La parabola sportiva di Andrea Mandorlini ci restituisce un allenatore che ha saputo ben figurare in ogni categoria e anche all’estero, riuscendo a ottenere traguardi ambiziosi. Se si guarda ai risultati, a fronte di qualche esonero di troppo, troviamo un palmares di tutto rispetto che conta la vittoria di un campionato di C1, una promozione in Serie B e due in A, oltre a un campionato rumeno e una coppa di Romania conquistate con il CFR Cluj.

 

 

Un curriculum da fare invidia a tanti. Poi però, se parlate con qualcuno di Mandorlini, la prima e forse unica cosa che uscirà fuori riguarderà l’intemperanza più volte mostrata in panchina. Il suo modo di porsi, a metà tra il bullo di quartiere e lo spaccone arrogante, le sue uscite fuori luogo, l’hanno portato a inimicarsi una buona fetta dell’opinione sportiva italiana, oltre ad una vasta platea di tifosi, facendo passare in secondo piano anche i buoni risultati raggiunti sul campo. Un outsider che con troppa spavalderia e poca diplomazia ha finito per indossare i panni dell’antagonista brutto, sporco e cattivo. Sempre dalla parte sbagliata della storia.

 

 

 


Traditore e provocatore


 

Così accade il 21 agosto del 2002 quando da neoallenatore del Vicenza fa visita allo Spezia, sua ex, per una partita di Coppa Italia. Gli Spezzini, per lui, quella sera riservano soltanto fischi. Sono già sbiaditi i ricordi della promozione in C1, conquistata due anni prima, e le ultime stagioni concluse ai play-off per la B. Rimane soltanto la scelta di lasciare la città per sposare il più ambizioso progetto del Vicenza. Evidentemente la mossa era sembrata il più classico dei tradimenti.

 

 

La stessa storia si ripete quasi un anno dopo, il 30 novembre 2003, quando da allenatore dell’Atalanta passa al Menti per la sfida di campionato contro il Vicenza. Anche stavolta i tifosi locali non gli fanno sconti srotolando uno striscione che recita: “Onore a Iachini, merda in faccia a Mandorlini”. Iachini, per inciso, è il nuovo allenatore dei berici. Gli ultrà biancorossi non hanno perdonato a Mandorlini l’aver “abbandonato la nave che stava affondando”, come recita un altro striscione, dopo aver mancato di poco la promozione a causa di una flessione nella seconda parte del campionato. Mandorlini però non incassa il colpo e, in seguito alla vittoria con la sua Atalanta, si lascia andare esprimendo così la propria gioia:

“Pagherò una cena speciale ai miei giocatori, ci tenevo proprio a battere il Vicenza”.

Il tecnico ravennate rincara la dose qualche mese più tardi: da neopromosso in A, sempre con la Dea, fa fuori nuovamente il Vicenza per 4-2 nei preliminari di Coppa Italia. Stesso siparietto: tifosi locali che lo insultano, lui che a fine partita risponde augurandogli un anno di sofferenze. Un teatrino che si rinnoverà cinque anni più tardi, nell’ottobre del 2008, quando Mandorlini alla guida del Sassuolo fa visita ai vicentini. Identico copione: tifosi inferociti e lui quasi divertito, ormai entrato nella parte.

 

 

Finirà 1 a 0 per i padroni di casa, ma il risultato passerà in secondo piano perché Mandorlini aveva deciso di rendere omaggio ai vincitori andando a pescare nel più classico dei cliché: “Si vede che gli antenati di quei tifosi hanno mangiato troppi gatti randagi, e gli effetti si fanno sentire ancora oggi…”. Apriti cielo, nuovo round di polemiche e titoloni sui giornali.

 

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A Verona la pensano diversamente (foto di Dino Panato/Getty Images)

 

 

Intanto Mandorlini, dopo un settimo posto in campionato, decide di accettare le lusinghe che arrivavano dalla Romania e di dire sì al CFR Cluj. Esperienza positiva, che si chiude con un licenziamento in videoconferenza dopo una sconfitta nel derby con il Rapid e dieci mesi che valgono un campionato e una coppa nazionale.

 

 

 


Mandorlo e Giulietta


 

Mandorlini però non ha troppo tempo per rammaricarsi perché dall’Italia arriva la proposta dell’Hellas Verona, impantanato in C. Una sfida difficile che Mandorlini affronta diventando un tutt’uno con i tifosi e portando la squadra alla finale play-off con la Salernitana. Un doppio confronto tesissimo che si conclude, il 19 giugno 2011, nella bolgia di Salerno con il Verona promosso ed assediato dai tifosi locali. Nei corridoi degli spogliatoi dell’Arechi Mandorlini viene aggredito, riportando un ematoma all’occhio sinistro.

 

 

Ancora una volta la sua presenza, e soprattutto le sue dichiarazioni al pepe di qualche giorno prima, fanno da detonatore. Mandorlini è comunque vincitore in campo, l’unica cosa che conta: poteva finire lì, e invece no. Un mese più tardi, durante la presentazione della squadra, il mister interrompe un coro dei tifosi gialloblu intonando la strofa: “Ti amo terrone” del brano degli Skiantos Italiano terrone che amo, e dedicandolo ai nuovi nemici granata. Per il tecnico ravennate è di nuovo trincea.

 

 

Ancora articoli sui giornali, accuse di razzismo e indignazione generale. A nulla servono le parole di Mandorlini che parla di goliardata, l’uscita del tecnico non passerà impunita: arriva un deferimento e un patteggiamento chiuso con un’ammenda di 20.000 a suo carico. Ma soprattutto si rompe definitivamente quello steccato ideale che divide Mandorlini dal grande pubblico. Fino a prima di questo fatto, le baruffe mandorliniane sono circoscritte a lui e ai tifosi avversari. Ora, il comportamento di Mandorlini è sulla bocca di tutti, anche di chi non segue il calcio.

 

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Mandorlini a muso duro con Stephan Lichtsteiner, notoriamente amato dalla folla (foto di Dino Panato/Getty Images)

 

 


Accerchiato dai media


 

L’episodio del coro non rimarrà l’unico scivolone pubblico di Mandorlini, perché nell’ottobre dell’anno successivo verrà nuovamente deferito per dichiarazioni offensive verso i tifosi e i cittadini del Livorno. Il pomeriggio del 18 ottobre 2012 alla vigilia di Livorno-Verona, una partita molto sentita per le differenti posizioni politiche delle tifoserie, per caricare la squadra in vista del match Mandorlini se ne esce con un’altra dichiarazione caustica:

 

“Sono orgoglioso di essere un nemico giurato del Livorno, non ce le siamo mai mandate a dire. E sarà così anche stavolta. Mi auguro solo che la mia squadra giochi meglio di loro”.

 

Anche stavolta l’affondo di Mandorlini non passa sotto traccia e l’occhio della giustizia sportiva non può soprassedere. Il lunedì dopo il Procuratore Federale deferisce Andrea Mandorlini alla Commissione Disciplinare del Settore Tecnico «per aver reso pubbliche dichiarazioni che violano i principi di lealtà, correttezza e probità da osservare in ogni rapporto comunque riferibile all’attività sportiva, dichiarazioni che integrano altresì espressioni lesive e discriminatorie e che, inoltre, sono finalizzate a denigrazione e insulto territoriale, nonché a propaganda ideologica inneggiante a comportamenti discriminatori nei confronti della città di Livorno e conseguentemente del Livorno calcio».

 

 

Si tratta dell’ennesimo fattaccio che inchioda la reputazione di Mandorlini, sempre più prigioniero del proprio personaggio, amato solo a Verona e dal suo tifo che in maniera speculare si vede da sempre affibbiare etichette poco edificanti. In campo, fortunatamente, le cose vanno in modo differente: Mandorlini riuscirà a riportare in A il Verona dopo undici anni, diventando uno degli allenatori più amati dai veronesi. Il tecnico, dal canto suo, ripagherà l’affetto rimanendo sulla panchina scaligera; dietro al motto “Soli contro tutti”, caro agli ultras gialloblu, Mandorlini sembra aver trovato ideale riparo.

 

 

Arriveranno due salvezze tranquille, i quarantadue gol in due stagioni di Luca Toni e un calcio che sapeva far divertire. Dal canto suo Mandorlini sembra cambiato: più equilibrato nel modo di porsi e nelle sue reazioni, in generale più capace di gestire le relazioni con i giornalisti e il pubblico. Niente più dichiarazioni fuori posto, niente più goliardate alle feste della squadra o scenette con i tifosi.

 

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Odiato da tutti, amato da Verona (foto di Dino Panato/Getty Images)

 

 


Dopo l’Hellas


 

L’idillio gialloblu si chiude in maniera inaspettata il 30 novembre 2015 con l’esonero, dopo un inizio di campionato disastroso. A fine stagione l’Hellas Verona, nel frattempo passato nelle mani di Luigi Del Neri, retrocede comunque, a conferma che la squadra era troppo debole per l’obiettivo della salvezza. Mandorlini invece rimarrà senza panchina per oltre un anno nonostante le ottime cose fatte vedere con il Verona. Nel calcio italiano sembra non esserci posto per un personaggio controverso e divisivo come lui.

 

 

Nel febbraio 2017 arriva la chiamata di Enrico Preziosi ma l’esperienza genoana dura solo sei partite e quattro punti, prima di un nuovo esonero. Sarà la sua ultima apparizione in A. L’anno successivo Mandorlini è sulla panchina della Cremonese in Serie B, subentrato, nell’aprile 2018, ad Attilio Tesser: vi rimane un anno scarso venendo esonerato nonostante dodici punti nelle prime dieci partite. L’ennesima porta in faccia al tecnico ravennate. Mandorlini non faceva fare bella figura perché alle spalle aveva un passato problematico, che non ammetteva repliche e non permetteva nemmeno le riabilitazioni concesse a chi si era sporcato le mani nel calcioscommesse.

 

Mandorlini era l’esempio perfetto dell’antagonista: scorretto, antisportivo, fomentatore d’odio e, per alcuni, pure razzista. Così si era presentato e così doveva rimanere.

 

Mandorlini ha sbagliato in più di un’occasione, lo si deve riconoscere senza se e senza ma; i suoi errori non meritano scuse o acrobatiche giustificazioni, sia chiaro. Ma Mandorlini ha pagato per tutto e ha pagato caro, forse più di altri che, forti di un network di amicizie importanti, hanno saputo rimanere nel giro che conta nonostante tutto. Quest’anno Mandorlini è alla guida del Padova in C, ha tra le mani una squadra adeguata e una società alle spalle che punta alla promozione.

 

 

Personalmente gli auguriamo di vincere anche questa sfida. Vorremmo risentire le curve delle sue ex squadre fischiarlo, per leggere poi le sue dichiarazioni. Saremo i primi a condannarlo se se lo meriterà ma, nell’edulcorato spettacolo di questi tempi incerti, una personalità come quella di Mandorlini – anche se spesso criticabile – servirebbe ancora. Perché il calcio deve accendere la passione più profonda, riscaldare gli animi, generare contrasti. E vivere anche di uomini scorretti, non solo di personaggi irreprensibili e di frasi fatte.

 

 


Francesco Andreose gestisce anche il blog Non chiamateli provinciali, di cui è creatore