Altri Sport
14 Giugno 2026

Lasciamo in pace Kimi (e Ayrton)

L’abuso del simulacro di Ayrton Senna ha raggiunto un nuovo livello.

Quanto ancora dobbiamo sopportare Toto Wolff che ci insegna come coltivare, gestire e trattare un talento italiano? E che ci assegna i compiti da fare a casa. La vera questione è che il manager tedesco ha ragione quando parla di «non rovinare, non fare casino con Kimi Antonelli». Perché non riusciamo a far emergere e a curare i nostri talenti?

Sebbene non ci manchino la cultura, la tradizione e le competenze, sono domande legittime. Domande stimolate non dall’invidia di vedere il miglior ragazzo italiano al volante di una F1 vestire Mercedes e dominare con un team tedesco, ma da un dato fattuale: lo scriveva Giulio Sapelli nel suo libro “Chi comanda in Italia” (Guerrini e Associati nel 2013, edizione aggiornata nel 2018), ma lo ribadisce la storia contemporanea: l’Italia ha un enorme problema di selezione della classe dirigente e del talento.



Tornando al titolo, però, c’è un tema laterale che si muove tra le righe della gestione dell’ascesa di Antonelli, ma che più in generale investe la narrazione – non solo nostrana – della Formula 1.

Quale? I costanti, ripetuti, continui, quasi ossessivi riferimenti ad Ayrton Senna. Non esiste gara, non esiste prestazione, non esiste immagine di Kimi che non venga associata a quella del compianto pilota brasiliano.

Maurizio Arrivabene, ex Team Principal della Scuderia Ferrari, interrogato ai microfoni di Race Anatomy su Sky a proposito del perché non avesse portato Antonelli sotto l’ala del Cavallino, ha sollevato la questione: «Non avevamo le strutture adeguate per un ragazzino della sua età: guai a paragonarlo ad Ayrton però».

«Nel mio ultimo anno in Ferrari, parlo del 2018, Kimi Antonelli aveva dieci o undici anni. In quel periodo la Ferrari non aveva ancora la struttura per occuparsi di ragazzini così giovani. Parlo non da team principal, ma in riferimento all’azienda. Poi le cose a Maranello sono un pochino più complicate che in altre squadre. Bisogna capire il contesto! […] Il talento lo conoscevamo già, ma a me ha colpito soprattutto la freddezza mostrata da Kimi. Alla seconda partenza aveva accanto un mostro sacro come Hamilton, non so se mi spiego.

Beh, il ragazzo non ha fatto una piega. Io accetto il paragone con Senna in termini di abilità al volante, ma c’è anche una differenza. Ayrton era un mistico, aveva, in senso buono, una visione quasi maniacale del suo mestiere. Antonelli no, mantiene un approccio da guascone, perfettamente legittimo per un ragazzo che non ha nemmeno vent’anni. Credo che questo sia merito della famiglia che ha attorno. E sebbene sia stato mio rivale quando dirigevo la Ferrari, sì, è giusto anche fare i compliments a Toto Wolff per come ha guidato la crescita di Kimi».

Oltre a riconoscere i meriti sacrosanti di Wolff e ad ammettere gli errori e le mancanze strutturali di Maranello nel creare un vivaio virtuoso, Arrivabene ha, a modo suo, scoperchiato una tendenza che nella comunicazione mainstream sta rimanendo sotto traccia, ma che è ormai evidente.

L’abuso del simulacro di Ayrton Senna per qualsiasi cosa, e in particolare, in questo momento, per Andrea Kimi Antonelli.

C’è una bulimia schizofrenica che affligge la comunicazione ma anche il prodotto in sé Formula 1 di oggi. Un campionato che corre su piste senz’anima nel deserto, che fagocita contenuti social a uso e consumo della Generazione Z, ma che poi, non appena intravede un barlume di storia originale, sente il bisogno quasi nevrotico di edulcorarla chirurgicamente attingendo al sacro tempio del passato. Come se l’oggi, da solo, non avesse abbastanza dignità per essere raccontato.



E così, ogni giro sul bagnato diventerà Donington ’93, ogni millesimo guadagnato tra i muretti di Monaco diventa la trance mistica di Ayrton nell’88. Certo, ogni pilota è un artista a modo suo, ma quale senso c’è nell’associare per forza personaggi, storie, percorsi se non quello di una comunicazione sciatta. Per uno spin da engagement che, invece di valorizzare, non fa altro che sterilizzare e normalizzare. Il paragone iconografico con Senna non è solo iperbolico è profondamente ingiusto, quasi violento, nei confronti di un ragazzo nato nel 2006.

Ayrton era l’eroe per eccellenza, un uomo che viveva il motorsport come un’ascesi spirituale, una lotta escatologica tra la vita, la morte e la macchina: eroe tragico per definizione.

Pretendere da Kimi Antonelli di farsi carico di questo peso specifico, mentre affronta la transizione più delicata della sua vita agonistica sotto i riflettori accecanti del Circus, significa non comprendere la natura stessa del talento e la particolarità di ogni storia. Come giustamente sottolineato da Arrivabene, Antonelli conserva quel nucleo di sana “guasconeria” emiliana. C’è in lui la freschezza pulita di chi va forte perché gli viene naturale, che lo fa sembrare semplice e quindi ispira gli altri, protetto da una famiglia che funge da eccezionale camera di compensazione contro gli squali del paddock.

Kimi non ha bisogno di essere il fantasma di un altro, nè una reincarnazione. Ha il diritto di essere semplicemente Antonelli da Bologna.

Un ragazzo che scherza, un ragazzo quasi fanciullo (in questa purezza sì, può ricordare Senna) che digerisce la pressione con la fame dei vent’anni e che, se deve guardare a un modello, lo fa con la spensieratezza di chi vuole scrivere la propria storia. Il paradosso tutto moderno e italiano, purtroppo, si compie qui. Wolff protegge Antonelli dai nostri stessi deliri, ricordandoci implicitamente che il talento va coltivato nel presente, con competenza e visione, e la vita diventa mito solo con la storia. Lasciamo in pace Kimi, ma soprattutto lasciamo in pace Ayrton.

Copyright copertina: Inside Foto/DPPI

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