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Luca Giannelli
30 Dicembre 2017

La rivoluzione che non c’è

Luca Giannelli

10 articoli
Dopo lo scaricabarile seguito all'eliminazione mondiale, eccoci da punto e a capo: intrecci malsani tra sport e politica, giornalisti compiacenti e leggi ad personam.

“A fine 2017 che voto darei al calcio italiano? Devo dire la verità, a livello di attività c’è sicuramente una sufficienza. A livello sportivo una insufficienza pesante”. E’ lui, è lui: è Giovanni Malagò, il presidente del CONI che manco a dirlo nel bilancio di fine anno promuove se stesso (l’attività) e boccia Tavecchio (risultati sportivi). E se lo dice Malagò, c’è da credergli. Perché lui, Malagò, è uno che non parla mai a caso. Infatti è lo stesso Malagò che prima della doppia, decisiva sfida con la Svezia, vedeva rosa:

“Penso che l’atmosfera sia quella giusta, cioè un alto livello di responsabilità però non ci deve essere timore, paura. Usando un termine tennistico, non ci deve essere ‘braccetto’ per capirci. Devono andare consci e convinti che abbiamo solo un risultato, che in buona sostanza è quello di passare il turno”.

Le stesse identiche speranze a lungo nutrite col comitato per le Olimpiadi romane del 2024, poi polverizzatesi contro il muro eretto dal Campidoglio, da una sindaca con cinque stelle al posto dei cinque anelli, che avrebbe fatto molta più fatica a motivare il suo no se a capo del comitato olimpico non ci fossero stati due vecchi cam(mar)pioni della supercasta come Malagò e Montezemolo, quest’ultimo sempre a galla da quasi tre decenni da Italia 90.

olim
Al di là del dibattito Sì/No, le premesse non erano delle migliori…

Come è andata a finire per la candidatura lo sappiamo. La stizza di Malagò (e del Pd) l’abbiamo toccata tutti con mano. E allo stesso modo – male, malissimo – è andata a finire la storia del calcio, con la nazionale clamorosamente fuori dai prossimi mondiali. Di fronte all’apocalisse sportiva (ed economica, di proporzioni che ancora nessuno è riuscito a calcolare bene), è partita la disciplina agonistica in cui da sempre eccelliamo: lo scarica barile, a cascata. L’allenatore Ventura che lì per lì non fa quello che Prandelli aveva fatto dopo la sconfitta con l’Uruguay? Benissimo, il capo della Federazione calcio Tavecchio non commenta limitandosi ad annunciare una conferenza stampa, mentre il ministro dello sport non sa far meglio che invocare la solita, canonica “rivoluzione” del sistema.

 

E Malagò? Il capo del CONI fa capire a tutti come andrà a finire: “Penso che Tavecchio si dimetterà”, dice a caldo, trascinando con sé gran parte di quella stampa sportiva con cui da sempre intrattiene da generone romano buoni rapporti. Perché in effetti i nostri giornalisti sportivi sono un po’ come lui: poca competenza, poca voglia di approfondire e tanta, tanta abitudine a muoversi in quel brodo fatto di amicizie e simpatie che è il tessuto connettivo dello sport italiano. Poi, con spiccato atteggiamento NoTav, Malagò aggiunge:

“C’è la volontà di commissariare la Federcalcio, lo dice lo statuto. Mi sembra l’unica soluzione”

Lui dice spesso “io mi occupo di sport, non di politica”, ma si capisce bene, anche dalla frequenza con cui ripete il concetto, che non è così; che non può essere così, in un Paese in cui la politica e lo sport sono sempre andate a braccetto, dove per i posti di comando si è sempre preferito scegliere l’affidabilità politica piuttosto che la competenza. Lui, del resto lo sa bene. Perché Malagò, presidente del Circolo Canottieri Aniene, appartenente a quella cerchia di lusso romana che va d’accordo con tutti quelli che contano, ricco di suo grazie alla concessionaria di auto di lusso, è da sempre amico di politici e imprenditori, a destra come a sinistra: da Gianni Agnelli a Veltroni, da Montezemolo a Gianni Letta. E anche quando ha avuto i suoi guai (vedi il pasticcio dei mondiali di nuoto, vedi il circolo Acqua Aniene), ne è sempre uscito con disinvoltura.

 

ROME, ITALY - DECEMBER 15: (L-R) CONI President Giovanni Malago' and Italian Prime Minister Matteo Renzi announce Rome's candidacy to host the 2024 Olympic Games during Italian Olympic Commitee meeting on December 15, 2014 in Rome, Italy. (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)
Malagò e Renzi all’annuncio della candidatura di Roma per le Olimpiadi 2024 (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Molta più fatica ha fatto anche lui a uscire dal dopo-Svezia, in fondo. Perché ci vogliono due-tre giorni per far capire a tutti che anche stavolta la sua previsione non è fondata: il CONI non può commissariare la Federazione calcio. I casi glieli ricorda perfino Tavecchio, che ormai fa tutt’uno con la propria poltrona ed elenca:

“Situazioni gravi negli organi di giustizia sportiva, amministrative, e nei campionati. Non mi sembra che vi sia una di queste tre condizioni”

Bastava informarsi, ma evidentemente la voglia di populismo istituzionale, all’indomani della clamorosa esclusione dai mondiali, ha fatto aggio su tutto il resto. Poi, dopo le dimissioni di Ventura (giunte dopo alcuni chiarimenti sul suo contratto, verosimilmente), arriva il momento di Tavecchio. Nell’annunciata conferenza stampa non ha problemi a sfidare, oltre al solito italiano, anche la logica transitiva: avendo lui arruolato Ventura, lui dovrebbe andarsene insieme a Ventura. Macché. Sono logiche che avranno senso forse nella Svezia che parteciperà per noi al mondiale, ma non certo in Italia, dove nei momenti di difficoltà lo sport preferito è il lancio della zavorra.

 

E la zavorra, per Tavecchio, è in primis Ventura e in secundis Lippi, quel Lippi che Tavecchio indica a sorpresa come vero, unico responsabile della scelta del tecnico ex Torino per la nazionale. Senza che il presidente della federazione senta il bisogno di ricordare che Lippi era stato il nome da lui scelto per il dopo Conte, salvo accorgersi solo in un secondo momento (siamo sempre alle solite) che Lippi non era in condizioni di farlo. In terzis, bisogna aggiungere anche Ancelotti, personaggio autorevole che Tavecchio deve aver pensato di utilizzare lì per lì come scudo protettivo, come il nome prestigioso capace di annacquare ogni polemica: un po’ come fece Abete dopo Calciopoli, quando chiamò Sacchi e Baggio a improbabili incarichi federali (e nominali). Solo che Ancelotti, che proprio fesso non è, di tutto aveva voglia meno che farsi usare dalla politica del pallone…

 

FLORENCE, ITALY - SEPTEMBER 07: Roberto Baggio (C) takes his seat before the UEFA EURO 2012 Group C qualifier between Italy anf Faroe Islands on September 7, 2010 in Firenze, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
I politici come Abete (in primo piano) hanno sempre avuto una strategia elettorale: allora era Roberto Baggio, che poi si dimise dichiarando: «Non ci tengo alle poltrone. Ho provato a esercitare il ruolo che mi era stato affidato [..] non mi è stato consentito e non sono più disposto ad andare avanti. Ho presentato il mio progetto nel dicembre 2011, 900 pagine, ed è rimasto lettera morta»

Così, alla fine di questo ennesimo valzer poco viennese e molto romano, il quadro torna a essere chiaro, cioè – al solito – tragicomico: il presidente della Federazione che non solo resta saldissimo al suo posto, alla faccia di Malagò e di ogni etica professionale, ma – di conserva – resta anche commissario della sempre tormentata Lega calcio, che tanto per cambiare ha scavallato in bruttezza anche quella data dell’11 dicembre già definita la “scadenza tassativa” per nominare il nuovo presidente dopo che lo scorso aprile scorso i club non avevano trovato un accordo sulla riforma dello statuto, e, di conseguenza, non avevano eletto né il presidente né gli altri ruoli vacanti, lasciando sempre ben in evidenza i litigi di un sistema che dal 1993 sembra essersi preoccupato solo di spartirsi gli introiti dei diritti tv, senza far nulla per migliorarsi.

 

Così eccoci, come si dice, punto e a capo: il presidente del CONI che incassa il colpo da un Tavecchio il cui futuro sembrava sul punto di precipitare dopo lo 0 a 1 patito contro la Svezia; i politici che avevano chiesto la “rivoluzione” all’indomani dell’eliminazione improvvisamente ricomposti; la nazionale senza uno straccio di selezionatore (“carica vacante”, si legge su wikipedia) e i giornalisti sportivi…a bere il Calvados, come i normanni di Zazie nel metrò. E mentre Tommasi a nome dei calciatori sembra imbufalito, succede anche che Sandrino Mazzola faccia il nome dell’ex rivale di staffetta Rivera come candidato più autorevole alla federazione… Benvenuti in Italia, dove le responsabilità non sono mai di nessuno, o meglio, siccome sono di tutti, sono anche di nessuno. Fermo restando che qualcuno da dare in pasto a quella cosa che si chiamava una volta pubblica opinione ci deve pur essere: fu Moggi per Calciopoli, fu Prandelli dopo l’eliminazione al mondiale, è stato Ventura per il mancato visto per la Russia.

 

EMPOLI, ITALY - MAY 31: (L-R) President FIFC Carlo Tavecchio, Luca Lotti and Italy head coach Italy Gian Piero Ventura pose for a photo during the international friendy match played between Italy and San Marino at Stadio Carlo Castellani on May 31, 2017 in Empoli, Italy. (Photo by Claudio Villa/Getty Images)
Carlo Tavecchio, Luca Lotti e Gian Piero Ventura

E Malagò? Tranquilli, c’è gloria anche per Malagò, ora legatissimo a quanto pare al ministro dello sport che di sport, prima non si era mai occupato, quel Luca Lotti braccio destro del segretario pd Renzi. Grazie alla legge approvata a fine legislatura (voluta dal Pd, tutti a favore tranne i cinque stelle), che prevede l’introduzione di un limite massimo per tutti i presidenti delle Federazioni sportive, con un quadriennio “extra” per quelli in carica al momento dell’entrata in vigore che avrebbero già superato il tetto.

 

Tra i suoi effetti collaterali, la legge ha quello di regalare una terza elezione al presidente del Coni, Giovanni Malagò, per cui già esisteva un limite di due. Così Malagò, eletto la prima volta nel 2013 e rieletto lo scorso maggio, ne avrà a disposizione un terzo. Così, dicono i suoi fan, potrà portare a termine la sua riforma. Quale, esattamente nessuno lo ha ben capito, a parte il “commissariamento della Figc per un periodo lungo”. Ma la parola riforma resta magica. Come rinnovamento, del resto, utilizzata non per nulla anche dalla Lega nella richiesta di prorogare il commissariamento fino al 29 gennaio; richiesta fatta tenendo conto, hanno scritto

“del processo di rinnovamento in corso della Lega serie A, della conseguente approvazione dello statuto, del percorso di selezione del presidente e dell’amministratore delegato, del positivo esito del processo di assegnazione dei diritti audiovisivi esteri, del processo in corso di definizione delle procedure competitive per l’assegnazione dei diritti audiovisivi sul territorio nazionale, della necessità, altresì, di garantire gli atti di ordinaria amministrazione della lega di Serie A”.

Chiaro, no? Senza contare che per il rinnovo dei vertici delle Federazioni bisognerà aspettare il 2025, visto che la fase transitoria concede un mandato “extra” ai presidenti in carica al momento dell’entrata in vigore che hanno già superato il limite. Che diamine, le rivoluzioni all’italiana mica si possono fare così, hanno bisogno di tempo…

 

 

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