24 giugno 2012, un vento catartico avvolge Kiev. Stadio Olimpiyski, la notte cala imperterrita, Inghilterra e Italia si giocano la semifinale dell’Europeo ai calci di rigore. Al terzo penalty i britannici sono avanti, mentre gli uomini di Prandelli vedono avvicinarsi al baratro. Andrea Pirlo, numero ventuno, esteta della regia calcistica, bresciano di concetto, afferra la sfera. Alle linguacce bizzarre di Hart, portiere dei leoni, contrappone un colpo da maestro, uno scherzo romantico: il cucchiaio. Da quel momento le energie degli azzurri sussultano, cambia tutto, risultato ribaltato, 2-4. La gemma peccaminosa del metronomo supremo spedisce la delegazione italiana nelle viscere di Varsavia: avviene lì l’incontro tra Andrea e uno dei pianisti più idolatrati dell’era contemporanea: Fryederyk Franciszek Chopin.Nel 1983, tra i prati punk ed elettronici del sound internazionale, si eleva al cielo una confessione non banale di Gazebo, al secolo Paul Mazzolini: «Used to say, I like Chopin, love me now and again…», il ritornello della sua I like Chopin. 28 giugno 2012, stadio Narodowy W Warszawie – non molto lontano da Żelazowa Wola, culla di Chopin –, Germania-Italia, semifinale. Il raggio pop di Gazebo, da hit parade per innumerevoli settimane, subisce una metamorfosi: il ritornello arpeggia così: «Pirlo plays, like Chopin, love them again…». La traduzione vien da sé. Andrea Pirlo acceca i sogni dei tedeschi, da sempre padroni fisici del centrocampo, con le stesse armi del collega naturalizzato parigino: una ballata per respingere il pressing di Khedira e Schweinsteiger, una mazurca per prendere in mano le sorti dell’incontro e poi una serie di valzer ad arricchire le trame di gioco azzurre in un primo tempo sontuoso: 2-0 per la truppa Prandelli. Nel secondo tempo, delizia per il palato: Nocturne op. 9, per distogliere le manie di grandezza teutoniche dall’obiettivo finale. Come suonano il piano quei piedi! Sembrano le mani di Chopin. Hanno accarezzato soltanto l’invenzione di Bartolomeo Cristofori, fedelmente, per tutta la vita, in tutte le sfide. Mai un burbero assolo, mai una stonatura a frantumare i pentagrammi.

Sentire la pressione

Però, l’Italia soffre nel recupero. Özil realizza dagli undici metri a una manciata di minuti dalla fine, diversi fantasmi bussano alla mente degli italiani. Pirlo pensa bene di dar vita a un preludio, poiché si fida dei suoi compagni e sa che sta per arrivare il momento dell’apoteosi. Al triplice fischio del transalpino Lannoy, parte con passo dissonante la Polonaise op. 53, che riempie di orgoglio tutti i combattenti polacchi della rivolta ottocentesca contro la Russia. L’opera chopiniana celebra – in quel giugno politicamente sadico – le gesta di un pianista sull’erba: Pirlo, en passant. Dopo La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore, arriva il pianista sull’erba, fratello di sangue del romantico fuoriclasse franco-polacco. Lasciando la sua nazione, per poter sopravvivere, Fryderyk decide di regalare una rivalsa artistica al popolo che lo ha visto crescere: miscela Mozart, Bach, Schubert, Beethoven, dando un alone di poesia alla musica popolare polacca. I suoi studi, le sue sonate, non colorano di grazia soltanto i cieli francesi: l’Austria, la Spagna e la Gran Bretagna ne sanno qualcosa. È definito “il poeta del pianoforte”, non solo per le spossanti emozioni che le sue dita donano, altresì per una sua visione avanguardistica e profetica della musica. Le vibrazioni prodotte dai suoi appunti preziosi, sono pennellate di malinconia che fanno salire dalle vene alla gola languori leggeri. Il percorso fluviale inebria le sinapsi dell’ascoltatore con celestiale irrequietezza.

Come Andrea, in pratica. “Poeta della mediana”, perfettamente a suo agio tra improvvisi eccellenti, lanci a occhi chiusi a Lichtsteiner, giochi di prestigio per servire Grosso in area di rigore e carezze imperiose per decidere campionati all’ultimo respiro (gli ultimi cinque minuti nella punizione contro il Genoa a Marassi, gli ultimi cinque secondi nel derby della Mole). Chopin distrugge ogni fibra del suo cuore con l’amore incontenibile per la scrittrice George Sand. Debole fisicamente, attanagliato dalla tubercolosi, ma comunque intento a scrivere la storia del pianoforte. Come Andrea, fisicamente non un marcantonio e anche lui ravvivato da amori travagliati. Ha riscritto la storia del centrocampo italiano con molta semplicità.  Apparentemente i due pianisti sembrano l’immagine della seriosità, lo specchio della tristezza d’animo. Eppure, Chopin sostiene questo: «Chi non ride mai, non è una persona seria». Il compositore ama ridere e divertirsi con poco. Come Andrea, del resto: negli spogliatoi in cui ha lottato, ha lasciato un raggio di sole: chiedetelo a Gattuso o a Buffon. Pirlo termina il suo concerto calcistico a quasi 39 primavere. Chopin termina la sua regia musicale, per colpa della vita, a quasi 40 primavere. Per un pelo coetanei, questi due sorprendenti artisti. Hanno donato un trentennio della loro arte al mondo intero, partendo dalla polvere delle periferie. Dove sono arrivati? A tallonare l’infinito. Come il chiaro cucchiaio di Kiev. Come l’oscuro vento che avvolse Parigi il 17 ottobre 1849.