I toscani hanno il cielo negli occhi e l’inferno in bocca, spiegava Malaparte. Sarri ha il cielo negli occhi nella misura in cui dispone di una rosa obesa per questa povera Serie A, e un inferno in bocca perché, come spesso i suoi fegatosi conterranei, non la smette di blaterare. Un rapporto abortivo quello tra l’ex tecnico del Napoli e la Juventus. Per una ragione ben evidente: Sarri è brutto.

 

 

Ma non brutto nell’accezione dei semplici, che sia o meno un uomo piacente di lineamenti e corporatura. Sarri è portatore di una bruttezza intrinseca, è quella che si direbbe una persona antiestetica. Un mese fa scrivevamo sotto questa foto che, aggirandosi per il museo juventino, il nostro sembrava un elefante in una cristalleria. Perché Sarri non conosce né grazia né sprezzatura, e vive questa vita di pallone con la frustrazione di quando era banchiere.

 

Maurizio Sarri l’imbucato (Photo by Valerio Pennicino – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

Un anno fa invece, quando dicevamo che Sarri ai Lakers era semplicemente una storia del XXI secolo, una narrazione individuale che ne cancella una collettiva. Perché al Napoli e a Napoli Sarri era in pace. Scolari cui insegnare, un golfo da abbracciare e una storia da scrivere. Una coerenza scenografica e narrativa, un Masaniello ancora una volta alla rincorsa del riscatto. E poiché estetica ci giunge da aistanomai, che per i padri significava percepisco, sento, Sarri era estetico, era bello e bello era il suo calcio, perché sentiva e si faceva sentire in quel posto che è Napoli, con la sua fame di mito e trascendenza.

 

 

Allora abbiamo tollerato il Sarri professionista, che cede alle sirene di FCA, del potere oscuro, di Nostra Signora Juventus. E abbiamo anche rigettato al mittente le considerazioni dei meno vivaci di pensiero, quelle del Sarri in tuta contro il fantasma dell’Avvocato Agnelli e lo stile Juve, dell’understatement sabaudo e di questi manierismi isterici legati all’universo bianconero. E abbiamo capito che Madama ha sbagliato a pretendere la rivolta da chi di rivoluzionario aveva solo la nomea. Il comandante, il sarrismo, la gioia e la rivoluzione di cui si è pontificato negli ultimi anni – che imbarazzo – e tutta quella sicumera tipica di chi ha troppo tempo libero per pensare.

Maurizio Sarri sempre fuori dal tempo e dallo spazio della Juventus. (Photo by Daniele Badolato – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

 

Ma quale rivoluzione da un sempliciotto. Sarri è un parvenu, un piccolo borghese per primo stupito da sé stesso e da ciò che fatto. É provinciale ma nel senso di goffo, inadeguato all’immagine che ha raccontato a sé stesso. Per questa ragione è un problema estetico: Sarri non è nel tempo e nello spazio della Juventus, lo spogliatoio non lo ascolta, il gioco è spiacevole, i risultati arriveranno solo per mancanza di contendenti.

 

E lui ancora imperterrito a vomitare scuse, accampare schemi dialogici, in questo egomane disegno che lo vuole sempre sfortunato e con Saturno contro. «Non capisco cosa succede» va ripetendo da qualche giornata in questo calcio triste come un bacio ad occhi aperti. Sarri, mozzicone e livore, alla Juventus è fuori luogo, semplicemente non sa starci. A Napoli, tra moke a bordo campo e bestemmie fuori tempo, tutto era coerente per narrazione e scenografia, con un popolo intero a supportarlo. Che delusione Maurizio.