Dall'arte al campo, la neutralità non esiste.
“Come ministro della Cultura ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui sia dissidente rispetto a quella autocrazia”. Queste le parole del Ministro Giuli, pronunciate la scorsa settimana durante la presentazione del padiglione italiano alla Biennale. Ci sia contentita una domanda: la mostra sui futuristi organizzata dal suo ministero, allora, perché è stata fatta? Aboliamo dai musei De Chirico. Stralciamo le pagine di letteratura – già risicate sui libri di scuola – su Marinetti. Buttiamo giù il Colosseo Quadrato fatto da Piacentini, o gli Studi di Cinecittà. Al bando D’Annunzio, Papini e Malaparte.
Non erano forse artisti liberi loro?
Già che ci siamo non beviamo neanche più Campari. I loro manifesti più iconici li fece Depero nel pieno del ventennio. Anziché dissidenti, quei manifesti li dovremmo accusare di collaborazionismo. Tutti d’altronde hanno avuto rapporti con il fascismo, che non era certo un modello di democrazia.
Contestualizziamo però. Le parole di Giuli arrivano in risposta al ritorno della Russia alla Biennale di Venezia 2026, e alle lettere di ventidue ministri degli Esteri e della Cultura di altri Paesi europei. Ma soprattutto in contrasto con l’amico – lo sarà ancora? – Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale e gigante culturale della ‘destra’ italiana, seppure questa etichetta vada molto stretta a Buttafuoco, acerrimo nemico dell’occidentalismo fallaciano su cui l’attuale destra, spesso, fonda la propria visione dicotomica del mondo.
Al di là del tecnicismo sul chi abbia ragione, a noi interessa andare alla radice della questione. La domanda è: l’arte e lo sport sono o non sono politica? Perché ultimamente tanto se ne è parlato, anche in relazione a quelle Olimpiadi in cui ne abbiamo sentite di ogni. Nessuno ricorda mai che i Giochi Olimpici, nell’antica Grecia, nascevano per dimostrare di essere migliori rispetto alle altre città greche. E che chi vinceva era destinato a una lunga carriera politica e a ogni tipo di onore da parte della città che rappresentava.
Eppure, questo non impedisce la classica litania: “Lasciamo la politica fuori dallo sport”. E giù a evocare regolamenti. Poi, però, agli atleti russi viene concesso di partecipare ma non di sfilare con la loro bandiera. Vladislav Heraskevych, atleta ucraino dello skeleton, viene squalificato perché vuole indossare un casco che omaggia oltre venti sportivi e allenatori uccisi dai russi dall’inizio della guerra nella sua terra. Azzerare i simboli per rendere innocui gli atleti. Perfetti usa e getta per la pubblicità dell’ultimo dopobarba. Queste non sono scelte politiche? La tanto decantata e pretesa neutralità non esiste. Non è mai esistita.
Oggi il villaggio olimpico viene ricordato per qualche notiziola sul come si mangia, sull’esaurimento delle scorte dei preservativi o sui letti di cartone o meno. Durante le Olimpiadi nell’Antica Grecia, invece, era il luogo dove tiranni, sovrani e ambasciatori si incontravano e decidevano il destino delle poleis. E poi: gli artisti del Rinascimento lavoravano per papi, principi e repubbliche. Caravaggio non faceva installazioni per un festival green indipendente finanziato dall’Unione Europea. E Michelangelo non dipingeva per hobby ma per Giulio II, il Papa mecenate che guidava gli eserciti e non commissionava la Cappella Sistina per amore dell’arte bensì per dimostrare il suo potere.
Arte e sport sono sempre stati dentro il potere: a volte contro, altre volte accanto. Il loro collocamento non toglie legittimità al loro valore. Al contrario, è lì che si capiscono davvero.
L’errore che si fa è credere che la politica sia solo mettere una X su una scheda elettorale, o peggio che sia esclusivamente quella nel palazzo. Nulla di più sbagliato. Questi sono strumenti della politica. Ma per dirla alla Battiato: “La linea orizzontale ci spinge verso la materia. Quella verticale verso lo spirito”. Tradotto: la linea orizzontale è la X sulla scheda o il parlamentare di turno, quella verticale è tutto il resto. È la visione del mondo che portiamo avanti con ogni nostro gesto, piccolo o grande.
A maggior ragione arte e sport sono sempre stati politica, nel senso più alto del termine. Non la politica dei comunicati stampa, dei veti diplomatici o delle sanzioni morali. La politica come espressione di civiltà, di comunità, di popolo.
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Se scindessimo lo sport dalla politica, ad esempio, non avremmo mai avuto questa fascinazione per Maradona: per il campione, certo, ma soprattutto per l’uomo che sbaglia. Non accenneremo un sorriso pensando al Pibe de oro che con tanto di gesto dell’ombrello potendo scegliere tra Cuba e Casa Bianca, non ha il mio minimo dubbio. O non celebreremmo la più significativa doppietta della storia, realizzata contro l’Inghilterra, quella della Mano di Dio che riscatta un intero popolo per quanto accaduto a Las Malvinas con la stessa Inghilterra.
Oppure non ricorderemmo ancora oggi l’orgoglio della nazionale ungherese che, poche settimane dopo la repressione sovietica di Budapest, a Melbourne travolge l’Urss 4-0 – nella partita passata alla storia come Blood in the Water – e poi va a prendersi l’oro contro la Jugoslavia. Sul volto di Ervin Zádor, autore di una doppietta, col sopracciglio spaccato c’è molto più di una ferita: c’è la vendetta simbolica di un popolo umiliato. Di episodi se ne potrebbero citare a centinaia, ma è dalla commistione con la politica che sono accaduti alcuni dei fatti più significativi dello sport mondiale.
Un’ultima riflessione: il mondo politico che Giuli rappresenta si batte da anni contro l’ideologia woke in nome della libertà.
Quella libertà culturale che consente di riconoscere i giganti per ciò che hanno prodotto, a prescindere dal loro rapporto con il potere. Proprio per questo chi guida la cultura – per lo meno quella burocratica – non può permettersi di fare il censore spostato a destra. E questo non c’entra nulla con lo stare dalla parte dei russi o delle autocrazie. C’entra con una cosa più semplice: arte e sport non perdono valore perché sono politici. Lo perdono quando fingiamo che non lo siano. Perdono della loro forza rivoluzionaria. Della loro violenza necessaria. La neutralità non è uno spazio libero. È uno spazio svuotato.