Il Levin Domain, piccolo stadio dell’omonima cittadina sulla Highway 1, direzione Wellington, ha un sussulto. I beniamini del pubblico di casa le stanno buscando di santa ragione da avversari nettamente più forti. Questi sono professionisti, qualcuno di loro addirittura si è fregiato più volte della felce argentata sul cuore. Colpo di scena: uno degli enfants terribles del paese ha ricevuto palla e ha praticamente mandato al bar metà squadra avversaria. Come fai a non esultare davanti alle gesta del bimbetto che hai visto crescere dietro casa tua appena fa una cosa del genere?  Come fai a non considerarlo un tuo figlio adottivo? La meta la trasforma pure, è il numero 10 titolare e ha soli 17 anni. Gli avversari lo guardano straniti, si chiedono da quale parte del mondo esca quello sbarbatello. Qualche anno più tardi, in altri emisferi e in altri sport, quell’espressione la replicheranno degli sconvolti Red Devils alla prima conoscenza di un certo  Cristian Ronaldo dos Santos Aveiro, allora giocatore dello Sporting di Lisbona. E nel 1993, a Levin, l’allenatore avversario, che è rivettato in panchina e ha appena subito insieme ai suoi ragazzi una delle mete individuali più belle mai viste, si gira dal suo staff. “Quello lì. Anche domani”. Come un certo Alex Ferguson col portoghese di cui sopra, altri emisferi e altri sport, ma stessa lucidità nel percepire la grandezza in divenire. Auckland, perché di Auckland stiamo parlando, vincerà quel match per 80 a 17, ma il risultato ha un’importanza marginale visto che Graham Henry, che è il mister in questione, si schioda dalla panchina e decide di portarsi a casa praticamente in spalle il numero 10 avversario, al secolo Carlos James Spencer. State alla larga, amanti delle geometrie e delle calcolatrici. E state alla larga anche voi, amanti del lieto fine (sportivo) e della lacrima facile. Non è cosa per voi, non è cosa per cuori in diffida.

Carlos Spencer non usava la moto solamente in campo

Carlos Spencer usava la moto in campo per seminare gli avversari, ma non solo

Spencer arriva alla corte di Henry nel 1994 e in tanti si rendono conto che questo non può essere un giocatore come tutti gli altri. Già a partire dal nome, Carlos, nome che richiama rodei e arene che a Auckland hanno visto solo in cartolina. Ma non c’è solo questo. Il ragazzino ha un’ottima base tecnica, cosa fondamentale a queste latitudini, a cui abbina una fisicità che a metà anni ’90 non è così frequente vedere in un mediano d’apertura: sono 100 chili di muscoli e di cervello applicati su 184 centimetri di altezza. A questo aggiungete linee e angoli di corsa inusitati se non nel più scafato dei trequarti. Ah, ultima postilla: il ragazzo, dicevamo, è di Levin, una delle patrie neozelandesi del surf, terra si dice colonizzata secoli or sono da una comunità pseudo-hippy. Ecco, se tutto questo fosse vero (e ci piacerebbe tanto lo fosse) in campo lui mostra tutte le sue radici: non fa quasi mai una cosa per due volte di seguito, la palla te la nasconde sotto il naso e quando ti rendi conto di dov’è sei già bello che saltato. Due giocate su tutte: a Genova riprende un suo calcetto a scavalcare dopo aver saltato la prima linea di difesa azzurra. Solo che quell’ovale non ha mai toccato il piede. Il pallone se l’è portato avanti col ginocchio, ma se ne rendono conto tutti solo al terzo replay. In Inghilterra, verso la fine della carriera, riceve un pallone troppo arretrato, naviga indietro ma sorprende la difesa avversaria con una rovesciata e fa ripartire l’azione in vantaggio numerico. Praticamente il famoso gol di Michel Platini all’Ascoli riscritto con la palla ovale.

La rivalità tra Springboks e All Blacks in uno scatto

La rivalità tra Springboks e All Blacks racchiusa in uno scatto

Stiamo parlando di un maori con le sinapsi di un brasiliano allenato da Telé Santana. Un’iradiddio, sarebbe titolare ovunque. Solo che pare che in Nuova Zelanda in ogni generazione ci sia un prescelto, uno con cui Madre Natura e Padre William Webb Ellis esagerano di brutto. Un prescelto e almeno due o tre fenomeni dietro che non trovano posto. È il destino di Frano Botica, che si trova davanti Grant Fox. È il destino di Nick Evans, giocatore meraviglioso in grado di sgelare i cuori dello Stoop, quartier generale degli Harlequins, ma non di essere profeta in patria. Ed è il destino di Carlos Spencer, che ha la sola sfiga di essere quasi coetaneo di Andrew Mehrtens, autentico compositore di endecasillabi in quel di Christchurch e giocatore che di fatto cambierà il significato della maglia numero 10 negli ultimi vent’anni. Non è cosa. Spencer si guadagna comunque i suoi caps, debutta contro i Pumas argentini e questi non hanno armi nemmeno per uscire sui loro piedi. Ma visto che la sfiga ci vede benissimo, il numero 10 si infortuna alla vigilia della Coppa del Mondo 1999. Spencer gravita tra la selezione Maori e qualche scampolo di test-match. Fino al 2003, l’anno in cui i Blues vincono i Super 12 e gli All Blacks portano a casa il Tri Nations. Mehrtens non c’è, ha problemi personali, tocca a King Carlos, come lo chiamano i tifosi. E John Mitchell, ct neozelandese, gli costruisce attorno una Nazionale solida e spettacolare. I trequarti sono quasi tutti di marca Blues: ci sono Mils Muliaina, Doug Howlett, Joe Rokocoko, Rico Gear. Capitan Tana Umaga, dagli Hurricanes, dai Crusaders arrivano Leon MacDonald e un ragazzino di 21 anni, chiamati a sopperire alle eventuali carenze al piede di Spencer. Resta fuori uno come Chris Cullen. Avercene. Ha ragione Mitchell, Spencer dà spettacolo e tira fuori il meglio dalla sua linea arretrata. Nel girone soffrono solamente contro il Galles, arrivano ai quarti senza sforzo apparente. Con gli Springboks è battaglia, ma gli All Blacks sono superiori e a pochi minuti dal termine si è sul 22 a 9. Poi King Carlos decide che quello è il suo Mondiale: a cinque metri dalla linea di meta sudafricana riceve un pallone abbastanza prevedibile da Justin Marshall, mediano di mischia. Spencer è girato verso l’interno, ha già un sudafricano addosso. Lui riceve, non guarda e fa passare la palla tra le gambe. Rokocoko capisce tutto e vola in bandierina, con i sudafricani che proprio non se l’aspettavano. Giù il cappello. La semifinale vedrà ancora una volta protagonista il numero 10 neozelandese. No, non fraintendete. Passaggio lungo a difesa schierata, intercetto e meta di Mortlock per i Wallabies. In finale ci vanno loro. Vi avevamo detto di stare alla larga, amanti del lieto fine e della lacrima facile. Non era cosa per voi, non è cosa per cuori in diffida. Gli All Blacks arriveranno terzi, la carriera con la maglia nera per Carlos è praticamente agli sgoccioli. Nel 2005 se ne andrà a in Inghilterra a Northampton non prima però di aver aiutato la selezione Maori a battere i Lions nel tour dello stesso anno.

Cos'è la bellezza?

La regalità nell’atto pratico di un numero 10 degno di tale maglia

Con gli All Blacks non è più cosa. “Quello lì. Anche domani”. Testo e musica (di nuovo) di Graham Henry. Come un certo Alex Ferguson, altri emisferi e altri sport, ma stessa lucidità in panchina. L’unica differenza è che ora la panchina di Henry non è più quella di Auckland. Né quella del Levin Domain, da dove tutto partì in quell’aprile del 1993. Dal 2004 siede sullo scranno degli All Blacks, decide lui le selezioni. E “Quello”, questa volta, è un ragazzino di 21 anni, già titolare alla Coppa del Mondo del 2003. Viene dai Crusaders, è considerato l’erede di Andrew Mehrtens sia per la divisa dello stesso colore che per la capacità di comporre sinfonie mai sentite prima d’ora su un rettangolo verde.

Il ragazzino in questione si chiama Dan Carter. Sir Graham Henry, come qualche altro Sir di cui sopra, non si smentisce mai.