Valentino Mazzola, il capitano dei capitani d’Italia, è un lavoratore. Indossa da Ercole la fascia dei granata. Sostiene, nella forgia del mito del Grande Torino, che è:

«Meglio assai lavorare: con l’ozio c’è il pericolo di rovinare la passione, veramente sana, per il calcio».

Il suo motto è l’alternativa alla legge degli Agnelli. Benedetto Craxi, per gli amici Bettino, è un ragazzino milanese che ascolta alla radio, su una sedia di legno da poche lire, le parole del dieci semplice: uno dei simboli della ricostruzione.

 

 

La sera del 4 maggio 1949, apprende dal padre una notizia che cambia per sempre la storia del calcio mondiale: alle ore 17:03, l’aereo FIAT G. 212 della compagnia ALI, marchiato I-ELCE, con a bordo l’intera squadra dell’invincibile Torino si era schiantato sulla Basilica di Superga, cancellando dalla terra la leggenda e mietendo complessivamente trentuno morti. La vicenda strappa il cuore al ragazzo, come a centinaia di migliaia di italiani: da quel momento il suo legame con la sponda operaia del Po’ diventa inscindibile.

 

Quella tra Bettino Craxi e il Partito Socialista italiano è stata una lunga avventura

 

 

Il 27 agosto del 1999, al tramonto del suo esilio dorato ad Hammamet, Bettino, uno degli uomini più potenti d’Europa, seppur chiuso in gabbia, accetta di chiacchierare davanti alle telecamere di Tele+: confessa a Fabio Caressa il suo amore dilagante per le corna di Eupalla:

«Al Torino sono rimasto sempre fedele, come all’arma. Superga per me, tifoso ragazzino, fu il primo grande dolore della mia vita. Del vecchio Torino mi ricordo anche la formazione, ho persino la foto in casa di questa squadra ormai storica».

Un rapporto corroborato da malinconia, goduria, rivalsa. I ricordi malinconici di un passato evaporato sotto i colpi di Tangentopoli, che gli hanno impedito di sedere ancora in tribuna al Delle Alpi insieme ai colleghi La Ganga e Garesio, in una sorta di sfida a distanza con Gianni Agnelli, del quale non ha mai subito il carisma. Un pugno di nostalgia custodito gelosamente fino agli ultimi giorni di vita, nel pentimento di non aver occupato un seggiolino qualunque della Maratona, ridisegnando sulle nuvole con le dita un passato senza Superga, nel quale Mazzola solleva i titoli internazionali. Il tutto condito dal canto dello statuto granata, Ancora Toro:

Granata è una seconda pelle
portarla è come un viaggio tra le stelle
lo so cos’è la storia e la leggenda
giochiamo noi, la fiamma non si è spenta.

La goduria del Craxi capopopolo di lusso è targata 16 maggio 1976, giorno del settimo scudetto torinista, e si estende all’amicizia col mister della cavalcata, Gigi Radice, che non ha mai nascosto la sua appartenenza politica:

Non mi vergogno a sostenere che ho idee politiche a sinistra, tra il socialista e il comunista: e con ciò? Proprio per questo ho elaborato una visione del calcio e della società che non è più solo quella del training e della panchina.

Basta un 1-1 casalingo al Comunale contro il Cesena per superare con quarantacinque punti sul rettilineo finale la Juventus, scivolata sonoramente a Perugia e bloccata a quarantatré lunghezze. Tra i sessantacinquemila del catino torinista vi è anche Bettino, che stringe la mano al patron Orfeo Pianelli e si stropiccia gli occhi al tuffo vincente di Pulici, eroe dell’alloro assieme a Ciccio Graziani, i Batman e Robin della Serie A.

 

 

Senza dimenticare Claudio Sala, il poeta del gol, amato alla follia dall’ex segretario socialista e i rampanti Pecci e Zaccarelli, i giovani fanti che non ti aspetti. Craxi rispecchia nelle idee di Radice l’Ajax di Rinus Michels, e spera che la squadra in grado di dare un dispiacere all’avvocato d’Italia apra un ciclo europeo di impareggiabile fattura. Sarebbe uno smacco tremendo ai sostenitori della Vecchia Signora. Sogno di gloria internazionale che lo ha accompagnato altresì politicamente: il suo PSI deve guidare la comunità istituzionale del Vecchio Continente.

 

Foto Fondazione Craxi

Bettino Craxi trionfante con la bandiera del Toro (l’immagine è una gentile concessione della “Fondazione Craxi”)

 

 

Ma il ciclo del Toro non comincia e la società prende una china inaspettata: dopo anni di fiero orgoglio e risultati onorevoli, nel 1988 si assiste all’apertura del purgatorio per i cuori granata. Il presidente Mario Gerbi ingaggia nuovamente Luigi Radice, esonerandolo alle prime difficoltà. Al suo posto un altro uomo del settimo scudetto, tanto caro a Craxi, Claudio Sala, messo alla porta prima del collasso totale. Serie B, uno sprofondo che convince il leader socialista, già Presidente del Consiglio, a prendere in mano la situazione dell’Achille Lauro torinista, seppur sotto mentite spoglie.

 

 

Convince l’amico l’ingegnere e imprenditore Gian Mauro Borsano ad assumere il vertice della società, ricambiandogli il favore con un futuro da deputato nel Partito Socialista Italiano alla tornata elettorale del 1992. Insieme, ai tavoli di pregiati ristoranti piemontesi, ricompongono i cocci di una storia da ispirare a Valentino Mazzola e Gigi Radice, puntando alla supremazia cittadina contro la famiglia Agnelli. In molti lo pensano, ma nessuno lo dice: Craxi è una sorta di presidente ombra del club. Sceglie Fascetti per la trionfale risalita in massima serie del 1989. Spinge per l’arrivo di un giovane allenatore pronto a sposare il quarto d’ora granata: Emiliano Mondonico.

 

 

Consiglia caldamente l’acquisto di Carlos Pato Aguilera, funambolico eroe di Anfield del Genoa, del quale si era calcisticamente invaghito. A chiarire il retroscena è il presidente genoano dell’epoca, Aldo Spinelli, in un’intervista al Secolo XIX:

«Aguilera andò a Torino anche su pressione di Craxi che era vicino al presidente Borsano. Me la ricordo la telefonata di Craxi…».

Craxi e Berlusconi in tribuna

 

 

Nel libro La Repubblica nel pallone – Calcio e politici, un amore non corrisposto di Fabio Belli e Marco Piccinelli (Rogas Edizioni, 2019), la sua leadership esterna è confermata:

«Craxi fa qualcosa che non aveva mai fatto precedentemente: lavora dietro le quinte per il Toro […] Scelta molto oculata quella di Borsano, da parte di Craxi, che indulgerà a una insolita passerella pubblica nel neonato stadio Delle Alpi, simbolo della grandeur e degli sprechi di Italia 90, fianco a fianco in tribuna col nuovo presidente. Una foto che, al netto della potenza del leader socialista, rappresenta una sorta di credito illimitato per il presidente, che ha appena festeggiato il ritorno in Serie A al primo colpo».

La rivalsa arriva. Le trame e la statura dell’uomo di potere portano i frutti sperati. Il Torino di Mondonico conquista la finale di Coppa UEFA. L’avversario è la società dei sogni di Craxi, l’Ajax di Louis van Gaal e Dennis Bergkamp. È il 13 maggio 1992. Nel match di andata del Delle Alpi il 2-2 favorisce i lanceri, ma all’Olympisch Stadion i granata incornano ripetutamente l’avversario. La foga del Toro viene placata irregolarmente da Frank de Boer in area di rigore: fallo netto su Cravero, l’arbitro slavo Zoran Petrovíc lascia correre.

 

 

Emiliano Mondonico solleva una sedia posizionata affianco alla sua panchina in segno di protesta. L’immagine è cinema prestato allo sport. Il sogno europeo finito su una seggiola da dieci mila lire. Molto diversa da quella dell’ascolto del motto di Mazzola. Molto simile a quella su cui Craxi si siederà per gli interrogatori di Mani Pulite. Anche lì s’infrangerà un sogno di dominio, quello che lega a doppio nodo il calcio e la politica.

 

 

Da Hammamet, un toro chiuso in gabbia cercherà di tornare bambino calciando un pallone col nipote: ricordando Mazzola, Radice, il furto su Cravero. Una mimesi intrisa di ironia letale e tristezza d’avorio della lirica Torino di Guido Gozzano.

 

E quante volte già, nelle mie notti
d’esilio, resupino a cielo aperto,
sognavo sere torinesi, certo
ambiente caro a me, certi salotti
beoti assai, pettegoli, bigotti…

 


Immagine di copertina: © Rivista Contrasti