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Italia
4 Novembre

Padova, amare l’amaro

Enrico Leo

9 articoli
Sotto la notte stellata di Giotto, il calcio è una ferita aperta.

Il 28 novembre 2004 è la prima domenica di Avvento. Le macchine fluttuano dalla vicina tangenziale ovest verso i parcheggi di Piazza Insurrezione o dell’ex Foro Boario, spazio adibito un tempo al mercato del bestiame, a poca distanza dal Prato. Le vetrine luccicanti del centro e le porte aperte dei negozi addobbati a festa invogliano i primi coraggiosi dello shopping a dare la caccia ai regali natalizi. I più golosi invece, si indirizzano verso le caldarroste di Duilio in Piazza della Frutta: semplicemente le più buone della città.  È una giornata uggiosa, come spesso accade a quelle latitudini in prossimità del solstizio d’inverno. Freddo umido e cielo plumbeo, sono il contorno ideale in mezzo alla brughiera inospitale e poco curata dove sorge quell’ammasso di cemento e scarsa funzionalità che risponde al nome di Stadio Euganeo. 


AMORE E DEVOZIONE


Uno scenario che non ha nulla da condividere con gli spazi mozzafiato che si aprono dalla Tribuna Ovest dello “Stadio Silvio Appiani”, gioiello architettonico della Padova che fu. Un orizzonte da cui si ammirano, in tutto il loro splendore e rigore, le otto cupole cinque-seicentesche della basilica abbaziale di Santa Giustina. Devozione spirituale e liturgia pagana sovrapposte e sovrapponibili, perché la fede, a Padova, è una cosa seria. L’Appiani molto più di un semplice stadio. Meta di pellegrinaggio civile, teatro di drammi e gioie sportive, incuneato all’interno di Santa Croce, polmone verde e quartiere sofisticato ai bordi delle mura del ‘500 dal bastione omonimo. Con poco meno di centodue passi a nord-ovest si arriva in Prato della Valle, la piazza più grande d’Italia (o almeno così insegnano in città).

Lo stadio Silvio Appiani un posto del cuore, come spesso si legge tra i nostalgici sui social. Un posto dove si sono ammirati, a corrente alternata, combattenti e prodi, artisti e ardimentosi, leggende e imprese. Eccezionali, spesso, nella loro semplicità. Soprattutto creativa. Come il terzo posto in Serie A del 1958. Un capolavoro “pane, amore e catenaccio” firmato Nereo Rocco in panchina, Scagnellato a dirigere la difesa e in avanti il duo Hamrin-Brighenti a far diventare matti i metodisti dell’epoca. Il Silvio Appiani: un luogo in cui le lancette del tempo si sono fermate a Padova-Palermo, 29 maggio 1994, ultimo match ufficiale dell’Associazione Calcio Padova nella sua vera casa. Storia e nostalgia, temporalità e impudicizia, sole e fango, racchiusi in 105 metri per 68, in una mistica socio-storico-sportiva inarrivabile. 

Vista Appiani Calcio Padova.
La vista privilegiata dall’Appiani, con le cupole di Santa Giustina a fare da cornice ideale a uno stadio cittadino ormai diroccato: peccato capitale, mai digerito dai padovani (Foto: Stefano Segato – Unsplash)

Quel giorno di fine novembre, contro il primo Napoli di De Laurentis, all’epoca in C, vince il Padova di mister Renzo Ulivieri. Renzaccio è un burbero toscano, mai troppo amato dagli ultras patavini, ma in grado di portare il Bologna ai piedi della finale di Coppa Uefa sull’imbrunire del secolo. Siamo nel 1999. I Liquido, instant band tedesca nota per il riff di tastiera in Marioland mode di “Narcotic”, impazzano nelle hit parade di tutta Italia, D’Alema iscrive anche il tricolore nella “missione di pace Nato” in Kosovo, mentre il Milan a maggio conquista il suo sedicesimo tricolore.

Proprio nell’anno della scalata europea bolognese, dopo vent’anni dall’ultima risalita, il Calcio Padova sprofonda nel baratro della C2, al termine di una stagione al dir poco incomprensibile. È uno dei Padova più avvilenti di sempre, con gente come Saurini, Cornacchini, Suppa, persino il futuro campione del mondo Simone Barone nel roster. Partito per tornare subito in B, finisce fin dall’alba del campionato invischiato nei bassifondi del girone A per rimanerne poi definitivamente impantanato e retrocedere mestamente a maggio.

Nulla a che vedere con il Padova di quel novembre 2004. Pirotecnico e picaresco. Ricco di bucanieri e buoni prospetti che faranno parlare di loro in futuro.

Un esempio su tutti Davide Matteini protagonista nel 2007 della storica qualificazione in Coppa Uefa dell’Empoli di Gigi Cagni. Ad assistere al match con i campani ci sono quasi 8000 spettatori. Più del doppio della media stagionale di quell’anno. Il tifo organizzato della Tribuna Fattori, all’epoca in Curva Sud, accetta malvolentieri i tanti occasionali – ed esuli partenopei – presenti all’interno dell’impianto. 

«Do’ iera tuti?» il 28 aprile 2001 a Bolzano, si chiedono i fedelissimi, quando il Padova, dopo due stagioni da incubo in C2, ritorna in C1 trascinato da “Cavallo Pazzo”, al secolo Felice Centofanti, e l’accoppiata Pietranera-Gasparetto in attacco? Già, interrogativo retorico a Padova, città da sempre abituata a salire sul carro dei vincitori quando è già in piena corsa al grido «eh ma eo gavevo dito fin da subito mi!». Peculiarità da tifoso medio. Così diverso dai numerosi sostenitori che ogni domenica gridano a squarciagola dal settore dedicato a The Voice Gildo Fattori.

La Tribuna Fattori intona ‘Ma quando torno a Padova’ accompagnando i biancoscudati sul terreno di gioco.

Un modo di approcciare e vedere il tifo diverso rispetto alla massa. Antropologicamente e sociologicamente. Un mancato sceneggiatore gomorriano di bassa lega. Imbevuto della peggior retorica in stile Prendiamoci tutto quello che ci spetta”. A Padova basso profilo e camminamenti sulle acque si sintonizzano su lunghezze d’onda delta e gamma simultanee, senza interruzioni e logica. Niente da spiegare, niente da capire.

Tracotante di orgoglio da (s)vendere e distillare ai forestieri sulle imprese del calcio d’antan dei Panzer diretti da Nereo Rocco, appena 60 anni or sono, e badilate di rancore e acidità quando sfodera i ricordi di questi tre lustri di calcio fatto di lambade ed operette immorali. Equilibrio cosa? Bella domanda! Di certo non qui, dove al fianco della parola equilibrio c’è solitamente il sostantivo “chimera”. Diavoli o angeli, niente mezze misure. Un tifo da un lato sado-nichilista quando le cose vanno male, dall’altro uno scanzonato bricconcello, spaccone e buontempone quando le situazioni dicono bene. 

Nel Calcio Padova – e a Padova soprattutto – impera quello che in psicologia si chiama “Effetto Pigmalione”. Le auto-profezie avverantesi, in negativo, qui trovano terreno fertile. Fertilissimo. In questo territorio vige una narrativa singolare: padovani numeri uno, padovani sempre eroi. Contro tutto e tutti. Da sempre tartassati e martoriati da un sistema – a loro avviso – ingiusto e infame nei loro confronti. Poco importa se su questa retorica, abusata sin dall’alba dei tempi da virtuosi gestori di uomini come Brian Clough per arrivare ad oggi con José Mourinho de Setubal, poi si sfocia regolarmente nell’autocommiserazione senza limiti.

Le stagioni del Padova sono un continuo “Giorno della Marmotta” in salsa vittimistica e decadente. L’esempio è l’annata scorsa. Il ds Sogliano costruisce un carro armato per la categoria. Tracotanza incalcolabile, non ne parliamo baldanza. Tutti convinti: promozione diretta. “Semo i pì forti!” si sussurra ad ogni angolo di Piazza delle Erbe, plateatico tra i più suggestivi di tutta la città, incastonato tra la maestosità di Palazzo della Ragione e il Ghetto, quartiere simil Tubo a Zaragoza per la quantità abnorme e brulicante di cicheterie e bar.

Il campo racconta il ’20/’21 come un dejà vu di tante altre stagioni già vissute e viste. Sotto i porteghi di Via Roma, Via Umberto I e Corso Vittorio Emanuele II si pensa già agli scontri con Parma, Monza, Brescia, i derby con Vicenza e Cittadella. Il campionato sempre condotto in testa, nonostante qualche capitombolo imprevisto ed evitabile, conferma la tesi spocchiosa di qualche riga sopra. Il miglior attacco e la miglior difesa del girone rassicurano la tifoseria, ma ecco, a poche giornate dalla fine: patatrac.

Prima la discussa gara di Trieste, con il gol di mano convalidato ai padroni di casa. Poi la sconcertante sconfitta di Modena, che fa il paio agli episodi dei mesi prima, ed ecco che il primo posto e l’accesso diretto alla B sfuma come neve al sole. Il Perugia di Caserta ringrazia. Tutto da rifare, tutto da ricominciare. Storia già letta, già sentita, già vissuta. E se il 2009 con Totò Di Nardo nei panni di Superman regala ai tifosi un happy ending degno di un film hollywoodiano con Ben Stiller, questa volta il dramma è dietro l’angolo. In finale con l’Alessandria di mister Moreno Longo dopo 210 minuti ansiosi e agonici finisce ai rigori. Quello sbagliato da Gasbarro fa calare il sipario sui ragazzi di Mandorlini. Alla fine, è ancora serie C. Con buona pace per le lacrime tragicomiche di qualche professionista dell’informazione del loco. ‘Carro armato’, sì, ma ancora una volta tutto da smontare, riprogettare e rimontare.  

Vista Aerea Padova.
Il centro di Padova: il Palazzo della Ragione con il suo tetto forgiato dai Marangoni da Nave della Serenissima, dietro il Duomo, in lontananza l’orizzonte amico dei Colli Euganei (Foto: Stefano Segato – Unsplash)

DURI E PURI


A Padova spensieratezza e leggerezza non hanno dimora. Ne sa qualcosa proprio il match winner del pomeriggio autunnale contro il Napoli: Giampietro Zecchin da Camposampiero, paese di 11 mila anime mal contate a 20 e più km dal capoluogo, quasi al confine con le province di Treviso e Venezia. “Zecco” è uno degli ultimi district hero di questo trentennio da montagne russe. Fosse nato in un posto differente sarebbe divenuto una bandiera all’ombra della basilica di Sant’Antonio e della statua del Gattamelata, quest’ultimo capitano di condotta ed eroe d’epoca medievale al servizio della Repubblica Serenissima.

La partenza di Zecchin nel 2007 direzione Grosseto, in B, è un affronto storico-geografico non meno che umano. Ma come, un figlio di Padova e del Calcio Padova, fugge per una località balneare senza memoria nel mondo del pallone che conta, dopo aver rinnovato per 3 anni con il biancoscudo? «Almanco fosse ‘ndà in qualche grande città» sussurrano i capi anziani del tifo, traslando sul calcio la tipica mentalità patavina abbracciante un po’ tutti i ceti cittadini e in particolare quello della cosiddetta ‘Padova Bene’ che, terminata la maturità, veleggia alla conquista del mondo universitario metropolitano. Milano o Roma poco cambia, perché ci sono tre fattori comuni in quest’avventura: schei tanti, pensieri pochi e paura mai. E se non sarà un trionfo, poco male.

Padova è un nido caldo ed accogliente per chi torna a casa dopo i suoi (in)successi. Sempre pronta a riaccogliere i propri figlioli prodigi più sfortunati come dei munifici regnanti. 

Meglio sgomberare subito il campo da equivoci: nel caso Giampietro Zecchin niente di tutto questo è accaduto. Attualmente è l’allenatore del Mestre, serie D, dopo la fallimentare esperienza alla Manzanese. D’altronde il padovano è un individuo che mal accetta la scarsa considerazione che gli riserva il resto d’Italia e del mondo, perché l’ambizione e una certa saccenteria sono – spesso – il sale per chi cresce camminando tra i ciottoli minuziosamente incastonati del Liston, il salotto pedonale di Padova che si sviluppa da Piazza “Ricordi” (Garibaldi per Google Maps) a Prato della Valle. Una bisettrice in grado di dividere e unire al tempo stesso il centro cittadino in tanti piccoli microquartieri brulicanti di storie e racconti, multiculturalità e ricchezza artistica.

Bevendo un’ombreta di rosso sotto “El Salon”, il mercato coperto attivo da otto secoli che affetta in due Piazza delle Erbe e della Frutta, si percepiscono nitidamente i sentimenti che contraddistinguono chi popola queste superfici. Padova capitale morale e sociale di ogni regola e ragione dell’essere. Popolata da gente semplice, ma al tempo stesso altera. Rigurgitante di orgoglio e superbia, imbroglio e protervia. Caratteristiche che spesso anche i giocatori che indossano la maglia biancoscudata, fanno proprie, riversandole in campo con alterne fortune.

Salone Padova
Il ‘Salone’ immerso nella pace irreale dell’alba. Durante il giorno, il mercato coperto del centro di Padova, brulica di gente e vibra di vita (Foto: Vito Alberto Amendolara)

VANTO E POSA


Se il Tifoso Padovano Duro e Puro si definisce diverso, tanto nel bene quanto nel male, il Tifoso Patavino Medio è un mignottone pazzo (credits Michela Giroud). Definizione inelegante, forse, ma calzante per questa bislacca specie di supporter. Come quelle ragazze o quei ragazzi che amano farsi vedere sui social sorridenti e brillanti, anche se nel cuore vi è la depressione caspica. Il tutto per mettere in mostra il loro lato migliore, cioè quello finto. Perché a Padova la forma vale più della sostanza. Empatia maggiore del contenuto, come ogni buon cacciatore di teste riconosce nel momento della scelta tra il talento relazionale e la preparazione contenutistica. Con buona pace dei primati per cui è famosa la città, come la prima donna laureata della storia, Elena Lucrezia Cornaro nel 1678 o l’Orto Botanico sorto del 1545. 

Un tifoso che vive di apparenze e specchi riflettenti, in linea con l’atmosfera urbana. Deve mettersi in mostra, con in sottofondo il ronzio sibilante “so figo, so beó, so fotomodeó”. È un fan moderno, con l’attico dei ricordi sempre ben arredato a colpi di frasi mantra del tipo «eh, ma Del Piero all’Appiani…» (anno di grazia 1992) o «El Shaa ci porta in A se quel mona di Del Canto non lo cambia a Novara» (playoff promozione del 2011). Si reputa forte, eroico, ma non sa bene per quale motivo tenga per il Padova, se non per vago orgoglio patrio che si traduce nell’acquisto dell’autoreferenziale t-shirt goliardica “mamma mi ha fatto bello, sano e padovano”.

Soffre il giusto perché la sua squadra negli ultimi 50 anni ha fatto solo due anni di serie A (1994-1996), ma si vanta ancora per la prestigiosissima amichevole estiva contro il Real Madrid del 3 agosto 1991. Un caldo dell’ostia, ma ‘ndemo, questa xe roba che sul resto dell’A4 veneta si sognano. Hierro è il comandante della medular del Madrid, mentre della Quinta del Buitre sono rimasti ancora Sanchis, Emilio Butragueno e Michel. La storia si vive a Padova. Il risultato finale conta poco. Per il popolo patavino è un momento di vanto irripetibile. Ed è solo l’antipasto degli anni che stanno arrivando a coronamento dell’epopea del patron Puggina, cominciata nel 1986.

Alexi Lalas Calcio Padova.
Alexi Lalas è stato il primo Yankee del nostro campionato. Più per posa che per valore, icona pop dell’ultimo Padova visto nella serie regina (Foto: Wikipedia)

A tratti sembra di essere tornati in piena Belle Epoque rocchiana. Lo spareggio di Cremona contro il Cesena del 15 giugno 1994 è l’apoteosi di un’intera provincia. Padova è finalmente dove i suoi cittadini pensano debba stare: nel massimo palcoscenico nazionale calcistico. Sandreani dirige un’orchestra improbabile tecnicamente, ma dagli attributi cubici. Alcuni protagonisti di quell’amichevole all’Appiani costituiscono il nucleo fondante con cui il Padova riconquista quella serie A. C’è il capitano Damiano Longhi, c’è il suo fido scudiero Carmine Nunziata, c’è Giuseppe Galderisi, c’è Filippo “Pippo” Maniero, c’è Ezio Dal Bianco (come portiere di riserva). Escluso Maniero, nessun nativo di Padova o dintorni. Nemo propheta in patria. Detto trito e ritrito, ma tutt’altro che banale in ambito sportivo.

Da Maurizio Coppola a Vladimir Grbic, da Felice Centofanti a Walter De Raffaele, da Fulvio Simonini a Ludovic Mercier, la lista degli “stranieri” di successo sulle rive del Bacchiglione è folta e piena di belle storie. Gli eroi indigeni, invece, sono relegati a reietti o vengono estratti come il coniglio dal cilindro solo in tempi di Olimpiadi per le classiche interviste di rito sul Mattino o sul Gazzettino di Padova. Basti chiedere ai vari Galtarossa, Pasinato o Galiazzo.

Più facile imporsi per chi arriva da fuori, anche in ambiti lavorativi diversi dallo sport. Ingredienti indispensabili per il successo? La faccia tosta giusta, per non dire come il culo, un pizzico di supposta genialità e senza meriti apparenti, se non la stima empatica dei superiori, la carriera è bella che segnata. Il tutto con buona pace della filastrocca che ogni bocia impara fin dalla tenera età: 

“Veneziani, gran signori; Padovani, gran dotori; Visentini, magna gati; Veronesi… tuti mati…”. 

Dotori e putane, dotorese e putani, alcolismo e putane. Rigorosamente senza doppie, perché in Veneto le doppie sono un accessorio e a Padova, un tempo una delle zone industriali più ricche d’Italia, sono una perdita di tempo. Qua «il lavoro bisogna meritarseo, no xè regaea come aa casa de Barbie» sosteneva Pennacchi, in una visione forse arcaica, ma gustosa, del tessuto sociale di Padova e dintorni. Padova a gambe aperte, Padova che si diverte, incapace di comprendere i sacrifici delle sue eccellenze ed invidiosa per natura del successo altrui. Padova provincia agricola, Padova città progressista, tra campanilismo da discount e ostentazione territoriale illuminata.

L’indimenticabile spareggio con il Cesena per conquistare finalmente la Serie A.

Peccato che qui, più che illuminazioni culturali di cartapesta, l’unica cosa che conta tra terra ed acqua “xe i schei”. Questi ultimi mettono d’accordo un po’ tutti. Trasversalmente. Guai al mondo “farse ea guerra par monade” o per rivalità parrocchiali buone per i match in seconda categoria alla domenica tra San Lorenzo ed Albignasego Ferri. A Padova – e paeselli limitrofi – ci si manda in “mona”, ci si offende costantemente e il mattino dopo amici come prima. Con la consapevolezza di essere – in fondo – fortunati a condividere quest’angolo eletto del mondo anche con “el vissin che me sta sul cueo!”  

Forse anche per questo l’Associazione Calcio Padova è l’unico collante identitario della zona. La rincorsa del Cittadella, che nell’ultimo ventennio ha risucchiato fette di appassionati dell’Alta Padovana è lontana da essere qualcosa di veramente credibile. Seguire il Calcio Padova è condannarsi alla sofferenza per principio. Lanciati a folle velocità nei dedali del club più schizofrenico d’Italia. Senza protezioni e con magoni – perenni – allo stomaco. Gli stessi che assalgono i neo-arrivati in centro ai primi incontri con spritz e patatine, in tiepide serate di inizio maggio, per il ciottolame della città fondata dall’intrepido eroe omerico Antenore. Perché lo spritz, al netto dei folli rincari che si trovano in giro per lo stivale, qui è ancora pozione lisergica a buon mercato ed accessibile per tutte le tasche. Da prendere rigorosamente in piedi sotto i porteghi dei tipici bar del Ghetto oppure nella contigua Piazza della Frutta. Magari accostato ad un folpetto sale e limone dal sapore gallego, più che veneto-serenissimo. 

Padova inclusiva, Padova esclusiva, Padova caleidoscopica, Padova arrogante con i più deboli e zerbina con i potenti.

Il calcio livellatore sociale, con buona pace degli altri sport. Vedi il rugby, un’istituzione che vive di fulgori passati, ma decisamente elitaria. Una Eton mancata della palla ovale che guarda con malevolenza l’erba verde e ricca della vicina Treviso. Il volley si accontenta di essere un ambiente meno posh, tirando a campare al grido “vorrei, ma non posso” e facendo incetta di titoli nelle giovanili. Chi invece non campa più, da almeno 30 anni, è il Petrarca Pallacanestro, scomparso dai parquet con il marchio Floor in A2 a metà anni 90, annichilito nella memoria dopo la cessata attività del 2019 ed ora in vana risalita con le giovanili. Per pallanuoto, football americano, pallamano e scherma vale un po’ il discorso fatto per il rugby: attività buone per colletti viziati e benestanti, ma non discipline in grado di emozionare le esigenze di protagonismo nazionale del capoluogo. 

Petrarca Rugby.
Il Petrarca Rugby è eccellenza nazionale della palla ovale ed espressione dell’élite della città.

PATATA BOLLENTE


Già, ma allora che cosa manca al Calcio Padova per essere la nuova Udinese o il novello Sassuolo? O perché no, una polisportiva simil Real Madrid o Barcelona? I potenziali investitori no. Anzi. Il volgo è florido in termini economici ed imprenditoriali. Servono motivazione e voglia, oltre ad una certa audacia. E poi pazienza, idee, progetti e passione. Quest’ultima magari declinante al romanticismo e non alle scorribande interessate di avventori dalla moneta facile. Il tifoso patavino ti direbbe «eh, ma no ghe xe più Puggina come na volta». Vero, il presidente della rinascita yuppie del Padova è il modello che ogni supporter del luogo vorrebbe vedere al comando, ma è il 2021. Il mondo è cambiato ed ora Puggina torna buono per petizioni sull’intitolazione dello stadio, dopo la sua scomparsa a 99 anni nel maggio 2020. 

Pazienza, idee, progetti, passione si diceva: tutti termini stantii, letti così, ma che tradotti in numeri precisi – magari – possono invogliare el bauco de turno a fare quel passo che molti anni addietro fece Squinzi in provincia di Modena proprio con il Sassuolo. Senza paletti amministrativi, ma con genuina libertà di iniziativa. Per info sul tema chiedere al cavalier scledense Cestaro e il progetto di più di un decennio fa della cittadella dello sport al fianco dell’Euganeo. Un’utopia di riqualificazione di una zona di Padova, scalcinata e depressa, rimasta chiusa a chiave nel Gabinetto del Sindaco per lustri e ripresa in mano solo ultimamente. 

For the great desire I had to see | fair Padua, nursery of arts, I am arrived… | and am to Padua come, as he that leaves | a shallow plash to plunge in the deep, and | with satiety seeks to quench his thirst.”

(Per il grande desiderio che avevo di vedere | la bella Padova, culla delle arti sono arrivato… | ed a Padova sono venuto, come chi lascia | uno stagno per tuffarsi nel mare, ed | a sazietà cerca di placare la sua sete)

William Shakespeare, The taming of the Shrew (La bisbetica domata).

Almeno qualcosa si muove, citando imprecisamente Galileo Galileo, noto a queste latitudini per la cattedra di matematica all’Università e i grandi studi di supporto alle teorie copernicane tra il 1592 e il 1610. Chi non si avvicina o studia il sole Calcio Padova, per paura di scottarsi politicamente, sono le amministrazioni comunali. Una rapsodia con tanti protagonisti. Flavio Zanonato, Giustina Destro e Ivo Rossi, al netto delle diverse fazioni di appartenenza, hanno tutti preferito mettere in pausa il progetto piuttosto di metterlo in musica. Armonie e melodie diverse con Bitonci e Giordani.

Il primo ha tentato – fallendo – di spostare il Padova dall’Euganeo al Plebiscito con il supporto delle frange ultras, politiche e non, della città. Giordani ha preferito lavorare rumorosamente sottotraccia. Non ascoltando la reclame, bensì cavalcando altre onde. Merito, se così si può dire, anche dell’ex numero 8 di Treviso e Padova negli anni ’90, l’avvocato Diego Bonavina. L’attuale assessore con delega allo sport ha tentato di muoversi nel magma ereditato dalla giunta leghista capitanata dall’ex sindaco di Cittadella, puntando al pragmatismo e recuperando una parte dei progetti pensati proprio da mister Famila, Marcello Cestaro. Meglio tardi che mai. Il quasi completamento dei lavori di ammodernamento dell’Euganeo e la costruzione di un palasport di 1200 persone per il basket sono un piccolo raggio di speranza per il futuro. Solo il tempo dirà se la strada intrapresa è quella giusta, in un luogo dove gli egoismi e i personalismi sono all’ordine del giorno. 


TROPPA BELLEZZA


In fondo Padova, fin dalla seconda metà degli anni ’70 con Giussy Farina al comando, è terra di sport per mancati attori con tornaconti di immagine o brigantelli incamiciati ben profumati. Gente generosa anche, pronta ad aprire i cordoni della borsa, ma non sempre animata dai propositi appassionati tanto invocati in questi tempi di Superlega e slogan ripetitivi in salsa “no al calcio moderno, no alla pay tv”. Eliminando dalla gaussiana il caso Penocchio, con il fallimento pilotato e annunciato del 2014 e l’attuale gestione, gli altri presidenti succeduti in questo trentennio sono degni protagonisti dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Dal medico Cestaro, al suonatore Giordani (si l’attuale sindaco della città, Patron negli anni ’90), al (non) matto Cesarino Viganò, spalleggiato dal gatto e la volpe Corrubbolo e Fioretti, fino ad arrivare al chimico Roberto Bonetto, ultimo numero 1 vincente di questi anni viziosi e capziosi a tinte biancoscudate. Il minimo comune denominatore è sempre stato lo stesso: un’ode al non costruttivismo calcistico a favore della completa estemporaneità tecnica e gestionale. 

Il presente attuale parla in franco-armeno-libanese nella proprietà di Joseph Oughourlian (di stanza a Londra per i suoi affari) e con Boscolo Menaguolo nel ruolo di presidente. From London to Padua with love e milioni di euro. Basta utilizzarli bene quest’ultimi. Al netto della debacle ancora fresca, la voglia di riprovarci pare esserci, ma dopo nove mesi nevrotici e impervi come quelli dell’anno scorso, con quale spirito si riparte? Bella domanda. L’obiettivo di trattenere i Ronaldo, i Dalla Latta, i Saber è stato compiuto. C’era da puntellare qui e là ed è stato fatto con Donnaruma Senior, Monaco, Kirwan, Settembrini, Busellato e Ceravolo. Ora c’è da rimettere in posa il mosaico ed attendere. A Pavanel, che tanto bene ha fatto tra Arezzo, Triestina e Feralpi Salò, l’arduo compito, in una piazza impaziente e spesso insipiente, di costruire qualcosa di solido e vincente. 

Perché parlare o scrivere di Calcio Padova è complesso.

C’è chi sostiene – a ragione – che il Calcio Padova è un sentimento, una seconda pelle, uno stile, la cosa più bella della vita, come cantano i ragazzi della Tribuna Gildo Fattori. Quest’ultimi eredi degli storici gruppi del tifo biancorossi nati a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Padova in questo è sempre stata un’avanguardia a tout court. Terreno fertile per venditori di fumo e dispensatori di piombo. Padova come Beirut, tra il 1968 e il 1980, dove tra autonomi, anarchici, brigatisti e fascisti, non si sa dove e come girare. Tenere il passo di queste orde di (dis)impegno sociale e violenza è esercizio difficile per una città da sempre ripiegata su sé stessa e al tempo stesso ribollente di anime inquiete. 

Piazza Duomo funerali Strage Piazza Fontana.
L’immagine struggente dei funerali in Piazza Duomo a Milano delle vittime della Strage di Piazza Fontana. Gli ordigni fatti detonare alla Banca Nazionale dell’Agricoltura furono assemblati proprio a Padova, con componenti acquistate in una storica bottega situata ancora adesso a pochi passi da Prato della Valle.

Toni Negri e le cene alla Trattoria al Gottino in via del Santo tra bombe carta e occupazioni di Scienze Politiche a tempo perso. Gli agguati a Lettere all’interno di Palazzo Maldura in zona Piazza Mazzini, tra un dibattito su Boudelaire e una lettura acritica di Marcuse. E come tralasciare le resse, per non dire risse, quotidiane a Psicologia, adagiata tra le rive droit et gauche del canale Piovego, nel quartiere universitario Portello dal fascino un po’ parisien tardo decadente, un po’ scannatoio. Ogni giorno qualcosa da scrivere, raccontare, liberare, vivere. L’università il ring prediletto dove scontrarsi, scoprirsi ed auto analizzarsi, per la gioia dei quieti governi cittadini a guida democristiana, sempre intenti a minimizzare o perlomeno gestire in modo sordo, quando non sordido, le contraddizioni della realtà. 

Occhi bendati per una città che senza studenti e immigranti lavorativi arriva a malapena a 200.000 abitanti, mentre a pieno regime sfonda quota 300.000. D’altronde Padova è la città dei “senza”. Il caffè senza porte, il Pedrocchi, palcoscenico prestigioso e luccicante del Risorgimento lombardo-veneto. E prima ancora il miglior Caffè d’Italia, secondo Stendhal. Il Prato senza erba, con la sola Isola Memmia a spruzzare di verde una piazza di cemento. Infine Il Santo senza nome, perché spesso per le cose belle, come la Basilica di Sant’Antonio, non c’è grande bisogno di parole. Già, le parole. Quelle che mancano quando si passeggia per Riviera Paleocapa verso la Torre della Specola provenendo da Corso Milano. Al calare del sole o in una domenica pomeriggio pigra e umida di febbraio sembra di essere immersi in un dipinto di Monet. 

Poesia e romanticismo si mescolano in una tavolozza di smeraldo e nocciola da sciogliere anche i cuori più impermeabili all’incanto. Acqua da una parte, storia dall’altra, con i palazzi settecenteschi trasudanti di racconti e chissà cos’altro alla guardia di tanta magnificenza. Poesia e magia fuse, come negli affreschi giotteschi che colorano, abbagliando, la Cappella degli Scrovegni, ben descritti da Marcel Proust nella sua “Recherche”:

Dopo aver attraversato in pieno sole il giardino dell’Arena, entrai nella cappella di Giotto, dove l’intera volta e gli sfondi degli affreschi sono così turchini da far credere che la radiosa giornata abbia, anch’essa, oltrepassato la soglia insieme al visitatore e sia venuta per un attimo a porre all’ombra e al fresco il suo cielo puro, solo un poco più profondo, perché libero dalle dorature della luce, come in quelle brevi pause che interrompono le più belle giornate, quando, pur senza che sia comparsa nessuna nube, come se il sole un attimo avesse volto altrove il suo sguardo, l’azzurro, ancora più dolce, si oscura”.

Marcel Proust, Recherche.

Cappella Degli Scrovegni, Padova.
L’incanto della Cappella degli Scrovegni. Il capolavoro di Giotto è stato il riferimento principale per Michelangelo nella realizzazione della Cappella Sistina.

Sfolgorante cartolina di una città piena di incanto, celato anche fin troppo gelosamente. Capace di lasciare a bocca aperta qualsiasi avventore, ma incapace di essere definita e amata per quello che è dai suoi cittadini. Forse per troppa bellezza, forse perché il padovano è un incontentabile cronico.

Il termine senza, in fondoè un passpartout. Un’offerta lessicale per provare ad afferrare l’essenza di questa città composta da tante anime accatastate nel tempo. Da novella Amsterdam in epoca moderna a polo principe della piccola media industria meccanica, passando per la definizione di Liverpool italiana a metà anni 60 grazie all’orda di band sorte nel movimento giovanil-musicale della Bacchiglione Beat. Lì dove a Padova c’era la noia e l’erba, ecco un profluvio di ragazzi che cantano o imitano i Beatles e i Rolling Stones. Anche meglio del Gianni Nazionale, ma senza i suoi buoni uffici in RAI. 

Padova periferia innamorata di sé e del prossimo. Piena di controsensi, come il genere umano insegna.

Garbata e fredda, elegante e ingannevole. Per difesa e per timore, oltre che per vanità. Ambiziosa e affamata di riconoscimenti e amore, di significati, epica e vita. Sempre pronta agli imprevisti, viscida e baldanzosa, con la testa alta e il petto in fuori in giro per il mondo. Padova folle nei suoi sentimenti bulimici ed insensata nelle sue passioni. Come quella per l’Associazione Calcio Padova. Anche in direzione ostinata e contraria. Tra locura e tortura, quieto vivere e pura inquietudine, ecco il sogno: una squadra vincente e divertente. Da guardare e da leggere nei libri di storia. Per ricordare che “Chi che ga visto Padova/No poe scordarla più”. Anche in un grigio e umido pomeriggio di novembre. 

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