In quest’ultimo periodo di rivendicazioni di diritti civili la riscoperta della vita (e della lotta) di Nelson Mandela appare una lezione sicuramente più utile rispetto all’abbattimento o imbrattamento di statue e monumenti. A proposito di sport, non tutti sanno che proprio due discipline hanno accompagnato due momenti focali nella lotta di Madiba; calcio e rugby hanno infatti caratterizzato le fasi fondamentali del suo cammino verso il superamento dell’apartheid, ovvero la resistenza durante i 27 anni di prigionia e la costruzione di un Sudafrica unito.

 

 

Mandela nasce nel luglio 1918 nel villaggio di Mvezo da una famiglia della nobiltà xhosa, e nel nome Rolihlahla, ovvero “Combina guai”, porta già i segni del destino; il cognome è ereditato dal nonno paterno, mentre soltanto alle scuole elementari è ribattezzato Nelson. A ventitré anni, di fronte ad un accordo di matrimonio combinato con una ragazza di un altro villaggio, fugge dalla campagna per trasferirsi a Johannesburg dove si iscrive alla facoltà di giurisprudenza. In una sorta di ispirazione all’ideale ellenico della kalokagathia accompagna agli studi in legge la pratica del pugilato, una passione che lo porterà poi a ricevere gli omaggi dei suoi idoli sportivi, Muhammad Alì e Joe Smocking Frazier.

 

 

Mandela si esercita con uno sparring partner

 

 

In realtà egli non si stabilisce proprio a Johannesburg, bensì a Soweto, abbreviazione di South Western Townships, uno dei tanti ghetti neri sorti all’ombra della città dei bianchi e nemmeno indicati sulle cartine. La baraccopoli alla fine degli anni ’40 è in rapida espansione, mentre la vittoria del National Party alle elezioni del 1948 ha comportato un inasprimento delle misure di segregazione razziale.

 

 

L’apartheid si regge sulla separazione nelle strutture pubbliche, sulla registrazione anagrafica in base all’etnia (bianchi, coloured, indiani e neri) e sul divieto di abitare nelle stesse zone; quest’ultimo provvedimento provoca un’enorme crisi abitativa per la popolazione nera, la cui assistenza diviene la ragion d’essere dello studio legale fondato da Mandela insieme all’amico Oliver Tambo dopo la laurea nel 1952. Nel frattempo è iniziata la sua attività nell’Africa National Congress, la principale sigla di opposizione al governo sudafricano. Già segretario della lega giovanile del partito, in quegli anni è ritratto mentre brucia il suo pass book, ovvero il salvacondotto con cui i neri possono attraversare le zone loro interdette, nonché simbolo materiale della discriminazione razziale.

 

In seguito ad una soffiata, anche Mandela viene catturato e, dopo un processo per sabotaggio e tradimento, viene condannato all’ergastolo nel 1964

 

La sua linea politica è volta alla dialogo, ispirata alla resistenza non violenta già promossa da Gandhi. Tuttavia, dopo il massacro di Sharpeville in cui la polizia apre il fuoco sui dimostranti neri, uccidendone settanta, Mandela abbandona gli abiti borghesi ed indossa la mimetica come Che Guevara; il pacifismo si è dimostrato infruttuoso, così la fondazione della “Lancia della Nazione”, frangia militare dell’ANC, inaugura la lotta armata nel 1960. Seguono anni di latitanza, mentre si scatena un’ ondata di arresti e processi con cui il governo cerca di decapitare i vertici delle diverse organizzazioni anti-apartheid.

 

 

In seguito ad una soffiata anche Mandela viene catturato e, dopo un processo per sabotaggio e tradimento, viene condannato all’ergastolo nel 1964; la pena deve essere scontata a Robben Island, uno sputo di terra a tredici chilometri da Città del Capo. Qui, per i detenuti politici, la quotidianità è scandita dall’alternarsi tra i lavori forzati e la cella di isolamento; i secondini si fanno chiamare baas (“padroni”) dai kaffir (“negri”), una realtà coerente con quanto avviene nel resto del paese.

 

 

I carcerati aspettano il sabato, quando finalmente si riposano dalle fatiche nella cava: la speranza è rappresentata da un gol ed il pensiero vola libero oltre le sbarre alle finestre ed il filo spinato, inseguendo un pallone che gonfia una rete da pesca. Nel 1966 i campionati tra detenuti sono organizzati dalla Makana Football Association, federazione nata dal ritrovamento di un regolamento della FIFA nella libreria della prigione.

 

 

L’unica testimonianza fotografica del calcio a Robben Island negli anni ’60 (Common Goal).

 

 

Nelle squadre si mescolano gli appartenenti alle diverse fazioni del movimento di opposizione all’apartheid, contribuendo ad accrescere il valore simbolico del calcio in Sudafrica; infatti il football era già considerato lo sport d’elezione della maggioranza nera, in antitesi all’odiato rugby, orgoglio dell’etnia dominante degli Afrikaner. Inoltre la maggior parte delle manifestazioni contro il regime di segregazione razziale si svolgeva proprio sui campi da gioco nelle townships. In realtà per Mandela ed i suoi più stretti collaboratori assistere alle partite è una chimera, così come seguire alla radio le edizioni dei Mondiali; da Inghilterra 1966 a Messico 1986 si giocano sei edizioni, prima della sua scarcerazione nel febbraio 1990.

 

 

Nel frattempo, l’inasprimento delle sanzioni economiche, l’isolamento internazionale ed il movimento “Free Mandela Campaign” che raccoglie proseliti in tutto il pianeta, mettono alle strette il governo sudafricano, che decide di scendere a patti con il nemico, cioè l’ANC. Prima nella minuscola cella di Mandela a Robben Island, poi nella sua nuova detenzione sulla terra ferma, si pongono le basi per trovare un accordo politico che permetta al paese di superare pacificamente il regime di Apartheid. Le trattative si svolgono nella massima segretezza allo scopo di non destabilizzare ulteriormente una società che ogni giorno, in seguito a scontri e regolamenti di conti tra le diverse fazioni, deve contare morti e feriti.

 

Nel 1993 è insignito del premio Nobel per la pace, insieme al presidente uscente De Klerk, che occuperà il ruolo di vicepresidente nel nuovo governo di unità nazionale.

 

Soprattuto, la diffidenza iniziale tra le parti è estrema. Nonostante le tensioni si prosegue lungo la strada del compromesso, il cui primo passo agli occhi dell’opinione pubblica è rappresentato dalla liberazione di Mandela, che avviene l’11 febbraio 1990. Quando egli riacquisisce la libertà, ha 71 anni e molta fretta di recuperare il tempo perduto. In vista della elezioni del 1994 inizia un lungo tour attraverso le strade del Sudafrica, dove è celebrato anche da un crescente numero di bianchi; nei numerosi discorsi tenuti, nonostante le richieste dell’ala più estrema dell’ANC, ripudia la lotta armata e parla apertamente della necessità di una transizione pacifica.

 

 

Nel 1993 è insignito del premio Nobel per la pace, insieme al presidente uscente De Klerk, che occuperà il ruolo di vicepresidente nel nuovo governo di unità nazionale. Infatti, alla prima tornata elettorale libera della storia sudafricana, l’ANC conquista il 60% delle preferenze. L’apertura delle urne è però preceduta da un drammatico crescendo di violenze e tensioni: non solo gli scontri tra le etnie xhosa e zulu, ma anche gli attentati da parte dell’estremismo afrikaner rischiano di far sprofondare la Nazione in una guerra civile; in questo contesto, mentre l’esercito giura fedeltà al nuovo governo, la fiducia riposta nelle forze di polizia non appare altrettanta salda.

 

 

Il giuramento del primo governo Mandela

 

 

Il governo “misto” di Mandela presiede la transizione verso un assetto democratico, coadiuvato dalla Commissione per la Verità e la Riconciliazione, l’organo preposto ad indagare sui crimini commessi durante l’apartheid. Nonostante gli incoraggianti progressi ottenuti in ambito politico e sociale, il primo presidente nero del Sudafrica è alla ricerca di un successo mediatico, una manifestazione che possa simboleggiare l’inedita unità nazionale, un’insegna che possa rappresentare tutti i Sudafricani. Quando l’International Rugby Football Board assegna al Sudafrica l’organizzazione dei Mondiali 1995, sancendo di fatto la conclusione dell’embargo sportivo, Mandela trova il suo uovo di Colombo.

 

 

Bisogna premettere che il Sudafrica era stato espulso dal CIO durante gli anni sessanta e successivamente era stato estromesso anche dal Commonwealth: in pratica quasi tutte le federazioni avevano chiuso le loro porte ad una nazionale riservata esclusivamente ad atleti di pelle bianca. Oltre al cricket, la ferita più dolorosa era rappresentata dal rugby, la vera passione nazionalpopolare degli Afrikaner.

 

 

La maglia verde degli Springboks (“le antilopi”) incarnava lo spirito orgoglioso della maggioranza dei bianchi del paese, la quale si sentiva discendente dei pionieri olandesi che avevano intrapreso la colonizzazione della punta meridionale del continente africano. In particolare, gli Afrikaner erano da decenni i depositari del potere politico, in una posizione dominante anche rispetto alla restante porzione di cittadini di origine europea.

 

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, di unire le persone in una maniera che pochi di noi possono fare. Parla ai giovani in un linguaggio che loro capiscono. Lo sport ha il potere di creare speranza dove c’è disperazione. È più potente dei governi nel rompere le barriere razziali, è capace di ridere in faccia a tutte le discriminazioni” N. Mandela

 

Per contrasto, la nazionale sudafricana della palla ovale era una delle incarnazioni più evidenti dell’apartheid e, conseguentemente, uno dei principali obiettivi dell’odio della popolazione nera. Tant’è che ogni qual volta una squadra straniera accettava l’invito degli Springboks, questa poteva godere sul tifo sfegatato di tutte le townships del paese. Non che all’estero i sudafricani godessero di maggior simpatia. Ad esempio, il loro tour in Nuova Zelanda nel 1981 fu accompagnato da violente proteste e scontri di piazza. Così, quando Mandela accetta con entusiasmo l’assegnazione dei Mondiali, l’intero paese rimane spiazzato.

 

 

Egli aveva capito l’importanza mediatica dell’evento, oltre al suo enorme peso nell’immaginario del “Sudafrica bianco”. Così sceglie il suo alfiere all’interno della nazionale, ovvero il capitano Francois Pienaar, che diviene ospite fisso nella casa del presidente. In queste occasioni gli viene spiegata la delicatezza dell’investitura, una responsabilità che avrebbe condiviso con i suoi compagni; soprattuto, Mandela si sofferma sul ruolo della maglia verde come simbolo di integrazione ed ispirazione per l’unità nazionale. Dal canto suo, il presidente decide di sfoggiare un cappellino verde durante le sue uscite pubbliche, manifestando apertamente il suo sostegno a Pienaar e compagni.

 

 

Un torneo con un finale (quasi) già scritto.

 

 

La diffidenza iniziale attorno agli Springboks, in cui figura un “coloured” ma nessun “nero”, è dissipata dal cammino fino alla finale di Johannesburg; tra loro e la Coppa Ellis vi è un ultimo enorme ostacolo, gli straordinari All Blacks. Poco prima del fischio di inizio, è Mandela ad entrare letteralmente in campo: il suo giro nel pre-partita galvanizza i tifosi di casa, che sventolano un tripudio di bandiere del nuovo Sudafrica.

 

 

Dopo l’esecuzione dei tre inni, uno per gli ospiti e due per i padroni di casa, o meglio uno per ciascuna delle anime del paese, inizia la battaglia che si protrae fino ai supplementari. Il drop decisivo di Stransky, che fissa il risultato sul 15-12, è il volere della Storia che si compie: Lomu e compagni si devono arrendere. L’impresa sportiva degli Springboks è compiuta, così come il capolavoro di Mandela.

 

 

Nel 2010, sei anni dopo il ritiro dall’attività politica, Madiba si toglie un’ultima soddisfazione: l’organizzazione dei Mondiali di calcio, i primi ospitati in Africa. In questa occasione la nazionale sudafricana non supera nemmeno il girone, ma sembra chiudersi il ciclo ideale inaugurato dalla Makana Football Association di Robben Island. Attualmente il Sudafrica è un paese in cui permangono enormi problemi economici e sociali, tant’è che la visione di Mandela sembra essere stata sconfessata dalle politiche dei suoi successori. Eppure, ogni volta che scende in campo una nazionale sudafricana, tutto il paese canta ad una sola voce.

 


Fonti bibliografiche

“Ama il tuo nemico” di J. Carlin (Sperling & Kupfer Editori, 2009)