“Ho sempre amato correre: è un qualcosa che puoi fare contando soltanto su te stesso, sulla forza dei tuoi piedi e sul coraggio dei tuoi polmoni”. James Cleveland Owens, meglio noto come Jesse, è stato per la velocità umana un precursore: le sue vittorie sono leggendarie, le storie associate ai suoi record inverosimili, alla portata solo di un’atleta d’altri tempi. Ma Jesse Owens da Oakville, Alabama, era soprattutto un uomo “fuori dal tempo”: da una parte, troppo avanti quando gli altri erano ancora molto indietro; dall’altra, rimasto indietro quando gli altri erano andati oltre. L’immane paradosso dell’uomo più veloce del mondo.

 

Attraverso gli occhi brillanti di questo irripetibile atleta si può leggere allora il ‘900 americano, con un’attenzione particolare alla questione razziale e alla sua “gestione” ad opera due principali partiti statunitensi, Repubblicano e Democratico.

 

Si era iniziato a parlare del “Lampo d’ebano” il 25 maggio 1935 allorché al Big Ten Meet, competendo con altri universitari del Midwest, aveva stabilito ben quattro record mondiali nell’arco di soli 45 minuti. Lui, nato nel profondo Sud, si trovava a gareggiare per l’Ohio State University poiché la sua famiglia si era trasferita a Cleveland seguendo quel movimento migratorio cominciato negli anni ‘10 del Novecento. Ora però Jesse doveva mostrarsi al mondo, e l’occasione più ghiotta era offerta dal palcoscenico olimpico, quello di Berlino 1936.

 

 

Il problema risiedeva allora nell’ipotesi “boicottaggio”: infatti, quando si trattò di decidere se partecipare alle Olimpiadi “naziste”, negli USA si sviluppò un prepotente movimento d’opinione che sosteneva appunto la necessità di boicottarle (tra le cui fila militavano il Presidente Roosevelt e il diplomatico Joseph Kennedy, padre del futuro presidente). Si trattava di un dilemma etico fondamentale. Lo era soprattutto per gli afroamericani, di fronte ad una scelta che poteva avere rilevanza anche rispetto alla mai risolta questione razziale interna.

 

 

Agli atleti neri fu domandato da molti di appoggiare il boicottaggio, richiesta che sembrò tuttavia a dir poco ipocrita: come si poteva invocare sostegno contro il fanatismo nazista a uomini e donne che nella loro Patria vivevano la segregazione razziale legalizzata dalle Jim Crow Laws? Inoltre, questi atleti avrebbero dovuto rinunciare all’opportunità di mostrare il loro valore all’estero (e ai compatrioti) dopo aver superato mille difficoltà per conquistare il pass olimpico – molto più dei colleghi bianchi, viste le limitazioni imposte nell’accesso allo sport agli afroamericani.

 

Per contestualizzare gli anni ’30 nei democratici Stati Uniti, in cui il razzismo era un problema interno ben più che esterno: qui una riunione dei membri del Ku Klux Klan. (Henry Guttmann Collection/Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Non mancarono comunque voci nere pro-boicottaggio.Tra queste quella dell’attivista Walter White, Segretario dell’Associazione Nazionale per lo Sviluppo della Popolazione di Colore, che scrisse una lettera (poi mai inviata) proprio ad Owens: «È mia ferma convinzione che la questione della partecipazione alle Olimpiadi del 1936, se ospitate dalla Germania sotto il presente regime, superi per importanza qualunque altro problema. Credo fermamente che la partecipazione degli atleti americani, e in particolare di quelli che appartengono alla nostra razza e che hanno sofferto più di chiunque per l’odio razziale in America, causerebbe un danno irreparabile»

 

 

Alla fine a Berlino gli Americani andarono, e soprattutto per Owens fu un trionfo: medaglia d’oro nei 100 m, 200 m, salto in lungo e staffetta 4×100 m, condite da vari record. Oltre alle vittorie un’ideale adozione da parte dei Berlinesi, stregati dalle sue gesta, nonostante la sconfitta imposta nel salto in lungo all’atleta di casa Luz Long. Con il lunghista tedesco nacque poi un’amicizia sincera, interrotta solo dalla morte di quest’ultimo durante il conflitto mondiale, che si consolidò grazie ai consigli dati all’avversario da Long – un vero e proprio cavaliere teutonico.

 

 

Le vittorie di Jesse Owens a Berlino contribuirono quindi a fondare un innegabile brand anti-razzista; comprensibile, se non fosse che fiumi di parole sono stati usati per diffondere una delle più grandi fake news della storia olimpica, ossia il “mancato saluto di Hitler a Owens”. Solo recentemente, dissolvendo con molta difficoltà una nebbia di falsi miti, la verità è iniziata ad affiorare (anche perché negandola si è fatto tacere il protagonista stesso della storia, ossia Owens in persona):

 

«Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto».

 

– Jesse Owens, The Jesse Owens Story, 1970

 

Si badi bene: Hitler – che aveva un interesse personale minimo per lo sport, e fu convinto ad organizzare le Olimpiadi solo da quel Faust della propaganda del suo Ministro Goebbels – non aveva alcuna stima per gli Stati Uniti che usavano far gareggiare atleti di colore, né cambierà idea grazie alle prestazioni di questi sul suolo tedesco, anzi. Ciononostante, nessun afroamericano subì discriminazioni durante la permanenza in Germania da parte del Paese ospitante. Questo è bene chiarirlo, per non alimentare uno storytelling fallace e stucchevole.

 

Jesse Owens iscritto nel marmo e nella storia

Jesse Owens iscritto nel marmo e nella storia (Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Di contro, le solite difficoltà riemersero al ritorno a casa: anche se le vittorie furono fonte di orgoglio per la comunità nera, nessun effetto positivo immediato agevolò la vita quotidiana degli atleti e le relazioni interrazziali. Anche per l’eroe Owens così valse la massima evangelica Nemo propheta acceptus est in patria sua.

 

“Al mio ritorno a casa, dopo le Olimpiadi del 1936, con le mie quattro medaglie, diventò sempre più evidente che tutti erano più che pronti a darmi una pacca sulla spalla o a stringermi la mano o persino a invitarmi a casa loro. Ma nessuno aveva alcuna intenzione di offrirmi un lavoro”.

 

– Jesse Owens, I have changed, 1972

 

E siccome “le medaglie d’oro non si possono mangiare” (cit. Owens), quest’ultimo per vivere dovette spesso svendere le sue doti atletiche in competizioni più per fenomeni da baraccone che per eroi nazionali.
Anche i riconoscimenti ufficiali furono scarsi: in particolare non venne mai invitato alla Casa Bianca dal Presidente in carica, il democratico Franklin Delano Roosevelt, che anzi cancellò un appuntamento con il pluricampione olimpico. A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina: all’epoca Roosevelt era infatti impegnato nella campagna elettorale per essere riconfermato, e temeva di perdere l’elettorato degli Stati del Sud.

 

 

Owens quindi si iscrisse al Partito Repubblicano, sostenendo il candidato avversario Alf Landon. Invitato ad un incontro del partito, nel 1936 dichiarò: «Alcune persone dicono che Hitler mi ha snobbato. Vi dirò, Hitler non mi ha snobbato. Non sono un politico, ma vi dirò che il Presidente non mi ha mai mandato un messaggio di congratulazioni perché, dicevano, era troppo impegnato». All’opposto, le gesta di Owens erano rimaste nel cuore di un altro uomo partito dagli USA per sconfiggere il nazismo: l’ex atleta, generale e poi Presidente repubblicano Eisenhower, che nel 1955 lo nominò “Ambasciatore dello Sport”.

 

 

Quindi nel ’76 fu insignito del Collare d’argento dell’Ordine Olimpico, e nello stesso anno premiato con la Medaglia presidenziale della libertà da Gerald Ford (un altro Repubblicano) che lo omaggiò così: «Owens ha superato le barriere del razzismo, della segregazione e del bigottismo mostrando al mondo che un afroamericano appartiene al mondo dell’atletica». Infine, nel 1990, gli fu concessa postuma la Medaglia d’oro del Congresso – per inciso, sempre da un Presidente repubblicano. Insomma, i principali riconoscimenti vennero da parte repubblicana, mentre non idilliaco fu il rapporto con i Democratici.

 

Jesse Owens che ritorna quasi trent’anni dopo allo Stadio di Berlino, nel 1965 (Express/Express/Getty Images)

 

 

Ormai come sappiamo i ruoli sono capovolti: il Partito Democratico ha dato agli USA il primo presidente di colore, e oggi concede il suo sostegno al più chiacchierato dei movimenti per i diritti civili, “Black Lives Matter”. Per comprendere i mutamenti bisogna allora andare indietro nel tempo, almeno fino alla Guerra di Secessione. Il Partito Democratico discendeva infatti da quello che aveva capeggiato l’insurrezione degli Stati confederati, favorevoli allo schiavismo, e aveva le sue roccaforti negli Stati del Sud. Al contrario i Repubblicani (non necessariamente abolizionisti) avevano la loro base elettorale a Nord.

 

 

La svolta dem partì con il figlio del già citato Kennedy, che impresse un cambio di rotta al partito in materia di diritti civili. John Kennedy era infatti l’uomo giusto al momento giusto quando arrivò alla Casa Bianca: giovane figlio di una facoltosa famiglia di non lontane origini irlandesi e cattolico, J.F.K. si schierò per la fine della segregazione guadagnandosi il consenso degli afroamericani. Malgrado l’irritazione dei “suoi”, in un Congresso dominato da Democratici del Sud, riuscì a segnare un cambio di paradigma per i democratici dal quale il Partito, ovviamente, non sarebbe tornato più indietro.

 

Tuttavia non erano più i tempi degli attivisti come White e degli atleti di colore come Owens. Erano gli anni ‘60 di Martin Luther King e Malcolm X, Tommie Smith e Mohammed Alì.

 

Nel film tv del 1984 “The Jesse Owens Story” è proprio il campione a spiegare a moglie e figlie che quel mondo era molto diverso da quello degli anni ‘30.

 

Non esisterebbero uomini più meritevoli di Owens per rappresentare un simbolo della rivincita afroamericana: nato nel sud degli Stati Uniti, campionissimo in quel di Berlino, macinatore di record su record. Le sue imprese sportive avrebbero potuto scuotere l’orgoglio nero dalle fondamenta, ma erano altri tempi. E lui, invece, era tanto irripetibile quanto “fuori dal tempo”: forse non sarebbe stato nemmeno l’uomo adatto per quel tipo di riscossa degli anni Sessanta, tanto idealista quanto chiassosa, anche perché la comunità nera mostrò spesso di non digerire i suoi legami con il mondo bianco, etichettandolo come uno Zio Tom.

 

Il volo di Jesse Owens, che monopolizzò le Olimpiadi di Berlino (Central Press/Getty Images)

 

 

«The black fist is a meaningless symbol. When you open it, you have nothing but fingers — weak, empty fingers. The only time the black fist has significance is when there’s money inside. There’s where the power lies» (Il pugno nero è un simbolo senza significato. Quando lo apri, non hai nient’altro che dita – dita deboli e vuote. I pugno nero ha un significato solo quando ci sono soldi dentro. È lì che sta il potere). Così d’altronde si era espresso Jesse Owens sul pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos a Messico ‘68

 

 

 

Laconico. Scettico. Cinico. Sembra che parli un vecchio maestro di vita con l’anima solcata da secoli di schiavitù che, seduto sui gradini di legno della sua misera casa nel profondo Sud, vuole mettere al riparo i giovani da facili illusioni, tra una boccata e l’altra di fumo dopo l’ennesima giornata di lavoro nei campi. Al limite del nichilismo questo Owens. Era quasi al tramonto della sua vita quando sembrò rivedere la sua opinione:

 

“Mi rendevo conto ora che la militanza nel miglior senso della parola era l’unica risposta per quanto riguarda l’uomo di colore, che qualsiasi uomo di colore che non fosse un militante nel 1970 era cieco o codardo.”

 

– Jesse Owens, I have changed, 1972

 

Ma Owens aveva militato nel miglior senso della parola, con le sue armi, dimostrandosi un vero uomo. Cosciente delle immani difficoltà cui la vita da afroamericano lo avrebbe costretto in un mondo dominato dal vero suprematismo, era tutto fuorché cieco o codardo: sapeva bene quanto razzismo ci fosse negli Stati Uniti, e aveva dunque capito di poter contare solo su sé stesso.

 

 

La sua, fuor di retorica, non è allora una vicenda di rivendicazioni e di diritti, ma al contrario di tenacia e di successo: più una storia di autoaffermazione tipicamente americana che invece di ribellione. Ciò magari non lo rende la migliore icona possibile per Black Lives Matter, ma di certo lo consacra come icona immortale dello sport.