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Motori
24 Gennaio

Sébastien Loeb è un pilota vitruviano

Giacomo Cunial

41 articoli
L'alsaziano è entrato nella leggenda, completando la simbiosi tra uomo e macchina.

Sébastien Loeb ha vinto la novantesima edizione del Rallye di Monte Carlo diventando il più vecchio vincitore di un rally del Campionato del Mondo. Lo ha fatto dopo un duello durato 4 giorni contro il rivale più forte e temuto di sempre Sébastien Ogier. L’alsaziano ha dato prova di essere l’esempio definitivo della simbiosi uomo-macchina, competitivo in ogni condizione, dai deserti dell’Oriente alle stradine che dal Mediterraneo salgono verso le Alpi Marittime. Da una gara mito all’altra, ovunque vada, lui riesce ad andare più forte degli altri, dimostrando che per vincere in questa disciplina serve ancora il talento e l’esperienza dell’uomo.

Lo ha fatto di nuovo: ha vinto il suo ottavo Rally Monte Carlo a 47 anni scrivendo un capitolo epico della storia dell’automobilismo.

Al termine di quattro giorni e notti di pura tensione agonistica, di purissimo rally, Loeb ha trionfato sul rivale più ostico: quel Sébastien Ogier, suo erede di sempre, che non riesce – a questo punto – nell’impresa di togliersi di dosso l’ombra del gigante. Una presenza ancora troppo ingombrante quella di Loeb per il pilota di Gap che negli ultimi anni stava mettendo in discussione il trono presieduto dal marziano dei rally, grazie a una poliedricità agonistica sopraffina, velocità e vittorie col tempo diventate di pari valore se non addirittura superiori al vecchio alsaziano.

Ma il destino gioca le sue trame e quest’anno si è giunti al Rallye di Montecarlo in un clima di grande incertezza sportiva e tecnica, in cui il fattore umano ha fatto la differenza, e così si si sono create le condizioni per una delle sfide più leggendarie degli anni 2000. E’ pur vero che se c’è un pilota nel mondo in grado di mettere pressione a monsieur Ogier, quello è proprio monsieur Loeb, ma l’età dell’alsaziano, le ormai poche e sporadiche apparizioni nei rally internazionali, gli impegni in altre categorie estremamente complesse come la Dakar, non potevano ipotizzare un tale livello di competitività.



Già dalle prime prove speciali in notturna nelle Alpi Marittime, sulla Bollene Vesubie tra le curve del Col de Turini, teatro mitologico del rallysmo con assiepate migliaia di persone in estasi tra fuochi d’artificio e falò, si sono viste le scintille della battaglia Ogier-Loeb. Duello che è continuato ininterrottamente da Venerdì fino a Domenica: l’apice di questo climax sportivo l’abbiamo avuto proprio nelle fasi conclusive quando Ogier – forse davvero messo sotto pressione dal vecchio antagonista – ha bucato la gomma anteriore sinistra, a pochi metri dall’ultima prova speciale, perdendo quei 34 secondi che si sono rivelati fatali. Alla fine Loeb l’ha spuntata per solo mezzo secondo (diventati poi dieci e mezzo per una penalità inflitta ad Ogier a causa di una partenza anticipata proprio allo start del tratto conclusivo). Un trionfo degno dei più grandi sportivi della storia.

Loeb al volante della sua Ford Puma Rally1, nuova categoria del WRC, è riuscito nella sua consueta simbiosi con il mezzo meccanico.

Un tutt’uno con la macchina da corsa. Lo si può vedere dalla telecamera on-board, lo si può percepire dai movimenti del corpo, degli arti, della testa, dallo sguardo, sempre proiettato nel punto più lontano per anticipare gli eventi. Sébastien Loeb è vitruviano nel suo essere pilota: superba coniugazione tra uomo e scienza, risultato di una sintesi insuperata dell’arte della guida, armonica, efficace e straordinariamente veloce. Un microcosmo, quello dell’abitacolo, in cui nonostante l’età Loeb riesce ancora ad assurgere a simbolo di perfezione motorsportiva.



Un pilota universale proprio come l’Uomo di Leonardo da Vinci, che porta dentro di sè il Sacro Fuoco dei motori come nessun altro nell’epoca moderna. Universale perchè ha corso e vinto ovunque, in ogni categoria del motorsport e ogni regione geografica del globo terrestre, dimostrando un genio di proporzioni rarissime, perfezione classica tra corpo e spirito, umana e divina. Un Sacro Fuoco, il suo, che risulta ancora insuperabile per le nuove generazioni, forse eccessivamente concentrate sullo sviluppo della tecnica e poco sull’aspetto umano, conditio sine qua non per essere campioni.

Passano le stagioni, il tempo scorre inarrestabile, gli anni si rincorrono, ma Sébastien non molla mai.

Si partiva con innumerevoli incognite sportive e tecniche, tra novità regolamentari, cambi di scuderia, cambi di navigatore ed equipaggi, lui stesso si è separato da quel Daniel Elena, simbolo e compagno delle sue vittorie. Ed è forse anche per questo che il genio di Loeb è tornato a esprimersi, grazie alla professoressa di matematica Isabelle Galmiche che per l’occasione si è seduta a fianco a lui e con i suoi calcoli lo ha accompagnato verso la vittoria. La generazione Z, anche nell’era dell’ibrido, per ora esce sconfitta da un boomer leonardiano diventato leggenda e dal quale c’è ancora molto, molto da imparare.


Immagine copertina via Twitter


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