Allenare una squadra a Roma significa innanzitutto fare i conti con una città che va alla messa per diletto e ascolta la radio come fosse il Vangelo. Cosa abbastanza pacifica se pensiamo che la secolarizzazione, in questa città, non solo ha riguardato la religione cristiana e il suo credo cattolico-romano, ma è confluita nel credo calcistico delle due squadre cittadine, esasperandone il tifo (almeno a partire dagli anni Settanta).

 

 

Che il calcio sia analogo al rito religioso lo abbiamo visto e ribadito un centinaio di volte su queste colonne digitali – non si saprebbe chi prendere ad esempio, tra Pasolini, Camus e Ratzinger. Che le radio romane siano come il tramite (orale et) oracolare di questa relazione, è noto a chi vive nella città e nei suoi immediati dintorni, meno a chi è estraneo alle vicende della capitale (sentimentalmente e fisicamente).

 

 

Almeno a partire dagli anni Novanta – ma si potrebbe risalire ulteriormente nel tempo –, i veri sacerdoti di questa città, storicamente legata al cristianesimo, hanno preso le sembianze dei conduttori radiofonici, i veri cardinali della città eterna. Il commento alla domenica calcistica del lunedì mattina ha in breve tempo assunto il peso dell’antica e imperdibile omelia papale. Come a dire: le parole del Papa passino pure, quelle di Marione (nome d’arte per Mario Corsi) neanche per scherzo.

 

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Simone Inzaghi e Paulo Fonseca, due uomini provati dalle radio romane (foto di Paolo Bruno/Getty Images)

 

 

Personaggi leggendari popolano lo spazio etereo della frequenza radio per soli tre minuti a settimana. Se gli ascoltatori se ne innamorano, a questi è riservato un posto d’onore nel chiacchiericcio sportivo della capitale. Un onore riservato a pochissimi. Guai a scagliarvisi contro, potrebbero saltare delle teste. Dai dirigenti ai giocatori, dal presidente all’allenatore: se vuoi capire Roma sei costretto a misurarti con le radio che ne monopolizzano il dibattito calcistico. Nel bene e nel male.

 

Mi padre me diceva: fa’ attenzione
A chi chiacchiera troppo; a chi promette
A chi, dop’esse entrato, fa: “permette?”;
a chi aribbarta spesso l’oppignone.

 

Aldo Fabrizi, romanista fino al midollo, chissà cosa avrebbe detto delle radio romane. Non ne abbiamo diretta testimonianza, ma i suoi versi ce ne fanno intuire l’oppignone. Quasi ce lo immaginiamo, Fabrizi, insieme alla sorella Elena, la celeberrima Sora Lella, lei invece lazialissima, a discutere animatamente di Roma e Lazio davanti a un piatto di tonnarelli. Probabile, tra l’altro, visto che tra i due non correva di certo buon sangue – si racconta che Aldo disse un giorno a Verdone: « Ma tu che ci trovi in mia sorella? Quella è buona solo a cucinare. »

 

 

L’astio tra le due tifoserie, sia detto per inciso, non è di certo sminuito dalle radio, che anzi ne alimentano i rancori reciproci, tra battutine costanti e interventi a casa degli altri. Non è raro sentire laziali chiamare (il più delle volte, ascoltare) radio romaniste, come non è raro il contrario. Il problema comunque non è degli ascoltatori, ma dei conduttori, giornalisti e professionisti del mestiere, ma prima di tutto tifosi sfegatati, il più delle volte accecati dalla fede per la propria squadra del cuore.

 

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Capello, ex allenatore della Roma e grande conoscitore/critico della piazza romana (foto di Grazia Neri/Getty Images)

 

 

Quello delle radio romane è un potere che aleggia sulla città come lo Spirito Santo, invisibile ma sempre presente. Non porta pace come quest’ultimo, ma guerra, ansia, sfottò costante, derby tutto l’anno, provincialismo gretto e maniacale. Ecco, che lo si dica una volta per tutte: che Lazio e Roma rimangano due provinciali del nostro calcio non può che far piacere alle emittenti locali.

 

Lo sa bene Fabio Capello, che lo scorso luglio consigliava a Paulo Fonseca, attuale allenatore della Roma, di non ascoltarle mai, neanche per scherzo, le radio romane: « Io parlavo solo con quelle nazionali. Devi stare fuori da quelle cose lì. » Lui che ha vinto a Roma, certo, un segreto doveva pur averlo.

 

Le radio, a Roma, sono come lo specchio della sua gente (e dei suoi tifosi): « A Roma è così: quando vai bene ti esaltano, quando vai male cadi nell’inferno. » Capello parla di Roma, in generale, ma chi è dentro la città sa bene che tra giallorossi e biancocelesti la pressione è sensibilmente differente. Basti pensare che, al di là della celebre trasmissione “Te la do io Tokyo”, condotta dal già citato “Marione”, al momento sei radio ospitano palinsesti dedicati alla squadra giallorossa: Roma Radio, Rete Sport (dedicata esclusivamente alla Roma), Centro Suono Sport, Elle Radio, Tele Radio Stereo, Radio Radio.

 

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Claudio Lotito e James Pallotta, facile bersaglio delle radio romane (foto di Pier Marco Tacca/Getty Images)

 

 

« I giocatori non devono essere influenzati. Tutti gli allenatori che hanno allenato a Roma dicono che le radio sono un problema. » Figuriamoci adesso, poi. Se il coronafootball sta affossando il calcio e le televisioni, al contempo sta rialzando gli ascolti delle radio. A parziale (siamo buoni) detrimento di Roma e Lazio. Basti pensare all’ultimo derby, senza pubblico ma paradossalmente – o forse proprio per questo – uno dei più sentiti in città da anni. Nonostante il monito di Capello, infatti, è indubbio che i giocatori e gli allenatori di Roma e Lazio ascoltino le radio romane. Vietarglielo o evitarlo è quasi impossibile, visto che in città non si parla d’altro sette giorni su sette.

 

 

Lo sa bene l’ex presidente giallorosso Pallotta, che tra le altre cose aveva costretto due radio romane alla bancarotta: « Ora ne rimangono solo nove (sic!) », aveva commentato. Con il supporto della Curva Sud, tra l’altro. Curva che non lo ha mai amato, ma che sul tema si esprimeva piuttosto eloquentemente qualche tempo fa: « RADIO ROMANE TUTTE PUTT*** ». Anche Gianni Di Marzio, papà del Gianluca esperto di mercato ed ex allenatore del Napoli, elogiando Simone Inzaghi ha parlato di Roma come di una piazza « che ti assilla con le radio. »

 

Tra gli anni Novanta e i primi Duemila, le radio romane si sono imposte sulla scena calcistica della città come un vero e proprio fenomeno mediatico, anticipando – con centinaia di migliaia di ascoltatori al giorno – il folklore delle discussioni social che oggi arricchiscono il dibattito calcistico pubblico – tanto partecipato quanto sempre più lontano dall’azione delle tifoserie (quell’azione che, detto per inciso, esplode in un batter d’occhio attraverso la voce pubblica delle radio).

 

Tanto Pallotta quanto Lotito – vedremo Friedkin – hanno provato a fondare una radio ufficiale del club, ma con scarsissimo successo. Comunque sia, le radio romane sono e rimarranno sempre un luogo imprescindibile per i tifosi di Roma e Lazio, difficili da capire, lontani anni luce gli uni dagli altri, ma assimilabili nella tradizione orale delle radio, cura e malattia del calcio romano.

 

 


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