Altri Sport
25 Marzo 2026

L’ultimo Ferrarista. Montezemolo e Seeing Red

Ritratto sentimentale di un uomo destinato alla Storia.

C’è un tratto distintivo, una vibrazione che attraversa l’estetica di Manish Pandey e che trasforma il racconto dei motori in qualcosa che sfiora la purezza. E sappiamo quanto sia difficile raccontare il motorsport sotto la lente della cinematografia. “Luca: Seeing Red“, in Italia tradotto in Sognando Rosso, rappresenta l’ultima opera di un autore che ha già saputo raccontare l’anima in Senna e l’epica in Heroes.

Con Luca Cordero di Montezemolo ci si trova davanti a un personaggio unico, una parabola unica, una storia che molti credono di conoscere, una apologia già celebrata e ampiamente narrata dai rotocalchi e dalla cronaca sportiva.

L’avvocato e manager emiliano è un uomo del Novecento, vissuto nell’epoca pur analogica dei mass-media, delle televisioni e dello spettacolo. Eppure il rischio del già visto o sentito svanisce non appena la lente di Pandey inizia a metterlo a fuoco. Il segreto di questo film è proprio questo: non risiede nella rivelazione di fatti inediti, ma nella capacità del produttore anglo-indiano di armonizzare la nostalgia, soprattutto per gli appassionati ferraristi, con la bellezza pura, con l’estetica italiana, fatta di tovagliate e buon cibo, buon vino, un bel paesaggio, affidando l’ispirazione a un dialogo intimo, semplice, con Chris Harris, una delle voci più lucide e appassionate dell’automobilismo contemporaneo, che sa stare al suo posto.

Insieme, imbastiscono un’elegia che rende onore non solo a una figura che abita un tempo in cui lo stile era ancora l’unità di misura della vittoria compiuta, ma a un’epoca. Proprio come l’ultimo samurai di una casta ormai estinta, Montezemolo si confessa davanti a una macchina che trasmette le vibrazioni di una vita spesa a inseguire passioni colorate di rosso.

La locandina del film

Forse l’unico frammento realmente inedito per il grande pubblico è quello che ritrae un giovane Luca, studente di legge, immerso nella polvere dei rally con le squadre Fiat e Lancia. Non si tratta di un dettaglio, aver saggiato la sfida e il pericolo in prima persona rimarrà una direttrice della sua intera vita manageriale. È la prova che la sua non è una leadership nata dietro una scrivania, per eredità, o da un apparato, ma sul sedile di guida.

Altrettanto evocativo è l’episodio quasi mitologico dell’intervento alla radio che colpì Enzo Ferrari. Sentire quel giovane difendere con passione e determinazione il mondo delle corse spinse il Drake a rintracciarlo per offrirgli un posto come assistente: era l’Italia del merito spontaneo, figlio di un dopoguerra pacifico e affamato, dove l’intuizione e la grinta bastavano a spalancare le porte della vita.

Lo storytelling del film si ancora prepotentemente alla realtà, connettendo la parabola di Montezemolo alle fasi più oscure della nostra storia nazionale, come gli anni Settanta e il trauma dell’omicidio di Aldo Moro, citato meritoriamente. È un passaggio necessario: ogni storia ha bisogno del suo contesto per non scivolare nel genere della favola, come il mondo di YouTube e dei social ci abituano oggi. La prima Ferrari di Montezemolo non era un’entità astratta, ma rappresentava un presidio di italianità e bellezza in un’Italia che stava imparando a conoscere le proprie ombre più profonde.

montezemolo agnelli
Insieme all’Avvocato: stile inarrivabile, entrambi

Il resto del film è una lenta digressione su un percorso straordinario, dal magrissimo e appassionato Montezemolo dei caotici paddock degli anni ‘70, alla rifondazione della Scuderia negli anni ‘90, dai box febbrili e caotici, fatti di giacche in pelle, capelli lunghi e incidenti drammatici – come quello di Niki Lauda – a un’epoca segnata dall’eccellenza della produzione stradale, dalla modernizzazione del team e dalla profonda cesura tra l’epoca di Senna e l’arrivo di Schumacher.

Ciò che il film riesce a trasmettere con più forza è la natura stessa della leadership di Montezemolo, ciclica nelle sue epoche: un’esistenza che brilla di luce propria. È questo ad aver preservato la leggenda di Enzo restituendole la sua dignità originaria. Lo stesso linguaggio, persone di valore, fuoco interiore, competenza e passione viscerale. E’ di questa materia umana che sono fatti i capolavori dell’arte, da qui nasce il profitto. Non viceversa.

Ferrari è un simbolo così assoluto a cui molti, troppo spesso, sono tentati di accostarsi solo per brillare di luce riflessa; eppure, la storia di Luca di Montezemolo insegna che il Cavallino si alimenta solo del valore che le persone gli portano in dote, non del prestigio che ne sottraggono per tornaconto personale. Le crisi storiche di Maranello nascono esattamente da questo equivoco: la Ferrari necessita di uomini che illuminino il brand con la propria statura sentimentale. Senza persone capaci di alimentare il sogno, il mito è destinato a svanire nel grigio della gestione ordinaria, delle quotazioni in Borsa e dell’automobile vissuta unicamente come asset economico.



Al limite della commozione quel tramonto, tra le scene finali, che avvolge il dialogo tra Harris e Montezemolo, che assomiglia al tramonto definitivo di un’epoca, quella evocata dal film. Le immagini sembrano quasi reclamare in sottofondo le note di An Ending (Ascent) di Brian Eno, la stessa musica scelta da Jeremy Clarkson in una delle ultime puntate di Top Gear, quasi a voler sigillare una perdita solenne e comune.

Proprio Clarkson viene nobilmente evocato da Harris in una battuta sull’agricoltura, passione di Montezemolo e tema del nuovo show The Farm del celebre presentatore britannico. Battuta che però nasconde un senso di verità comune: il ritorno alla terra come ultima frontiera per chi ha amato un mondo analogico che sta scomparendo sotto i colpi del green e del mondo furioso di oggi. Resta un (altro) interrogativo che il film pone in modo sottile: perché devono essere quasi sempre gli inglesi a raccontare l’Italia – in questo caso dei motori, dell’ingegno, dell’arte – con tanta maestria, cogliendone la vibrazione più autentica, tragica ed elegante? Perché dev’essere sempre un occhio esterno a metterci a fuoco? Valorizzarci in modo indipendente potrebbe davvero essere una svolta culturale, trovando consapevolezza che la nostra storia non è un reperto da museo, ma una questione di anima.

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