Altri Sport
22 Luglio 2026

Hanno tolto lo sport dalla Formula 1

E stanno provando a silenziare ogni critica.

Senza evocare elenchi segreti, depistaggi e un’idea sovversiva del mondo, parlare di propaganda non è un buon modo di iniziare un’analisi, soprattutto di motorsport, soprattutto in Italia. Quantomeno non è ben augurante. Eppure, dopo il Gran Premio di Spa-Francorchamps, che è un po’ il giro di boa identitario se non sportivo per lo sport della Formula 1, viene da farsi due domande sullo stato di questa disciplina e ciò che viene rappresentato dalle gare e dal suo sistema. Uno sport, una piattaforma, non si sa più come definirla, svuotati di contenuto essenziale – la performance di uomini e mezzi – e riempiti di tanta retorica per far sì che il sistema, appunto, rimanga in piedi.

Certo la Formula 1 è un po’ come i Mondiali di calcio, non si può non seguire e non ci si può non appassionare. È vero però anche che il giochino finto alla lunga stanca, se allo sport togli lo sport non resta granché. Semplificazione, intrattenimento, ripetizione continua di schemi e messaggi, controllo sulla comunicazione, sono tutti aspetti che stanno emergendo fortemente in questa annata disastrosa per il regolamento tecnico e lo spettacolo in pista. Eppure il carrozzone Formula 1, uno dei brand sportivi più forti al mondo, deve andare avanti, legittimo. Dispiace però che alla guida di questo ci sia l’italiano Stefano Domenicali, che dopo un bellissimo passato in Ferrari si ritrova a fare l’avvocato del diavolo e a fare politica non si sa bene a favore di cosa.

Nella sua intervista a Sky Sport pubblicata nel weekend del Gran Premio del Belgio, il CEO di Formula One ha “rivendicato la bontà dell’indirizzo strategico della categoria”, blindando la linea programmatica del Circus e rispedendo al mittente i malumori di piloti e addetti ai lavori.

Di fronte alle perplessità sui futuri stravolgimenti e sulla complessità delle monoposto, Domenicali ha ribadito con fermezza che “non ha senso parlare oggi di un piano B” e che bisogna piuttosto “avere il coraggio di guardare avanti senza farsi prendere dall’ansia (?).

L’ex ferrarista continua sostenendo come alla maggior parte degli appassionati moderni non interessino i tecnicismi esasperati ma l’emozione del racconto, “i tifosi moderni cercano emozione e racconto, non la caccia al dettaglio micro-tecnico.” E su questo possiamo essere pure d’accordo, i nerd da tastiera che vivono in teoria sono il male dello sport. Ma non basta per giustificare tutto quello che la Formula 1 sta facendo vedere quest’anno. Fino a smorzare le polemiche dei puristi con un laconico monito sulla dimensione dello show: “Ricordiamoci che stiamo raccontando uno sport, non siamo qui a salvare delle vite”.

Tralasciando questo buttarla in angolo nel finale, in tempo di guerra, il discorso di Domenicali manca di una cosa fondamentale: l’autocritica, che è poi il sale, o dovrebbe esserlo, della nostra parte di mondo, cioè l’Occidente, cioè le democrazie, dov’è nata e cresciuta la F1.



Partendo da quel “i tifosi moderni”, termine completamente indefinito che andrebbe davvero analizzato, sul cosa siano, al giorno d’oggi, o cosa si vuole che siano i “tifosi” in uno sport così complesso come il motorsport, l’intervista di Domenicali è quantomai politica e serve per dire che va tutto bene così e le critiche non sono ammesse. Da parte di nessuno. Viene da chiedersi perché, visto che i dubbi sono molto più estesi e ad ampio raggio di quanto sembri.

A Spa, essenzialmente una delle sfide più grandi a livello di capacità umane e di performance, si sono viste monoposto rallentare nei punti cruciali: Kemmel, Pouhon e Blanchimont, impossibili da fare “in pieno” per mancanza di potenza. Ma dato che non ci è concesso sapere perché un regolamento così fallimentare non si possa criticare, si può intuire sempre di più come la promozione e il marketing di questo sport siano diventati sempre più simili alla propaganda. Operazioni simpatia, ottimismo ostentato, pochi e silenziosi dubbi nel dibattito pubblico, tanto ai “tifosi moderni” non interessa.

I piloti dal canto loro e per fortuna si stanno sempre più sganciando dall’ingranaggio e alzando la voce. Carlos Sainz, di solito diplomatico, lo ha detto senza troppi giri di parole, puntando il dito contro le dinamiche politiche che paralizzano la categoria e riducono la sfida umana e il fascino della guida. “Chiunque abbia visto queste simulazioni nel 2022, nel 2023, e non si è chiesto: come possiamo anche solo accettarle? Bisogna fare chiarezza su quanto accaduto, perché non sarebbe mai dovuto succedere.”

Lo spagnolo ha denunciato come il peso politico dei motoristi e i veti incrociati del regolatore stiano soffocando ogni possibilità di reale miglioramento. Gli fa eco la frustrazione inequivocabile di Oscar Piastri, costretto anche lui con il suo talento a fare i conti con una competizione in cui la gestione elettrica conta infinitamente più del pilota e “sono i computer a decidere se si può fare il miglior tempo oppure no”.

Chi invece non ha mai dormito su questi temi è Max Verstappen che ha affrontato dei colloqui riservati programmati ma ricchi di forti tensioni politiche proprio con il presidente e amministratore delegato della Formula 1, Stefano Domenicali. Come riportato da Hammertime Magazine, secondo quanto riferito da Erik van Haren, nota e affidabile firma del De Telegraaf, al centro del faccia a faccia ci sono state le crescenti e pesanti critiche dei piloti sull’efficacia del regolamento 2026 e le prospettive future.

Sempre su Hammertime Magazine si leggono le parole della voce storica della patria del motorsport, l’Inghilterra, Martin Brundle, rilasciate a Sky Sport F1 UK:

“Bisogna liberarsi di questo regolamento il prima possibile. Mi sono venute le lacrime agli occhi, abbiamo perso tutte le curve più belle.” Prontamente etichettato come boomer dai “tifosi moderni”.

L’incontro (scontro?) tra Verstappen e Domenicali è il riassunto perfetto dell’attuale dibattito da queste parti del mondo: da una parte l’ortodossia del fatturato e della propaganda, dall’altra l’ultimo baluardo di chi in pista pretende ancora sfida, etica, epica genuina, performance, competizione. Vita, sport. Ma se persino i campioni del mondo sono costretti ad alzare la voce in colloqui a porte chiuse per difendere l’essenza stessa del proprio credo, significa che il cortocircuito è ormai conclamato.

La Formula 1 si trova oggi a un bivio identitario: continuare a silenziare la critica in nome di uno show patinato o ritrovare il coraggio dell’autocritica e della complessità, le stesse matrici culturali che compongono la nostra società. Continuando così, invece, la sensazione è che il grande carrozzone stia viaggiando a velocità folle verso un unico e inevitabile risultato: una favola perfettissima che puzza di propaganda.

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