«Tra gli alberi c’era una donna che stava lavandosi. La donna non si accorse della mia presenza. Era nuda e stava lavandosi ad una delle pozze, accosciata come un buon animale domestico. Mentre la osservavo, pensai che mi avrebbe indicato la strada e così non sarei dovuto tornare al ponte. Una donna che si lava è spettacolo comunissimo quaggiù, e indica la vicinanza di un villaggio. “C’è di tutto in questa boscaglia” dissi. E continuai a guardar la donna. Anzi sedetti, mi accorgevo ora di essere veramente stanco dopo l’inutile marcia della mattinata».

 

 

Comincia così, in un clima di calma apparente, la violenta epopea di un tenente italiano e della giovane Mariam, nel capolavoro di Ennio Flaiano Tempo di uccidere. Una infatuazione destinata a concludersi in tragedia almeno per lei; sorte migliore spetta al protagonista del romanzo, che riesce a rientrare in patria dopo essersi liberato del proprio senso di colpa. La cornice storica è quella della sanguinosa occupazione italiana dell’Etiopia, è il 1936 quando Mussolini proclama il ritorno dell’impero dall’alto di Palazzo di Venezia, dinanzi ad una folla in visibilio: nasce l’Impero dell’Africa Orientale Italiana, apogeo dell’espansionismo fascista.

 

 

Una conquista tanto agognata, che rappresentava l’avvenuto riscatto per la disfatta avvenuta nel 1898 ad Adua, e, nelle intenzioni del duce, collocava l’Italia nell’alveo delle grandi potenze imperiali e coloniali europee. Una guerra condotta con qualsiasi mezzo, come testimonia il ricorso ai bombardamenti aerei e sopratutto all’iprite, seguita poi dalle repressioni contro gli arbegnuoc. Trascurate dalla propaganda di regime, incentrata sui piani di colonizzazione e di popolamento dell’altopiano etiope, simili a quelli della gemella libica,  però si dipanano le vite e i destini  di migliaia di europei e di africani, di coloni, di etiopi e di eritrei.

 

I territori dell’Impero dell’Africa Orientale Italiana.

 

 

Dalla gemma di una società coloniale dimenticata dalla Repubblica Italiana sorta sulle ceneri delle velleità imperiali fasciste, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, sbocciavano vite concepite dall’incontro-scontro tra i gameti delle diverse componenti coinvolte. Flaiano mostra nel suo celebre romanzo quanto i soldati italiani fossero affascinati dalle bellezze locali, sin da quando, per la prima volta ad Assab nel 1882, essi misero timidamente piede su quel lembo sperduto d’Africa, affacciato sul Mar Rosso e destinato a diventare il primo possedimento coloniale del Regno d’Italia; un’attrazione destinata a concludersi talvolta drammaticamente per le donne e per i frutti di queste unioni.

 

 

Comincia così, dal processo di occupazione e di decolonizzazione del continente africano, la storia dei meticci, “figli illegittimi” d’Europa, abbandonati a loro stessi, respinti tanto dagli europei colonizzatori quanto dai colonizzati. Ed è così che inizia la vicenda, a tratti persino eroica, di uno di questi bastardi, forse di uno dei più celebri: Luciano Vassallo, ad oggi il più grande marcatore nella storia della nazionale etiope, con 99 gol in 104 partite ufficiali disputate.

 

 

Era il 15 agosto del 1935 quando, mentre infuriavano i preparativi per l’invasione della vicina Etiopia, Luciano nasceva in Eritrea. Suo padre era un militare italiano, in seguito trasferitosi ad Addis Abeba e di cui si persero completamente le tracce. Intervistato il 21 gennaio del 2013 da France Football – di cui si riporta la traduzione italiana per Storie di calcio – Vassallo ha raccontato una vita che, fin dagli esordi, fu carica di tensioni e di difficoltà:

 

“Era un inferno per quelli come noi. Quando avevo circa due anni mio padre fu trasferito ad Addis Abeba e di lui non abbiamo saputo più niente. Potrebbe essere morto in guerra o sopravvissuto, non l’abbiamo mai saputo. Al fatto di essere rimasti senza padre, si aggiunse la vergogna delle leggi razziali. Mi riferisco, in particolare, alla legge sui meticci varata nel 1940 da Mussolini con la quale venivamo di fatto considerati ufficialmente una razza inferiore, debole, non meritevole degli stessi diritti degli altri”

 

Già nel 1937 erano state promulgate in tutti i territori costituenti l’Africa Orientale Italiana le leggi razziali. La separazione tra italiani ed etiopi, tra italiani ed eritrei, era stata progettata ed immaginata dal regime come strumento di tutela del cosiddetto “prestigio di razza” dei nuovi italiani fascistizzati, i quali avrebbero dovuto conservare quella purezza e quelle capacità combattiva che tanto a fatica (e incedendo in una serie ininterrotta e alla fine disastrosa di guerre) Mussolini voleva imprimere al carattere nazionale.

 

 

Sull’onda lunga di quanto fu messo in atto nel Corno d’Africa, Emanuele Ertola in un saggio intitolato In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero ha ragionevolmente immaginato come da una ipotetica sopravvivenza dell’impero coloniale italiano in Etiopia alla Seconda Guerra Mondiale sarebbe potuto derivare un sistema, in tutto e per tutto, simile a regimi di apartheid come quelli del Sudafrica o della Rhodesia:

 

“Se con la guerra l’impero non fosse caduto, si sarebbe probabilmente trovato in una situazione simile a quella verificatasi in altre colonie di insediamento come la Rhodesia Meridionale, dove negli anni Cinquanta la vita degli africani si svolgeva quasi completamente nelle African residential areas in cui erano concentrate tutte le infrastrutture loro dedicate, mentre all’interno delle European areas non potevano entrare in alberghi, ristoranti ed altri luoghi di ricreazione […].”

 

La conseguenza per i meticci fu di trovarsi a metà strada tra la condizione di europei e quella di africani. Tale zona grigia corrispondeva ad una repulsione, che caratterizzava tanto l’ambiente coloniale quanto quello dei colonizzati, nei confronti del meticciato. Le nuove disposizioni fasciste in materia escludevano i meticci dalla cittadinanza, vietavano loro di ricevere un’educazione e spingevano molte famiglie “miste” ad abbandonare in sostanza i propri figli.

 

 

Pagina della rivista “La difesa della razza” edita dal 1938 al 1943.

 

 

Vassallo racconta come persino sua madre lo guardasse con sospetto, riportandone i pensieri: «Si, questo è il figlio del diavolo: quando mi guarda con quegli occhi strani mi mette pure paura. Solo un diavolo avrebbe potuto resistere a tutti quei veleni che ho ingerito per liberarmene. Roba da diavoli? Ha la pelle chiara ed è biondo di capigliatura. Il castigo di Dio? Perché questa prova e poi proprio a me? Non è bastato quanto ho sofferto! Chissà dove sarà il padre…»

 

 

Vassallo era il figlio di quel diavolo bianco sceso in terra d’Africa, con le vesti dei colonizzatori italiani ed europei. Forse però era lo stesso Vassallo ad essere a sua volta un demone; un bambino che da subito diede prova di un’incontenibile voglia di vivere e di sopravvivere contro tutto e contro tutti: cacciato dalla scuola, guardato con odio dalla madre ed impossibilitato a vivere una vita normale, il piccolo Vassallo cominciò a calciare molto presto il pallone in compagnia degli bambini. Cominciò a fare della strada la propria scuola e ben presto dalla strada passò al calcio professionista, e inizio anche a lavorare. Fino ai sedici anni non fece altro:

 

«Cominciai a giocare in una squadra di serie C eritrea formata solo da meticci: il Gruppo Sportivo Stella Asmarina. Non le dico gli insulti che ricevevamo quando c’erano le partite. Ci urlavano di tutto, ci rompevano le ossa con le parole. Io e molti miei compagni ci allenavamo la mattina presto, quando ancora c’era buio. Tiravamo calci ad un pallone che nemmeno riuscivamo a vedere. Poi alle 7.30 si andava al lavoro.

 

Ad un certo punto mi presero nella squadra delle ferrovie che allora militava in serie B. Io nel frattempo ero stato promosso aiutante aggiustatore delle littorine. Fu in quel periodo che conobbi un italiano, un certo Cattaneo, genovese, che di lì a poco sarebbe diventato il capo delle ferrovie eritree. Mi prese in simpatia e mi fece diventare capo reparto. Avevo appena sedici anni ma li avevo vissuti tutti intensamente e con grandissima difficoltà. Sedici anni che ne valevano cinquanta.»

 

Terzino sinistro, centrale di difesa e poi centrocampista, talentuoso e fisicamente prestante, Luciano Vassallo non passò di certo inosservato, e ben presto fu prelevato dal Cotton Sport, squadra del cotonificio di Dire Dawa, 1400 km da Asmara. A 20 anni, assieme al diciassettenne e altrettanto talentuoso fratello Italo, i Vassallo diventarono i due giocatori migliori del Cotton Sport, pur ricavandone ben poco a livello economico. Eppure la strada sembrava ormai tracciata, dato che appena a 17 anni Vassallo era già in nazionale etiope.

 

 

L’Etiopia, risorta sulle ceneri dell’Africa Orientale Italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale, aveva in effetti inglobato l’ex “colonia primigenia” italiana dell’Eritrea. E Vassallo, rinnegato come eritreo e come italiano, divenne un nazionale etiope, nonché un punto fermo della sua selezione calcistica. Di quel carattere forgiato dalla durezza della strada e dai sacrifici diede dimostrazione immediatamente: «Venivo insultato ed umiliato continuamente. Finché un giorno, quando un compagno mi dette del bastardo, lo chiusi in una stanza e lo riempii di botte. Nessuno ebbe il coraggio di dire niente. Da allora venni rispettato da tutti e divenni un leader della Nazionale.»

 

 

Vassallo riceva il trofeo della Coppa d’Africa 1962 direttamente dalle mani del Negus Hailè Selassiè.

 

 

Luciano divenne un pilastro della più forte nazionale etiope di tutti i tempi, della quale fecero parte anche altri due campioni, come il già citato fratello di Luciano, Italo, e il grande attaccante Mengistu Worku. Dinanzi al proprio pubblico, essendo l’Etiopia il paese ospitante della Coppa d’Africa del 1962, la squadra allenata da Slavko Milosevic sconfisse la Tunisia per 4-2 in semifinale, andando a giocarsi la finale contro la Repubblica Araba Unita detentrice del titolo. Il risultato finale fu di nuovo di 4-2, dopo i tempi supplementari.

 

 

Vassallo, nel frattempo divenuto capitano di quella inimitabile nazionale, ricevette così quella coppa, rimasta l’unica nella storia del calcio etiope, dal Negus Hailé Selassié in persona. Fu un momento di profonda emozione: «Mi presi la più grande soddisfazione della mia vita: ricevere la coppa direttamente dalle mani dell’Imperatore Hailé Selassié! Un meticcio che rappresenta l’intera Etiopia. Ritirai la coppa a testa alta. Non come certi compagni che erano abituati a prostrarsi di fronte all’Imperatore in occasione delle premiazioni importanti. In quel momento fu la rivincita di tutti i meticci.»

 

 

Quella coppa era stata in effetti preceduta da ulteriori episodi di intolleranza: i dirigenti etiopi consideravano disdicevole che un giocatore dal cognome italiano rappresentasse la loro nazionale, ci fu pertanto un tentativo di togliere la fascia a Vassallo, evitata grazie all’intervento del suo fedele compagno di squadra ed amico Mengistu Worku.

 

Vassallo nelle vesti di giocatore-allenatore.

 

 

Compiuto il suo riscatto africano, Vassallo ebbe la possibilità di fare altrettanto anche nei confronti dell’Italia, e ancora una volta attraverso i campi da calcio, per la precisione quelli di Coverciano, dove sul finire degli anni ’60 il “Di Stefano africano” come già era stato soprannominato il più grande marcatore nella storia della nazionale etiope, fu invitato a prendere parte ad un corso per allenatori.

 

 

Intorno a lui si stavano formando delle grandi personalità e dei grandi allenatori, come il futuro CT della Nazionale Azzurra, Cesare Maldini. Tutti i dettami tattici e tutta la preparazione tecnica, che Vassallo fu in grado di apprendere in una tra le più prestigiose scuole per allenatori esistenti, furono da lui riportati in Eritrea.

 

 

Come allenatore-giocatore della sua vecchia squadra, il Cotton Sport, Vassallo introdusse allenamenti più intensivi e pretese una disciplina più severa dai suoi calciatori; poi, forte del prestigio acquisito, nel 1969 divenne CT della Nazionale etiope. Ma il vento stava già cambiando, e tutto l’odio e il disprezzo maturati nei confronti del “meticcio Vassallo” si tradussero infine nel suo declassamento dal ruolo di capitano e giocatore-allenatore dell’Etiopia:

 

«Intanto, sempre i capoccia del calcio locale fecero di tutto per farmi licenziare dal Cotton Sport e ci riuscirono. Così feci le ultime esperienze ad Addis Abeba, dove nel frattempo avevo acquistato una proprietà di oltre 3 mila mq e ci avevo costruito una villa con piscina e un’officina con trenta dipendenti. Andai ad allenare il St.George, ma lì durò poco. I tifosi erano razzisti e dopo un po’ decisi di andarmene.»

 

Nel 1974, la fine della monarchia e l’avvento al potere del generale Mengistu segnò per Vassallo la fine della sua avventura etiope. Accusato di connivenza con l’ex impero del negus, fu costretto a fuggire e la sua meta fu proprio l’Italia, il Paese in cui, in fondo, tutto era cominciato. E viene da sorridere ripensando alle brevi vicissitudini legate all’ottenimento di un passaporto, inizialmente negato dalle autorità italiane: «Arrivato in Italia fui arrestato per problemi legati ai documenti. Protestai violentemente, dicendo ai funzionari che non fosse stato per la presenza italiana in Eritrea io non sarei mai andato lì. Il mio caso li colpì e nel giro di quindici giorni mi dettero il passaporto italiano. Furono molto comprensivi.»

 

 

Si stabilì ad Ostia, dove ricominciò praticamente da zero, come aveva sempre fatto da tanti anni a quella parte. In fondo c’era abituato e aveva anche tutto l’occorrente: una borsa per gli attrezzi da meccanico, la sua prima attività sin da quando era ragazzo, e un pallone da calcio. Proprio sul litorale romano, Vassallo ha aperto una piccola officina e una scuola calcio:

 

«All’inizio affittavo un campo di Ostia per insegnare calcio ad un gruppo di amici. Poi lo presi direttamente in gestione e fondai la scuola calcio Olimpia Ostia. Ho trasferito la mia esperienza a molti ragazzi, trasmettendo non solo la tecnica ma i valori dello sport. Tuttora ho eccellenti rapporti con tutti i miei ex allievi. Anche se da qualche anno non vivo più ad Ostia, una volta a settimana scendo giù e ci ritroviamo.»

 

Da un campo all’altro, da quelli polverosi dell’Eritrea a quelli della periferia ostiense, tra di essi un fil rouge fatto di valori, di tenacia e di sacrificio. In fondo è uno sconfitto Vassallo, lui che ha perso il suo Paese dal vertice inimitabile al quale era giunto. Straniero in Etiopia e anche in Eritrea, per poco respinto anche dall’Italia.

 

 

È una storia quasi romanzesca, che non ha nulla delle parabole di costante ascesa, potenziate mediaticamente, dei grandi campioni che da una sconosciuta favela o da un quartiere malfamato di Parigi o Bruxelles dominano oggi a suon di gol e di social network la narrazione sportive. È un campione più normale e più umano Vassallo, scolpito dall’intolleranza razziale, un uomo caparbio e indistruttibile da quando ha potuto contare solo su sé stesso. Specialmente da quando ha avuto un pallone tra i piedi.

 


Immagine di copertina © Rivista Contrasti