O Corona o Morte!: questo è il grido degli atleti che squarcia il cielo di Olimpia per dare il via alla competizione. Viene da sempre attribuito alle Olimpiadi dell’Antica Grecia un alone di pace e purezza. La narrazione moderna ne privilegia gli aspetti pacifici, quali l’interruzione di guerre e la grande sportività tra gli atleti, nemici solo per finzione in regime di Olimpiade. Ma possiamo davvero prendere per trasparente e storicamente attendibile una descrizione così ingenua dei fatti?

 

Innanzitutto se De Coubertin, fondatore dei moderni Giochi Olimpici, avesse conosciuto realmente lo spirito delle antiche Olimpiadi e l’importanza dell’agone, probabilmente non avrebbe mai pronunciato la frase “L’importante è partecipare”. Il podio non esiste. Il fair play, in una società modellata dal mito dell’eroe, è semplicemente un controsenso. La sconfitta significa disonore per sé stessi e infamia per la propria gente. Vincere invece vuol dire gloria; il radioso inizio di grandiose carriere politiche e/o militari; statue erette a proprio nome, nella propria città come nella stessa Olimpia.

 

Vincere le Olimpiadi significa diventare simbolo della propria polis, essere innalzati quasi alla stregua del divino. Le gare a squadre per di più non sono contemplate. L’onore non è condivisibile con nessuno, tranne che con la propria famiglia e i propri antenati. L’onore, però, è preceduto dall’agone, vera stimmate dell’uomo greco. Ogni polis ne porta i tratti: Corinto ha i Giochi Istmici, Delfi i Giochi Pitici, Sparta le Carnee ed Atene le Panatenaiche. Tutti nascono con lo stesso obiettivo: celebrare il culto agonistico attraverso solenni riti religiosi.

 

Olimpiadi Atene 2004

Il cammino che, da Olimpia, porterà il fuoco olimpico fino ad Atene; gennaio 2004 (foto Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

 

La prima testimonianza è racchiusa nel XXIII libro dell’Iliade. Otto gare – due di corsa, tre di combattimento, una di precisione e due di lancio – organizzate da Achille piè veloce, sotto le mura di Troia assediata, per accompagnare il rito funebre di Patroclo, suo fraterno amico e compagno. Mommsen, storico tedesco, fa però risalire al 776 a.C. la trasformazione dei Giochi da occasionali gare a momento di massimo agone atletico finalmente organizzato. Da questa data, il 776 a.C. appunto, i Giochi di Olimpia acquistano sempre maggior blasone ed aumentano le città intente a competere per la gloria.

 

Come ogni evento, dio, semidio, eroe o storia che si rispetti dell’antica Grecia, la verità è sempre un misto di informazioni da estrapolare tra storiografi ed aedi canta-miti. Il più accreditato di questi ultimi – Pindaro, nella prima delle 14 Odi Olimpiche – racconta di Enomao, re di Pisa d’Elide, il quale per sfuggire alla morte che sarebbe avvenuta per mano del genero prova ad impedire le nozze della figlia Ippodamia. Egli indice così una corsa di carri da Pisa a Corinto; il vincitore avrebbe poi sposato la figlia. Muoiono in 13. Pelope, il quattordicesimo, con un inganno sconfigge finalmente Enomao. Per discolparsi della sua scorrettezza organizza i primi giochi Olimpici in onore di Zeus.

 

La storia che ci racconta Pausania, invece, conferma ciò che molti provano a negare. Lo sport e la politica vanno a braccetto. Da sempre. Olimpia viene conferita alla storia dello sport grazie ad un accordo di non belligeranza tra Ifito, re dell’Elide, e Licurgo, re di Sparta. Trasformata in territorio neutrale, Ifito istituisce i giochi Olimpici, diventati così simbolo di tregua politico-militare, per ringraziare gli dei.

 

Olimpia Olimpiadi

L’ingresso di Olimpia, a millenni di distanza dai primi giochi delle Olimpiadi (foto Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

 

Cercare la verità tra i resti del mito e gli squarci della storia può però essere pericoloso. Sorgono così false credenze, portate avanti nei millenni, equivalenze dubbie ma indiscusse come Olimpiadi = pace universale. Non è certamente un’invenzione la proclamazione dell’ekecheirìa, la tregua, ad opera dei messaggeri di pace o spondophòroi, portavoce della data d’inizio delle competizioni e della conseguente interruzione dei conflitti.

 

Isocrate vi si riferisce nel Panegirico, prendendo la tregua olimpica come esempio per la creazione di una federazione panellenica. Erodoto addirittura, nelle Storie, scrive che i Greci lasciano sbigottiti i Persiani perché, per rispettare la tregua, interrompono la battaglia delle Termopili. È complicato da credere però che queste non fossero che delle eccezioni. Davvero l’ekeicheirìa è sentita a tal punto da mettere fine all’odio profondo che animava certe poleis in perenne conflitto?

 

Difficile, soprattutto in una società profondamente classista e guerrafondaia come quella greca. È più facile pensare che, mentre le guerre continuavano, ciò che oggi chiamiamo il “villaggio olimpico” sia stato luogo di importanti accordi. Lo strettissimo legame tra le Olimpiadi antiche e la diplomazia d’altronde è confermato dalla presenza costante di ambasciatori, tiranni e sovrani alle gare. Olimpia è invece spesso teatro di violenza, non solo tra gli atleti che si cimentano nel pugilato o nel pancrazio, ma anche tra gli spettatori, dentro e fuori dallo Stadio.

 

Olimpiadi Grecia

525 a.C. Quattro atleti si preparano all’Olimpiade; un discobolo, un saltatore e due lanciatori di giavellotto. Da un’anfora panatenaica (foto Hulton Archive/Getty Images)

 

Il colpevole più illustre è Lisia, oratore e logografo ateniese. È quest’ultimo che, durante un’Olimpiade, scrive un Panegirico, L’Olimpico, nel quale invita i presenti a dar vita alle ostilità contro Dionisio di Alicarnasso, tiranno di Siracusa. Gli ascoltatori, prese alla lettera le dichiarazioni lisiane, si dirigono compatti verso la sfarzosissima tenda del tiranno, e qui danno luogo ad un maestoso saccheggio.

 

È errato considerare alla pari l’ekeicheirà (la tregua) con l’eirène (la pace). Più che un periodo di pace le Olimpiadi sarebbero allora un periodo di tregua, non sempre rispettata, tra le poleis greche. Gli unici a godere davvero di immunità sono il territorio di Olimpia, attraverso una proclamazione concordata da tutte le città partecipanti, e le delegazioni di atleti o allenatori, liberi di muoversi per allenamenti e competizioni.

 

Antiche le Olimpiadi, antichi i luoghi comuni. Quando ci indigniamo per la paga di un calciatore o perché i dottori sono molto meno considerati di chi fa gol la domenica, facciamo nostra una storia molto antica, che risale proprio ai Giochi di Olimpia. Euripide nell’Autolycos scrive infatti:

“Di tutti gli innumerevoli mali che affliggono la Grecia, nessuno certo è peggiore degli atleti”.

A rincarare la dose ci pensa Cicerone, il quale afferma che un generale romano, vincitore di aspre battaglie, riceve ricompense minori di un vincitore di Olimpia. Pròtos anthròpon (“primo tra gli uomini”), esenzioni dalle tasse, mantenimento a spese della polis, cariche e carriere pubbliche sono solo alcuni dei titoli destinati ai campioni. Senza contare, come detto, la gloria eterna. Forse Cicerone non è proprio uno sprovveduto.

 

Eppure le Olimpiadi sono resistite ai millenni. Come possiamo notare, le critiche al mondo sportivo da parte degli intellettuali esistono da 2700 anni. Ci sono da quando lo sport, da momento di svago o semplice esercizio fisico, è diventato agone. Chi ieri denunciava attraverso panegirici l’eccessiva importanza che veniva data ai campioni non è poi così differente da chi oggi sui social si indigna per lo stipendio di un qualsiasi calciatore professionista.

 

Chi ieri tifava ed era accusato di dare troppa importanza ad una gara, non è poi così differente dal moderno protagonista di “Fever pitch”, in cui tanti di noi si riconoscono. La storia delle Olimpiadi antiche ci insegna dunque che lo sport è sempre stato motivo di agitazione politica e polemica intellettuale. Cosa ci hanno donato le Olimpiadi? Lo Sport. Che non è mai soltanto sport. Padrone e schiavo ieri. Ricco e precario oggi. Tutti ancora col cuore in gola, fino al traguardo, alla ricerca della gloria immortale. Al di là di ogni ceto sociale.