Tulcàn, provincia di Carchi, Ecuador. Il sole albeggia ai piedi delle Ande al confine con la Colombia. Plaza Central è un tripudio di vessilli tricolor in cui fa capolino qualche sprazzo di rosa qua e là. Alle 6.00 in punto si alternano preghiere, sogni, speranze. Alle 8.00 la piazza è sold out, vestita a festa come il 24 maggio, giorno dell’anniversario della Battaglia del Pinchincha del 1822 che consegnò l’indipendenza dalla Spagna. Alle 9.46 a Verona, dall’altra parte del mondo, Richard Carapaz sta per iniziare l’inseguimento al sogno di una nazione intera. L’Ecuador è paese giovane in una terra antica. Deve il suo nome alla linea equatoriale che lo attraversa da est a ovest e che accarezza la capitale Quito. Da più di una settimana tutti i suoi abitanti si sono fermati dinanzi alle imprese di Carapaz, nativo di Tulcan, El Carmelo, città situata a 2.947 metri sul livello del mare. Il piccolo scalatore della Movistar, che in molti hanno già paragonato per stile e caratteristiche al Diablo Claudio Chiappucci, veste la Maglia Rosa da più di sette giorni ed è in procinto di portare al termine un’impresa impensabile.

 

Alla vigilia del Giro d’Italia numero 102, i favori dei pronostici erano tutti per Vincenzo Nibali e Primoz Roglic, aspettative alimentate dal ritiro di Tom Dumoulin nella prima settimana di gara; forfait di lusso che fa il pari con quello di Egan Bernal, fuori dai giochi a causa di una caduta in allenamento. Dopo i primi dieci giorni di freddo, pioggia e sprint a ranghi compatti, è sulle Alpi Occidentali che Carapaz ha spiegato le ali dando inizio al suo volo verso l’Olimpo del ciclismo. Sul Col de Nivolet ha approfittato furbescamente dell’esasperato tatticismo di Nibali e Roglic, il giorno seguente è scattato sul Colle San Carlo prendendosi tappa e maglia a Courmayeur. Un attacco che ha lasciato di sasso i maggiori pretendenti al Giro, che nulla hanno potuto dinanzi alla progressione vincente del corridore esploso durante la Corsa Rosa dello scorso anno.

 

Con un popolo alle spalle

 

Ma chi è Carapaz? Classe 1993, ha iniziato a correre giovanissimo prima in Ecuador e successivamente in Colombia, dove si è imposto nella prestigiosa Vuelta de la Juventud de Colombia finendo sui taccuini di molte squadre professionistiche europee. Nel 2017 arriva l’ingaggio da parte della formazione spagnola della Movistar, la stessa del campione del mondo Alejandro Valverde e del colombiano Nairo Quintana, primo sudamericano a vincere il Giro nel 2014. Carapaz partecipa alla Vuelta a España chiudendo a quasi un’ora dal vincitore Chris Froome. Nulla di eccezionale ma quello che emerge è la predisposizione al recupero fisico nell’arco delle tre settimane di corsa. Conferme che arrivano al Giro dello scorso anno quando, con un’altra progressione micidiale, si impone nella tappa con arrivo in salita a Montevergine di Mercogliano. Convocato per accumulare esperienza, Richard chiude al quarto posto in classifica generale ed arriva secondo nella speciale graduatoria per la maglia bianca di miglior giovane under 25 conquistata dall’amico e rivale Miguel Angel Lopez.

 

Dopo una Vuelta corsa soprattutto in appoggio al futuro iridato Valverde, nella stagione in corso l’ecuadoriano prende parte al Giro come seconda punta alle spalle di Mikel Landa, già sul podio nel 2015. Le non perfette condizioni del corridore basco portano Carapaz alla conquista della leadership interna in casa Movistar, legittimata con la Maglia Rosa dopo l’impresa valdostana. Dal successo di Courmayeur, la tattica di Carapaz e dei Movistar passa sulla difensiva addormentando la corsa e approfittando della grande qualità a disposizione in montagna con Andrey Amador (costaricense già quarto al Giro nel 2015) e Antonio Pedrero su tutti. Anche Landa diventa uomo prezioso a protezione del primato, complice un ritrovato colpo di pedale che lo ha portato a scalare la classifica sino ai piedi del podio. Dopo la durissima tappa di sabato scorso da Feltre al Monte Avena, con Manghen, Rolle e Croce d’Aune nel mezzo, Carapaz ha ipotecato il successo in rosa resistendo agli attacchi di Vincenzo Nibali e Miguel Angel Lopez.

 

Un trionfo

 

Alle 9.46, le 16.46 in Italia, Carapaz prende il via dell’ultima tappa del Giro, la cronometro di 17 km sul circuito delle Torricelle di Verona. Il successo finale va allo statunitense Chad Haga, alla prima vittoria dopo il drammatico incidente stradale in allenamento di due anni e mezzo fa che stava per costargli la carriera. L’ecuadoriano in rosa, dal fisico esile tutt’altro che cronoman, ha gestito il tesoretto accumulato in montagna conservando il primato e suggellando un successo che ha mandato in visibilio la sua gente.

 

Dopo aver tagliato la linea del traguardo, arriva l’ovazione da parte dell’Arena di Verona che ribolle di entusiasmo e passione. Carapaz si accascia sulla bicicletta e scoppia in un pianto interminabile. Sembra sussurrare qualche parola interrotta dai singhiozzi. Terminato il momento di intimità con la fidata bicicletta alza lo sguardo verso le pietre dell’Arena. Un sorriso appena abbozzato, gli occhi ancora coperti dalla visiera del casco super aerodinamico. Alza un braccio al cielo stringendo un pugno che racchiude rabbia ed un pizzico di incredulità. Non appena riabbassa lo sguardo, torna a scrutare il rosa addosso. E’ tutto vero. Richard Carapaz ha vinto il Giro d’Italia.