Altri Sport
16 Marzo 2026

L’Italia sulle spalle di Andrea Kimi Antonelli

La Formula 1 ha un nuovo volto.

Arriva da Oriente una grande notizia per lo sport italiano. A Shanghai, Andrea Kimi Antonelli non solo ha vinto il Gran Premio di Cina, ma ha sconfitto un tabù: ha scaricato a terra un fardello che l’Italia dei motori trascinava, stanca, da vent’anni. Un pilota italiano sul gradino più alto del podio. Dal 2006, anno della sua nascita, un italiano non vinceva in Formula 1.

“Il Canto degli italiani” titola la pagina ufficiale della F1. Vincere non è mai un esercizio banale. Non lo è nel motorsport in particolare: uno degli ambienti più spietati al mondo, non lo è nemmeno oggi che il Circus sembra essersi trasformato in una sceneggiatura di Netflix, una sfilata di moda, un Coachella tra influencer nel paddock.

“I regolamenti sono una barzelletta, torniamo ai V8” dice Verstappen a fine gara.

Nonostante questa patina decadente, la vittoria di Antonelli conserva ancora la sua sacralità inscalfibile: è l’esito di una selezione naturale spietata, dove il talento è solo il biglietto d’ingresso, necessario ma non sufficiente, per un inferno di pressioni, denaro, perfezionismo e politica.



Si fa presto a dire che la Formula 1 non è più quella di una volta, ed è così: le monoposto sono goffe e pesanti, il rombo è un sibilo di una turbina abbinata a un motore elettrico e la ricerca del limite è stata quasi del tutto sterilizzata in nome dello show. Ma la competizione è rimasta, intimamente brutale.

Emergere e trionfare in un contesto dove ogni millesimo è sezionato, analizzato e criticato da migliaia di fattori mantiene un’epica assoluta.

Kimi ha dovuto vincere due volte: contro centinaia di piloti veloci, i più veloci del pianeta, nel suo percorso verso la F1, e contro il sospetto che in Italia il talento puro non solo non bastasse più. La sua pole position e la sua vittoria sono il manifesto di una resistenza umana in un ambiente che porta il peso di una storia troppo ingombrante e inconcludente. Una nazione che ha dovuto saltare una generazione, quella dei Giovinazzi, per capire che è necessario costruire un ponte generazionale, che c’è ancora un motorsport che vive e che appassiona, e che soprattutto non si vive di sola storia seppur leggendaria. Essere un pilota italiano oggi è come camminare con lo zaino pieno di pietre rispetto ad altre nazionalità, portare sulle spalle un movimento che per due decenni ha balbettato, incapace di costruire un ponte tra la gloria dei padri (gli Ascari, i Farina, i lampi di Alboreto, poi Fisichella, Trulli) e la modernità del motorsport contemporaneo.

L’Italia ha un problema enorme di selezione dei propri talenti, come dice Giulio Sapelli.

Siamo un popolo di santi, poeti e navigatori, ma abbiamo smesso di essere un popolo di piloti perché il nostro “sistema” si è accartocciato su se stesso, tra costi proibitivi e una cronica mancanza di visione lungimirante. Per anni abbiamo guardato al passato con il collo torto, incapaci di capire perché i nuovi campioni parlassero inglese, olandese o tedesco. Vincere da italiano per Kimi Antonelli non è stato un premio: è un’espiazione, il riscatto di un ambiente che rischia di diventare un museo incapace di parlare la lingua del presente.



Una vittoria solitaria. Il trionfo di un ragazzo che ha dovuto esser preso sotto l’ala di un manager tedesco, Toto Wolff, ed entrare in orbita di un costruttore non italiano, Mercedes, per emergere. Oggi la parola d’ordine è una sola: opportunità, di vincere Gran Premi e perchè no, il titolo di Campione del Mondo. Un’opportunità da non farsi sfuggire perché sappiamo quanto avere la vettura migliore conti per avere ambizioni di campionato e quest’anno la Mercedes è vincente.

Il talento di Kimi non è inferiore a quello del suo compagno George Russell.

Poco importa se è solamente il secondo anno, i campioni non aspettano, vedi Schumacher, Senna, Verstappen, Hamilton, che rischiò di vincerlo da rookie nel 2007 e oggi lo accompagna sul podio vestito di rosso. Primo podio per Sir Lewis con la Ferrari (dopo la vittoria della Sprint proprio in Cina nel 2025). Vince Antonelli e vince anche Toto Wolff, ma soprattutto il tricolore è di nuovo un segnale di competitività. E per una domenica la Formula 1 è tornata a essere quello che è sempre stata: un’arena dove il destino di un uomo può cambiare l’entusiasmo e le energie di un Paese. Chissà se ci staranno tutti sul carro del vincitore. Antonelli ha spezzato l’incantesimo, la maledizione, dimostrando che nonostante il deserto intorno, l’erba del genio può ancora crescere tra le crepe di un sistema che aveva quasi smesso di sperare. Siamo nani sulle spalle di giganti, diceva Bernardo di Chartres. Ma oggi sono le spalle gentili di un ragazzo giovane a portare in alto tutta l’Italia.

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