La remontada como único pensamiento. È questo il mantra che ha accompagnato il popolo blaugrana alla sfida contro la Juventus. «Si hacemos el 1-0, el segundo lo hace el Camp Nou y el tercero cae solo». Le parole di Luis Enrique a poche ore dal match sono in linea con la maggior parte dei commenti che ho raccolto per le strade di Barcellona. Abituati troppo bene da queste parti. «Hay que generar desconfianza en el rival y un clima de locura deportiva». Una dottrina che già conosciamo e che giusto qualche settimana fa ci ha fatto sgranare gli occhi di fronte al televisore. Stavolta pero’ non è andata come un’intera regione auspicava: la corte dei marziani ha dovuto fare i conti con l’inflessibile lucidità del commando in missione guidato da Massimiliano Allegri. Eppure, le sensazioni che si respiravano all’interno dello stadio erano di buon auspicio. Lo spirito che ieri sera ha animato il Camp Nou era quello delle grandi occasioni. Il fortino barcelonista si è dimostrato ancora una volta teatro di emozioni difficilmente descrivibili. Come difficilmente descrivibili sono i 90 minuti vissuti da Jordi, un abbonato cule’ da oltre 30 anni, che sedeva proprio accanto a me. Il sorrisone rassicurante e la calma olimpica che sfoderava mentre scambiavamo impressioni sulla partita andava a cozzare con la selvaggia irrequietezza che percepivo nei suoi occhi e nei suoi tic nervosi con le gambe ogni volta che il Barça si lanciava all’arrembaggio. Mistero e magia del calcio.

 

Il duello

 

La pressione che gravava sulle spalle dei ragazzi di Luis Enrique se la sono dovuta accollare i tre là davanti, volenti o nolenti. Per Messi la dose era doppia vista la tripletta del giorno prima della sua nemesi Cristiano Ronaldo. La pulga era chiamata a raggiungere e sfondare quota 500 reti con la maglia blaugrana. Ancora una volta Buffon pero’ gli ha negato la gioia di festeggiare un gol ai suoi danni. Un altro dei tanti record di cui si può fregiare il numero uno azzurro infatti è quello di non aver mai concesso gli onori del tabellino al capo popolo del Barcellona. La devozione per il piccoletto da parte dei suoi adepti in ogni caso non è stata minimamente scalfita. Anche dopo una prestazione affatto brillante, il rigore in movimento sbagliato nel primo tempo grida ancora vendetta, il coro «Messi, Messi…» è stato il più gettonato. Una risposta a chi, come quel pagliaccio di Caressa, creda che il futuro di Leo Messi sia lontano dal tripudio catalano. Messi è il Barcellona, il Barcellona è Messi. Punto. Nel bene e nel male. Suarez era reduce da 3 partite senza gonfiare la rete e con quella di ieri, per la prima volta da quando veste blaugrana, ha inanellato 4 partite “a secco”. Bonucci e Chiellini se lo sono letteralmente mangiato vivo. Sui due difensori bianconeri le parole si sprecherebbero invano. Nella letteratura cavalleresca che anima le partite del Barcellona, i centrali di Allegri non hanno svolto la parte degli antagonisti, al contrario. Erano anch’essi partecipi delle gesta di quei tre davanti, da antieroi. Neymar invece, arringatore della carica contro il PSG, ha provato qualche guizzo ma anche lui è stato schermato dalla linea difensiva bianconera. Il suo pianto a fine gara, con annessa consolatio da parte dell’amico ed ex compagno di squadra Dani Alves, è da Chanson medievale. La Juve ha dimostrato di essere una squadra matura che conosce la propria identità, consapevole che questa sia la stagione giusta per mettere le mani sulla tanto bramata coppa dalla grandi orecchie. Aspettando i sorteggi di Venerdì, la Juventus – vogliamo dire – può essere d’intralcio solo a se stessa.