È una piacevole sorpresa constatare che in un’epoca come quella attuale in cui tutti parlano di calcio ci sia ancora qualcuno che parli di pallone. La differenza è sostanziale. Per “calcio” si intende la deriva specialistica che ha preso la narrazione del gioco più bello del mondo. L’elencazione di ogni minimo dettaglio e l’incontenibile proposta di informazioni tecnico-tattiche e economico-televisive hanno finito coll’imprigionare lo spirito di una partita, di un campionato, di un giocatore.

 

Si ha la netta sensazione che gli addetti ai lavori, anche i più bravi, inscenino una sorta di sfida tra di loro e che scrivano più per fare sfoggio di competenza piuttosto che per arrivare alle persone. Finendo col deviare, in nome del proprio ego, dalla missione primaria del giornalismo. Insomma, pensando al calcio, non c’è da meravigliarsi se la prima figura geometrica che venga in mente non sia più una sfera, bensì un cubo di Rubik. Colorato e pieno di spigoli. Un enigma da risolvere se si vuole stare al passo coi tempi, altrimenti si è tagliati fuori.

 

“Io l’ho visto giocare. Ed è sempre stato un incantesimo, il calcio che diventava opera d’arte.” (credits Andrea Bozzo)

Mentre il “pallone”, vivaddio, è quello di sempre. Monocolore. Il Super Santos, volendo rappresentarlo plasticamente (in tutti i sensi). Un oggetto sferico dalla vocazione democratica che rotola semplicemente senza giudicare né escludere nessuno né, tantomeno, pretendere spiegazioni. Anzi. Chi parla di pallone lo fa necessariamente con sentimento. Emozionandosi. E al massimo se ne serve come espediente per giungere, in una sorta di doppio rimbalzo, prima a tutti gli appassionati e poi, da qui, condurli a qualcos’altro. Per esempio alla storia di un Paese.

 

 

Questa è la missione di Darwin Pastorin con il suo Storia d’Italia ai tempi del pallone. La scelta semantica del titolo (appunto “pallone” e non “calcio”) è precisa, una presa di posizione che non ammette repliche. Proprio perché animato dall’idea di restituire in qualche modo al “futbol” la dignità di romanzo popolare e non di “saggio masturbatorio”, il libro si articola in poco più di 100 pagine intervallate peraltro dagli splendidi ritratti realizzati da Andrea Bozzo. Questa triangolazione tra immagini eleganti e parole calibrate al millimetro recuperano il lettore a una dimensione di semplicità oggi quasi sconosciuta. E lo proiettano negli ultimi settant’anni della storia italiana attraverso i più salienti fatti “pallonari”.

 

Pietro Anastasi, l’idolo di infanzia prima e grande amico poi di Darwin Pastorin (credits Andrea Bozzo)

Si va infatti dalla tragedia di Superga del 1949 che segnò la fine, almeno terrena, del Grande Torino all’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus. Non c’è spazio per tatticismi e vanità, ma solo per gli uomini più o meno grandi – calciatori, allenatori, presidenti – che a loro insaputa raccontavano il tempo mentre si occupavano di pallone. Il lavoro è intriso di una inevitabile nostalgia, ma, ed è questo il punto forte del libro, senza mai degenerare in passatismo. A tratti sembra di visionare una sorta di album dei ricordi, molti dei quali vissuti in prima persona dallo stesso Pastorin.

 

Tra i vari personaggi, raccontati tutti splendidamente, ovvero rispettando il giusto equilibrio tra parole ed emozioni con le prime sempre in inferiorità numerica, spicca il ritratto di Pietro Anastasi, attaccante catanese che vestì la maglia della Juventus nel 1968, un anno caratterizzato dai tumulti giovanili. Pietruzzo era l’idolo del giovane Pastorin, il quale confessa candidamente che non avrebbe mai pensato che un domani sarebbero diventati grandi amici. Amici a tal punto che spesso Anastasi dice a Pastorin: “Sai, Darwin, della mia vita continui a sapere più cose tu di me”. Questa amicizia racconta molto della differenza tra il pallone di ieri e il calcio di oggi. Prima i calciatori erano raggiungibili pur essendo distanti; mentre oggi sono irraggiungibili pur essendo a portata di clic.

 

Cristiano Ronaldo, l’uomo venuto dal futuro che Pastorin immagina venuto da un passato lontanissimo (credits Andrea Bozzo)

Forse anche per questo, quando, esattamente cinquant’anni dopo, è il momento di parlare di Cristiano Ronaldo, giocatore, anzi calciatore più cliccato del pianeta, Pastorin ricorre ad un trucco. CR7 del Super Santos ha ben poco, in quanto rappresenta più di chiunque altro il calcio contemporaneo, quello fatto di statistiche, numeri e competitività esasperata. Allora il giornalista, per smussare questi spigoli e ricondurre il tutto a una logica il più possibile pallonara, si proietta nel 2844 e racconta l’arrivo in bianconero del fenomeno portoghese come se appartenesse a un’epoca lontanissima. Perché, si sa, la nostalgia a volte sistema le cose.