prima l’aveva stuzzicato dicendogli: «Se non hai intenzione di andare a vincere e portarmi la coppa, non andare». Delpo se ne sarà ricordato nel momento in cui si avvicina alla Coppa per sollevarla al cielo. Lo dimostrano le sue lacrime: dolci, pure, che non ti aspetteresti mai da un ragazzone alto quasi due metri. Ma la parte migliore di un eroe epico è proprio questa: quando abbandona i suoi panni mitologici, la racchetta impugnata come il martello di Thor, e mostra per un attimo la propria umanità, tornando ad essere uomo come tutti.

«Eravamo sfavoriti, giocavamo fuori casa. Tutto era contro di noi. È così che mi piace. Per quello volevo esserci. Volevo esserci per fare il tifo. Quel ragazzo magro e più alto della Tour Eiffel è scoppiato a ridere quando mi ha visto».

Diego Armando Maradona sulla finale di Coppa Davis del 2016

Non è assolutamente un’eresia dire che, durante gli incontri dell’Argentina in Coppa Davis, la sensazione, più che stare in uno stadio di tennis, è quella di trovarsi all’interno de La Bombonera oppure del Monumental. A contribuire a rendere l’aria ancora più elettrizzante, fino a quando ha potuto, c’era soprattutto lui, Diego Armando Maradona, grandissimo amico e tifoso di Juan Martìn del Potro. Questo per capire anche l’importanza: Diego non riusciva a sopportare l’idea di perdersi un match della “Selecciòn” di tennis ma nel contempo sapeva, con la sua stessa presenza, di motivare ancora di più gli atleti argentini, pronti a dare tutto – e anche di più – per difendere la maglia albiceleste.

«Ci ha trasmesso un’energia e una forza che non ho mai ricevuto da nessun’altra persona, nemmeno da qualcuno nella nostra cerchia ristretta. Sentirlo vicino ci ha fatto vincere per la prima volta la Coppa Davis».

Delpo su Diego

Delpo era al corrente di tutto ciò e, prima della grande finale del 2016, aveva deciso di contattare personalmente Maradona per farlo arrivare a Zagabria e garantirgli un soggiorno insieme alla delegazione argentina; durante i festeggiamenti, poi, gli regalò persino la racchetta utilizzata nel suo storico match contro Cilic. Come svela lo stesso Juan Martìn i due ogni notte si incontravano, parlavano per dieci o quindici minuti e alla fine si abbracciavano. Tra di loro c’era una stima profonda, e sarà lo stesso Diego a paragonare la sua impresa ai Mondiali in Messico del 1986 a quella di Del Potro in Croazia: «Entrambi abbiamo toccato il cielo con un dito».


Maradona aveva capito di trovarsi di fronte ad una persona speciale: un uomo che, come lui, aveva saputo conquistare il cuore di tutti gli argentini, e che per di più quando giocava era capace di trasformare uno sport individuale, il tennis, in una storia collettiva. Come scrive Beppe Di Corrado in un bellissimo articolo, uscito sul Foglio nel 2017: «Del Potro trascina. Unico giocatore oltre a Federer e Nadal ad avere un pubblico ovunque sia. Sono gli argentini in libera uscita o in pellegrinaggio o in stanziale trasferimento in altro paese. E però ci sono gli altri: indigeni e no che stanno con lui. Perché Del Potro piace. Perché Del Potro trascina. Perché Del Potro è diverso, evidentemente. Unico caso di sportivo argentino a essere amato in maniera maradoniana».

Ecco, sembra che il contrappasso per tutto ciò, in un tremendo scherzo del destino, sia l’impossibilità di regalare a quel pubblico emozioni continuative. Perché non ci sono state solo tre operazioni al polso sinistro, un bel problema per un tennista, e che hanno modificato radicalmente il modo in cui Delpo gioca il rovescio. Al Master 1000 di Shanghai infatti, nell’ottobre 2018, una scivolata gli provoca la frattura della rotula destra, facendolo ripiombare in un calvario che sperava di aver definitivamente superato. Alle tre operazioni al polso sinistro ne seguiranno altrettante al ginocchio destro. Eppure Del Potro si è rimesso lì, con il sorriso, a cercare nuove opzioni, cure, soluzioni ulteriori per proseguire una carriera con il sostegno di milioni di persone (e non solo argentine) che sperano con tutto il cuore di rivederlo su un campo da tennis.

«Ho messo un limite dopo la terza operazione al polso, poi con la terza al ginocchio. Ma amo il tennis. Voglio incontrare di nuovo tutte le persone che mi hanno aiutato a fare questa carriera. E voglio farlo sui campi, non da fuori. È il mio posto naturale».

Ad accompagnarlo la solita e innata capacità di non soccombere di fronte alle avversità, per quanto la montagna sembri sempre più alta. Il dolore al ginocchio infatti è subdolo: a volte ti dà la sensazione di essersene andato per poi ripresentarsi più acuto di prima, mettendoti di fronte a scelte decisive. Del Potro ora non ha più tempo. A fine luglio voleva esserci ai Giochi Olimpici di Tokyo: una competizione, questa, che gli rievoca ricordi straordinari (a Londra nel 2012 conquistò il bronzo e quattro anni dopo un clamoroso argento a Rio de Janeiro, da numero 145 del mondo).

Il gigante di Tandil voleva innanzitutto rappresentare il suo Paese, almeno un’ultima volta. Lo speravano gli argentini e tutti gli appassionati. Date queste premesse, non stupisce che il 21 marzo scorso abbia tentato il tutto per tutto, decidendo di abbandonare la terapia conservativa e di sostenere, a Chicago, la quarta operazione al ginocchio destro, in quello che doveva essere un ultimo disperato tentativo di partecipare all’evento a cinque cerchi. L’ha chiamata “la Definitiva”.

Tokyo però è troppo vicina. Il percorso di riabilitazione di Delpo, così come comunicato dal suo team, richiede più di un mese. Motivo per cui, a questo punto, la speranza è quella di poterlo rivedere sui campi per la stagione americana sul cemento, dove storicamente la “Torre di Tandil” ha sempre fatto molto bene. Nel frattempo continua a fare quello che da sempre gli è riuscito meglio: combattere, continuare ad “allenarsi da solo in palestra” per scrivere un’altra incredibile pagina della sua vita. Non arrendendosi a un destino che, negli ultimi anni, ci ha privato di uno dei più affascinanti sportivi in circolazione.

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