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Calcio
19 Gennaio

La favola del Castel di Sangro

Matteo Mancin

12 articoli
Memorie sull'indimenticabile cavalcata condotta da Osvaldo Jaconi.

La struttura del calabrone non è adatta al volo, ma lui non lo sa, e vola comunque. Questa famosa massima, attribuita ad Einstein, viene letta tra l’incredulità generale da un manipolo di ragazzi in tuta nel novembre del 1993 in una sperduta frazione della provincia de L’Aquila. Siamo in uno spogliatoio, uno dei tanti della provincia italiana, dove il freddo ti entra nelle ossa e l’odore di terra si mischia a quello del cuoio degli scarpini.

Il foglio con la dotta citazione è stato appeso dal loro nuovo allenatore, Osvaldo Jaconi, venuto al capezzale di una squadra che ristagna a metà classifica nella serie C2 di allora. Quella squadra si chiama Castel di Sangro, come l’omonima frazione di 5500 anime che rappresenta, e nessuno può ancora immaginare che sarà destinata a decollare pur non sapendo volare.

Albert Einstein, protagonista indiretto della favola del Castel di Sangro

Quella prima mezza stagione serve a Jaconi per conoscere l’ambiente e farsi apprezzare dai suoi giocatori, che lo seguono con entusiasmo e raggiungono un tranquillo settimo posto a fine annata. L’anno successivo la riforma dei campionati di Serie C introduce playoff e playout in tutti i gironi, e la brigata di Jaconi inizia il torneo con rinnovate speranze.  Il “Castello”, come viene soprannominato dai suoi tifosi, è una piccola squadra con limitati mezzi economici. Il mister riesce però, giornata dopo giornata, ad instillare nei suoi giocatori una convinzione insperata nei mezzi della squadra, e questa lo gratifica raggiungendo un lusinghiero terzo posto in classifica che vale la disputa dei playoff.

Nella semifinale li attende la corazzata Livorno, che ha vissuto una stagione travagliata, caratterizzata dall’alternanza in panchina tra Burgnich e Campagna, ma che viene trascinata agli spareggi promozione da un giovane Stefan Schwoch autore di 19 reti. L’impatto al “Picchi” è tremendo: dopo 11 minuti i ragazzi di Jaconi sono già sotto 2-0 e per tutta la partita devono inseguire un Livorno che va a mille con uno Schwoch in stato di grazia, che porta i suoi addirittura sul 4-1 a metà del secondo e con il Castel di Sangro ridotto in 10.

Un provvidenziale golletto a 5’ dalla fine permette a Jaconi di trovare la leva giusta per motivare i suoi in vista del ritorno, che si gioca in un infuocato “Patini” dove il piccolo Castel di Sangro affonda la corazzata amaranto con un 2-0 che vale la finale sul neutro di Ascoli contro il Fano. Nell’atto conclusivo, dopo un pirotecnico 3-3, sono i rigori a regalare la prima storica promozione in C1 agli abruzzesi.

Lo stadio Patini adibito a festa

L’anno successivo i ragazzi di Jaconi sono chiamati alla conferma, per mantenere la categoria e non deludere le attenzioni che sono piovute sulla squadra dopo l’impresa della stagione precedente. Ma è proprio qui che il calabrone giallorosso si stacca da terra ed inizia a volare.

La squadra è incredibilmente solida, mister Jaconi inizia a vestire i panni del mago di provincia e le sue intuizioni nella stagione 95/96 permettono ai suoi di subire solo 5 gol in tutto il girone d’andata: merito di una difesa che ruota attorno a Pietro Fusco, acquistato come attaccante quand’era ancora ventenne e spostato proprio da Jaconi nel ruolo di stopper, e di un centrocampo dove la legna viene accatastata ordinatamente da Tonino Martino e distribuita sapientemente da Claudio Bonomi, l’elemento di maggior classe tra quelli a disposizione del tecnico. Questo terzetto offre un rendimento alto per tutta la stagione, coadiuvato da una squadra con meccanismi rodati.

Tutto questo vale un clamoroso secondo posto dietro al favoritissimo Lecce di Giampiero Ventura, e l’approdo ai playoff. In semifinale viene battuto il Gualdo ed ora tra i sangrini e la Serie B c’è solo di mezzo l’Ascoli, proprio la squadra della città dove 12 mesi prima iniziò il decollo giallorosso. Si gioca sul neutro di Foggia in finale secca, la curva dei marchigiani è gremita. Dall’altro lato, i tifosi accorsi dalla val di Sangro sono molti meno, ma il calore non manca. La gara è un’autentica battaglia di nervi, il risultato non si schioda dallo 0-0, i ragazzi di Jaconi tengono fede alla solidità dimostrata nella regular season. La sensazione è che serva un episodio per cambiare il corso della gara, e dove non si palesa l’episodio sperato ecco arrivare in soccorso il colpo di genio: mancano una manciata di minuti alla fine dei supplementari e Jaconi si volta verso il suo portiere di riserva, tale Pietro Spinosa, chiedendogli di scaldarsi.

Gli eroi del Castello

Spinosa non ha giocato un singolo minuto in stagione e non prende sul serio il suo allenatore rimanendo seduto in panchina. Quando Jaconi si volta per chiamarlo lo vede ancora fermo a guardare la partita come uno spettatore qualsiasi, ed allora gli intima con fermezza di togliersi la tuta ed entrare. Il titolare De Juliis esce di controvoglia dal campo, e del resto c’è da capirlo, non si era mai vista una cosa simile ed inoltre stava per affrontare forse l’unico momento nella vita di un portiere in cui si ha tutto da guadagnare e nulla da perdere, cioè la lotteria dei rigori.

La mossa di Jaconi è spiazzante (verrà riproposta da Van Gaal in un quarto di finale di coppa del mondo tra Olanda e Costa Rica a Brasile 2014), come lo era stata la sostituzione di Bonomi in semifinale in luogo di un semi sconosciuto difensore a nome Salvatore d’Angelo che pochi secondi dopo avrebbe segnato il gol decisivo. Queste sono le magie con le quali Osvaldo Jaconi ha abituato il popolo sangrino, ed anche questa volta i tifosi strabuzzano gli occhi, ma seguono ciecamente il loro mago della panchina. I rigori si susseguono e il povero Spinosa nemmeno si avvicina ai palloni scagliati in porta dagli ascolani.

Viene graziato solamente dal tiro del bomber avversario Mirabelli, che finisce la sua corsa sui cartelloni pubblicitari, portando la contesa dei rigori ad oltranza. Quando l’ascolano Milana si presenta sul dischetto per calciare il quattordicesimo rigore, Spinosa chiude gli occhi, battezza un lato della porta e quando li riapre vede l’avversario a terra, il pallone che ha respinto fuori dall’area, i compagni correre verso di lui e 5500 anime di un paesino della val di Sangro volare verso la Serie B, per la più clamorosa delle promozioni possibili.

Stemma e Undici titolare

Jaconi posa la sua bacchetta magica, si gode il trionfo e poi si ributta a capofitto nel lavoro, per preparare la squadra alla serie cadetta.  Le difficoltà sono molte, non ultima l’incredibile clamore mediatico che si abbatte sulla squadra e sulla piccola cittadina. Il polso della situazione è ben rappresentato dalla scelta dello scrittore di best seller statunitense Joe McGinnis, che poco dopo aver rifiutato 1 milione di dollari per scrivere del caso O.J. Simpson, decide di lasciare Manhattan per seguire la prima stagione dei sangrini in Serie B. In mezzo a questa ondata di notorietà, Jaconi cerca di ricostruire l’atmosfera delle due stagioni precedenti. La prima stagione in B dei suoi meriterebbe un pezzo a parte per come sia stata, allo stesso tempo, storica, drammatica, ma meravigliosa.

La squadra è stata rafforzata in estate con quel che si poteva, il comunque ambizioso presidente Gravina (che in futuro sarà anche presidente di lega e ora presidente della lega serie C e favorito per la guida della federazione) auspica che sia abbastanza per mantenere la categoria: sull’impianto delle stagioni precedenti, con il terzetto Fusco – Martino – Bonomi ancora intatto, viene aggiunta l’esperta punta Pistella, il portiere Lotti, e un talentuoso centrocampista offensivo di nome Danilo Di Vincenzo che avrà anche l’onore di segnare il primo gol in B nella storia dei sangrini, durante la vittoriosa partita della prima giornata contro il Cosenza.

Il mitico stadio “Teofilo Patini” sta subendo il giusto lifting per adeguarsi alla nuova categoria, quindi nelle prime giornate è lo stadio di Chieti a dare ospitalità alla squadra di Jaconi. La riapertura del fortino giallorosso è prevista per il 1° dicembre nella sfida contro il Genoa, ma un nubifragio blocca la gara dopo appena mezzora. Per tornare sul prato di casa bisogna attendere la successiva sfida interna contro la Lucchese, ma la festa è tragicamente funestata dalla scomparsa, avvenuta appena 5 giorni prima, proprio di Danilo Di Vincenzo e del giovane Filippo Biondi che si schiantano con la loro auto su un tir fermo in corsia di sosta, sull’autostrada del sole nei pressi di Orvieto.

La vittoria a Marassi, stagione 96/97

La squadra, piegata dal dolore e spinta dalla commozione dei quasi diecimila presenti, strappa un pareggio alla Lucchese e si stringe poi in un abbraccio infinito con la sua gente, davanti alle statue erette in memoria dei compagni all’ingresso del rinnovato stadio. Come se non bastasse, pochi giorni dopo l’ambiente è scosso ulteriormente dall’arresto del difensore Pierluigi Prete per spaccio di droga, in una ridicola vicenda che vedrà poi il giocatore totalmente scagionato ed infine anche risarcito per ingiusta detenzione. Nel mezzo di questo mare di difficoltà la squadra si stringe attorno al proprio mister, e nel girone di ritorno inanella alcune buone prestazioni, anche per le modifiche tattiche apportate dal mago Jaconi, che riporta la solidità difensiva in primo piano, trovando anche la prima vittoria esterna a Marassi contro il Genoa per 3-1.

Si arriva quindi alla penultima giornata, con l’obbligo di vincere il derby abruzzese contro il Pescara per raggiungere una salvezza che avrebbe, questa sì, del miracoloso. Il catino del Teofilo Patini ribolle di speranza e trepidazione, e proprio nello stadio intitolato al pittore abruzzese si compie il capolavoro della compagine giallorossa: in vantaggio con Pistella alla mezzora, i sangrini subiscono il pareggio, ma a 10 dalla fine è proprio l’uomo simbolo, Claudio Bonomi, a siglare il gol che vale una stagione. Il contemporaneo pareggio del Padova a tempo scaduto contro il Cosenza, diretto concorrente, sigilla la clamorosa salvezza. Rimane quello il punto più alto del volo sangrino.

Il mago, Osvaldo Jaconi

Già nella successiva partita, l’ultima di campionato in casa del Bari in lotta promozione, la parabola inizia a discendere in maniera netta: su quella gara infatti gravano le ombre di combine, gettate a suo tempo dallo scrittore McGinnis e poi recentemente confermate dal giocatore Alberti, che faceva parte della rosa giallorossa di quella stagione. Accuse che trovano la strenua opposizione dell’allora presidente Gravina e di molta parte della squadra, ma a partire da quel momento qualcosa si rompe nello splendido ingranaggio costruito da Jaconi. La stagione successiva la squadra verrà smantellata, il terzetto Fusco – Martino – Bonomi passa all’Empoli appena riportato in Serie A da Spalletti, ed anche una colonna portante come Cei viene ceduto.

Rimane qualche giovane di buone speranze come Spinesi, ma la squadra non ritrova più la magia delle stagioni precedenti, ed anche la sapiente bacchetta di Jaconi non trova la formula giusta. Le strade del mister dei miracoli e della sua splendida macchina da calcio si separano a dieci giornate dal termine, con oramai dieci punti di distacco dalla zona salvezza. Rimane giusto il tempo per un rendez vous dal sapore già nostalgico nella stagione 98/99, quando i sangrini spaventano l’Inter di Ronaldo e Baggio in un ottavo di finale di Coppa Italia.

Il dopo è una malinconica storia di retrocessioni e fallimenti. La bacchetta magica di Jaconi, invece, trasformerà in calabroni inconsapevoli altre squadre, fino a costruirsi il record di promozioni in carriera – ben undici! – senza però mai sfiorare le vette di volo acrobatico toccate alla guida dei suoi amati ragazzi in maglia giallorossa. La struttura del calabrone non è adatta al volo, ma lui non lo sa, e vola comunque.


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