La Storia è tornata italiana.
Scrive la Storia con il volante in mano e la tuta d’argento Andrea Kimi Antonelli, primo Campione del Mondo di Formula 1 italiano dopo un’era. Un momento che si vive per sempre, per usare le sue parole. Si perdono nel tempo le generazioni che non hanno vissuto un campione tricolore. Un peso gigante che solo le spalle leggere di un ragazzo potevano portare, alleggerito, forse, dal fatto di non guidare la macchina che tutti i bambini disegnano.
Con questo titolo Kimi si è preso lo scettro di più giovane Campione del Mondo della storia, strappando il primato a quel Sebastian Vettel che quasi sedici anni fa sembrava aver scritto una pagina inarrivabile.
Fa impallidire la portata di questa impresa: il motorsport esce dalla sua nicchia e diventa sport nazionale, popolare, diventa impresa storica dove l’automobilismo è quasi sacro e proprio per questo conquistarne la cima è difficile. Uno sport che è diventato tradizione del Novecento, grazie a tutti i padri e ai figli che hanno disegnato e costruito auto da corsa, che hanno sognato un volante da corsa, la tradizione italiana del Gran Premio alla Domenica come santificazione delle feste.
E da quel mondo eroico e analogico, è in una domenica del nuovo millennio, 1° Novembre 2026, a Città del Messico, una terra che profuma ancora della storia romantica e tragica dei fratelli Rodríguez, che si compie la grande impresa dell’automobilismo moderno. Nel Día de los Muertos, la festa pagana delle Catrinas che celebrano la vita ridendo in faccia alla morte, eros e thanatos, due temi ricorrenti e incastonati nell’abisso del motorsport. In un giorno di festa anche cristiana, nella vecchia Europa, Antonelli diventa immortale.
La cosa che fa impallidire è che l’ultimo a scrivere queste parole fu Giovanni Canestrini sulla Gazzetta dello Sport, uno dei padri fondatori della 1000 Miglia e della Targa Florio, forse il più grande giornalista di motori italiano: lo scrisse di Alberto Ascari, nel 1952 e nel 1953. Ascari che vinse e morì pochi anni dopo, lasciando senza testimonianza vivente il motorsport italiano.
Tempi preistorici, tempi da mitologia, scollegati dal 2026 del mondo nuovo, ma uniti nel trionfo di un ragazzo italiano che va a riprendere il filo e suggellare una cultura motoristica profonda, storica, quasi sacra, mai più entrata nell’albo d’oro con un pilota. Lo ricorderanno per sempre, un trionfo negli anni di Max Verstappen, di Charles Leclerc, nella griglia di partenza condivisa con Lewis Hamilton, sangue e talento tra i più grandi dello sport e la benedizione della vera predestinazione. Quella foto sul podio, portato in cielo da Lewis Hamilton e Max Verstappen, è iconografica.
Un trionfo non solo dell’italianità. È un trionfo in primis della famiglia, quella di Antonelli, di mamma Veronica e papà Marco, una famiglia da corsa ma non certo in grado con le sole proprie forze di scalare il motorsport e arrivare fino alla cima; per quel programma ACI Team Italia che da più di dieci anni prova tecnicamente, sportivamente, politicamente a spingere i migliori talenti italiani e porta a casa l’obiettivo più alto. Ma è soprattutto un trionfo per Toto Wolff, un manager di razza che ha il merito di aver scoperto e creduto in Andrea Kimi fin da piccolissimo. Scrive bene Rivista Undici che
“ognuno dovrebbe avere qualcuno che crede in noi come Toto Wolff ha creduto in Kimi Antonelli”.
E l’Italia, da questo punto di vista, ha ancora molto da imparare. Un secondo padre, in un Paese dove i padri sono importanti ma spesso ingombranti, non riuscendo a essere la guida che dovrebbero. E poi la vettura, la Mercedes AMG F1 W17, nettamente la monoposto più competitiva della stagione, con cui il team anglo-tedesco ha surclassato la concorrenza e senza la quale anche il nuovo Senna non avrebbe vinto il titolo.
In Messico è stata una corsa bellissima, per citare Canestrini, ma è la cavalcata totale di una stagione che non ha lasciato nulla al caso, conquistando le casematte dell’automobilismo, come Montecarlo, Monza, nel giorno più bello che il motorsport tricolore abbia vissuto, il giorno in cui tutti gli italiani si sono convinti, popolo rosso compreso. Ha capovolto il mondo Antonelli, partendo da seconda guida, da cadetto, rispetto al compagno di squadra George Russell, più esperto e destinato da anni alla conquista del titolo di campione con Mercedes. L’inglese, a fine Gran Premio del Messico, non si è presentato ai media per le conferenze stampa finali, segno della sua definitiva resa.
Leggi, approfondisci, rifletti. Non perderti in un click, abbonati a ULTRA per ricevere il
meglio di Contrasti.
Abbonati
Una F1 complessa da decifrare, a parte il dominio di Mercedes quest’anno. Equilibri fragili e un regolamento che ha rovinato lo sport. Un esempio su tutti: solo l’anno scorso, con la vettura giusta tra le mani, Oscar Piastri sembrava a un passo dal divorare la concorrenza sulla sua McLaren e prendersi lo scettro iridato a discapito del sospinto compagno Lando, mentre quest’anno, in un’inversione di tendenza, lo stesso Piastri è parso a tratti disperso, soffocato dalle difficoltà e incapace di trovare la quadra con la nuova vettura.
Dimostrazione che in questo circus non basta avere il potenziale tra le mani: serve la capacità di domare il caos e un pizzico di fortuna.
E mentre gli altri inseguivano, Kimi ha costruito la sua consapevolezza che si riflette nei suoi record: più giovane vincitore di un Gran Premio di F1, più giovane autore di una pole position in F1, più giovane leader della classifica del Campionato del Mondo, rimonta record per una vittoria stagionale (da 19° a 1° nel GP d’Italia a Monza), maggior numero di vittorie stagionali per un pilota italiano nella storia moderna (9 vittorie: Cina, Suzuka, Miami, Montréal, Monaco, Spa, Monza, Madrid, Austin). Più giovane Campione del Mondo nella storia della F1 (20 anni e 68 giorni),
La narrazione mediatica, i paragoni sconsiderati con Ayrton Senna, la fretta di battezzare un nuovo messia, la smania di trasformare un ragazzo di diciannove/vent’anni nel simulacro di una leggenda. Antonelli ha risposto a tutto questo nel modo più importante possibile: togliendo la voce alla retorica e lasciando parlare il piede. Nell’era più brutta della Formula 1 dal punto di vista tecnico, dell’ingegneria pseudo-green e del superclipping, Kimi ha dimostrato che l’automobilismo è uno sport e la differenza la fa ancora il talento umano e la propria storia personale.
Sotto quel podio in Messico, cinematograficamente, è bello pensarli tutti lì ad applaudire, quelli che quell’alloro l’hanno conquistato, magari avvicinato o solo sognato, nelle generazioni, e hanno rappresentato il motorsport fin qui nella storia: Tazio Nuvolari, Giuseppe “Nino” Farina, Alberto Ascari, Luigi Musso, Eugenio Castellotti, Lorenzo Bandini, Ludovico Scarfiotti, Vittorio Brambilla, Arturo Merzario, Lella Lombardi, Michele Alboreto, Elio de Angelis, Riccardo Patrese, Ivan Capelli, Luca Badoer, Jarno Trulli, Giancarlo Fisichella, Alex Zanardi, Vitantonio Liuzzi, Antonio Giovinazzi, e tutti gli altri, ma soprattutto i Padri, le Madri e Figli delle officine, artigiani, meccanici, ecc.
Tutti uniti nella gloria per il leggendario Andrea Kimi Antonelli. E come recita il tetto del Foro Solo, lo stadio che ha celebrato questa pagina di sport e storia: vivir es increíble, la vita è meravigliosa.
DPPI/PsNewZ/Insidefoto