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Calcio
17 Aprile

L’ultimo baluardo

Lorenzo Santucci

44 articoli
Manuale del difensore, ruolo in via di estinzione.

Arriva il pallone, lo mette fuori Cannavaro! poi ancora insiste Podolski – CANNAVARO, Cannavaro! Via il contropiede…“. Molti di voi si ricorderanno questo momento: semifinale del Mondiale 2006, contro la Germania, nella tana dei tedeschi al Signal Iduna Park di Dortmund. Fabio Caressa, poco prima della ripartenza azzurra che porterà al 2-0 di Del Piero, impazzisce di gioia per due interventi – uno di testa, l’altro da condottiero – di Fabio Cannavaro. Cannavaro di potenza, di slancio, di voglia e di cattiveria. Uno stile, quello del difensore che farebbe di tutto pur di non far filtrare il pallone alle sue spalle, che difficilmente ritroviamo nel calcio di oggi e che, invece, vive ancora all’interno delle categorie minori, dove la passione supera la professionalità; dove – soprattutto – non ci si fa troppi problemi a lasciar alta la gamba. Le partite che invece coinvolgono le sfere più alte, e ambite, del pallone sono sempre più scarne di queste emozioni: un’entrata più dura del normale viene spesso giudicata – dagli arbitri come dai commentatori – fuori luogo, fin troppo pericolosa, sciocca. In poche parole, il politicamente corretto sta uccidendo il gioco del calcio insieme ai suoi protagonisti e, se parliamo di contatto fisico, non si può non prendere in considerazione il ruolo del difensore, uno di quelli che ha maggiormente subito le conseguenze di questa rivoluzione silenziosa. La trasformazione che questo reparto ha avuto è sotto gli occhi di tutti e, per confrontare ciò che era il difensore fino a qualche anno fa con quello che è diventato oggi, sarà utile prendere ad esempio giocatori all’antica. Gli ultimi baluardi di un ruolo sulla via del tramonto.

Da notare, nel doppio intervento di Cannavaro, la corsa verso Podolski dopo la prima respinta di testa
La rincorsa di Cannavaro verso Podolski, dopo il primo intervento, è davvero esaltante.

L’evoluzione del difensore è figlia della nuova cultura calcistica che, dagli inizi degli anni ’90 con il Barcellona cruyffiano fino al Manchester City di Guardiola, si è imposta nel panorama europeo. Sta lentamente scomparendo il – sempre sia lodato! – fallo tattico. Adesso si cerca di prediligere il difensore dai piedi buoni, che sappia gestire la situazione palla al piede e che possa lui stesso iniziare l’azione. E’ fuori discussione il fascino della novità, ma il mutamento del ruolo è evidente, stando a quello che dovrebbe essere il suo – primordiale – compito: quello di non far segnare gli avversari. A dar man forte alla nostra teoria si presenta l’esempio di David Luiz, uno dei difensori più pagati al mondo. Il suo anno migliore, forse, è stato quello con Josè Mourinho che, da vecchia volpe qual è, ha deciso di spostarlo leggermente più avanti, davanti la difesa, perché aveva capito che le sue qualità tecniche erano notevolmente maggiori di quelle difensive. Qualcosa di simile ha fatto Antonio Conte appena sbarcato a Londra. Spesso e volentieri il brasiliano commetteva degli errori tattici banali ma che paradossalmente, ed anche un po’ sorprendentemente, non ne hanno fatto abbassare il prezzo. E’ il calcio di oggi, funziona così. E come lui ce ne sono molti altri. Rimanendo sempre in Inghilterra, la scorsa estate il City ha speso circa sessanta milioni di euro per arrivare a John Stones, giocatore di ottima prospettiva che incarna – quasi del tutto – l’ideale del difensore moderno (non sempre con grandi risultati). Voluto fortemente dal suo attuale allenatore, Pep si dovrà ricredere, almeno per ora. Venendo utilizzato quasi da regista, ma venti metri più indietro, incappa in degli errori quantomeno evitabili di impostazione. Ma è quello che gli viene chiesto.

Stones a colloquio con Guardiola

Walter Samuel, uno che quel ruolo lo sapeva interpretare alla perfezione, non ha mai avuto piedi eccelsi, limitandosi – invece – a svolgere il compitino in fase di iniziazione. Il suo scopo durante la partita, come ha sempre ribadito, era quello di non far segnare gli avverarsi, al gioco ci pensavano gli altri. La così chiamata stecca di samueliana memoria è qualcosa di ormai antico, superato. Siamo costretti a vedere difensori che quasi non commettono più fallo per non prendersi un cartellino giallo. Daniele Rugani, ai tempi dell’Empoli, è stato il primo difensore sempre titolare a non prendere nemmeno un’ammonizione durante tutta la stagione. Quando è arrivato alla Juventus, la prima cosa che gente come Chiellini e Barzagli gli hanno detto è stata: “Sì, va bene bravo. Ma se vuoi fare questo ruolo devi sporcarti le mani”. O, in questo caso, i piedi. Il fallo è estremamente importante durante la partita. Aiuta la squadra. Prendiamo due esempi di gol straordinari sotto il punto di vista tecnico e quantistico: uno meno recente, di Carlos Tevez ai tempi della Juventus contro il Parma (partita terminata 7-1 per i bianconeri) e l’altro di qualche settimana fa, ovvero lo 0-2 di Nainggolan contro l’Inter al Meazza. Gol bellissimi, senza dubbio. Ma in entrambe le situazioni, l’atteggiamento difensivo è fin troppo passivo. I vari Baresi, Bergomi, Cannavaro o Stam (per citarne quattro a caso) avrebbero quantomeno provato a rendergli la vita più difficile – se non addirittura a stenderlo. Ormai il difensore veste di bianco. Ma il calcio grida a gran voce il coraggio, prima dell’eleganza, e il martirio (l’immolarsi per la causa) prima dell’individualismo. Samuel insegna che l’irregolarità va commessa. Probabilmente non commetteva fallo. Walter Samuel educava. Qualsiasi attaccante sapeva che dopo pochi minuti dall’inizio della partita avrebbe ricevuto una tacchettata sul polpaccio. Così, tanto per fargli capire che aria tirasse qualora pensasse di passare da quelle parti. Ma non erano interventi volti a far male. Quelli difficilmente venivano commessi da un giocatore come l’argentino. Duro, irruento ma mai cattivo. Erano, per l’appunto, falli istruttori, come se volessero fare scuola all’avversario. Falli che ammonivano, non punivano.

“Quando un attaccante ti vuole umiliare con dribbling, veroniche e slalom, fagli sentire lo spessore dei tacchetti sullo stinco”. (Walter Samuel)

E’ in queste poche righe riassunto ciò che manca terribilmente al calcio. Non siamo qui per fare il solito nostalgico elogio ai difensori irruenti. Ne lasciamo le veci a chi goliardicamente (ma anche giustamente) ne ricorda le gesta. Quest’analisi è reale. Quando nel 2015 Luke Shaw, terzino del Manchester Utd, ha subito la rottura della tibia e del perone dopo un contrasto con Moreno (Psv Eindhoven), Roy Keane, ex capitano dei Red Evils, si è espresso in questa maniera:

“L’intervento? Splendido, adoro il calcio fisico. Chi ha visto l’intervento non ha avuto una reazione sopra le righe. Del resto, quando vai a quella velocità, gli incidenti capitano. Anzi, sono sorpreso che non ce ne siano di più in una partita”.

Al di là del tono, forte e in tipico stile Keane, interventi del genere fanno parte del gioco e del rischio che ogni calciatore corre. Quando non si fanno con cattiveria, è tutto lecito. La linea che separa cattiveria da incidente è sottilissima e non va mai oltrepassata. L’aggressività ingiustificata, fine a se stessa e stupida è qualcosa di triste. La grinta di un giocatore, che sia difensore o attaccante, non si giudica dal tipo di fallo che commette. La mancanza di tattica – e di testa – di un giocatore come Felipe Melo, tanto per citarne uno, fa male al giocatore, alla sua squadra e alla cornice (chi osserva da fuori). Il fallo intelligente o lo si sa fare, oppure si rischia di fare brutte figure.

Roy Keane, recordman di cartellini rossi in Premier League: 35 in tutto
Roy Keane, recordman di cartellini rossi in Premier League: 35 in tutto

Giocatori come Piquè, Sergio Ramos, o il nostrano Bonucci (tra i più forti al mondo attualmente) spiccano più per l’apporto in fase offensiva (tecnica di base eccellente, sangue freddo, media realizzativa elevata) che per l’importanza in fase difensiva – l’intervento su Higuain di Bonucci, durante Juventus – Napoli dello scorso anno, è un miracolo. In quanto tale, lo vediamo come fuori dalla norma. Quando si afferma che la miglior difesa è l’attacco in parte si sta dicendo la verità, in parte ci si sta contraddicendo. Se miglior difesa è sinonimo di vittoria, forse la miglior difesa è la difesa stessa.

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