Domenica 28 maggio, 22.45 circa, stadio Giuseppe Meazza in San Siro. Risultato a parte, il fischio finale è stato accolto con un sospiro di sollievo dal tifo nerazzurro, dopo una stagione tribolata, dove la “pazzia” che ha sempre contraddistinto in positivo e in negativo l’indole dell’FC Internazionale Milano ha raggiunto livelli parossistici. Dalla disastrosa gestione De Boer al caos societario, passando per le nove vittorie in dieci partite di Pioli e i 2 punti fatti in 7 giornate a partire da metà marzo (con cui lo stesso allenatore si è giocato la possibile riconferma); quest’anno l’Inter non si è proprio fatta mancare nulla, dentro e fuori dal campo. Alla conclusione della stagione, però, la società si ritrova per l’ennesima volta a ripartire pressoché da zero e a vedere gli avversari di sempre (la Juventus di Allegri) vicini a emulare lo storico Triplete, principale vanto nerazzurro assieme all’ininterrotta permanenza in Serie A dal 1908 ad oggi. L’Inter rimane e rimarrà un mistero insolubile per tutti gli amanti del calcio e non è possibile condensare in poche righe le ragioni profonde di una stagione che ha mostrato, una volta di più, l’incredibile tendenza masochistica che questa squadra riesce a condividere coi suoi tifosi. Il rapporto tra l’Inter e questi ultimi è caratterizzato dall’eccesso a 360°, nell’entusiasmo e nell’autocommiserazione: c’è l’amore incondizionato – che ha determinato anche quest’anno una presenza a San Siro molto alta, nonostante alcune prestazioni decisamente deludenti – ma c’è pure l’abbandono dello stadio da parte della Curva Nord a Inter-Sassuolo, al termine di una stagione dove non sono mancate durissime polemiche nei confronti di colonne portanti della squadra come Icardi, Gagliardini e Brozovic.

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La protesta dei tifosi nerazzurri contro il Sassuolo

In questa situazione caotica, è necessario provare a riordinare i pezzi del puzzle per cercare di intravedere in che modo (e da quali capisaldi) l’Inter potrà ricominciare ai blocchi di partenza della prossima stagione, che si preannuncia ricchissima di rivoluzioni. Nel bene e nel male, le situazioni partono sempre dal vertice; in questo senso proprietà e dirigenza della squadra nerazzurra hanno delle innegabili responsabilità sui risultati stagionali. Da più parti, infatti, la colpa di questa disastrosa annata è stata attribuita proprio alla totale confusione emersa a livello societario, e alla conseguente impossibilità di capire chi comandi tra un Presidente che è (tuttora) l’indonesiano Erick Thohir e una proprietà che proprio nel giugno 2016 ha visto passare le quote di maggioranza alla Suning Holding Groups di Zhang Jindong. Se a questa sorta di “doppia proprietà” indonesiano-cinese ci aggiungiamo i dirigenti “operativi” italiani (primo tra tutti, il direttore sportivo e responsabile dell’area tecnica, Piero Ausilio) e una serie di personaggi come Henry Bolingbroke – amministratore delegato e “uomo di Thohir nell’Inter di Suning” fino alle dimissioni rassegnate solamente a novembre 2016 – possiamo già farci un’idea del perché Roberto Mancini (già di per sé persona fortemente umorale, per usare un eufemismo) abbia deciso di abbandonare in corsa una barca con troppi capitani, subodorando fallimenti di cui avrebbe poi dovuto addossarsi la responsabilità.

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Erick Thohir alla Pinetina in compagnia della famiglia Zhang. La confusione traspare anche solo da questa immagine

E’ forse proprio questo il momento topico, che ha segnato fin dall’inizio in negativo l’annata dell’Inter. L’addio di Mancini a tre settimane dall’inizio del campionato ha dato il via alla girandola di allenatori che, purtroppo, tutti gli interisti ben conoscono, e che ha fatto ricordare per tragicomicità la stagione 1998-99. Prima la squadra è stata affidata a Frank De Boer, profilo internazionale e fautore di un “bel gioco” di tradizione olandese di cui francamente si è visto pochissimo. Dopo la breve parentesi con l’allenatore della Primavera, Stefano Vecchi, la palla è passata all’ex-Lazio Stefano Pioli, anche lui crollato di punto in bianco una volta sfumato l’obiettivo del terzo posto, dopo un ottimo periodo contraddistinto da una serie importante di vittorie consecutive, ma vanificate dalle zero vittorie del mese di aprile. Una stagione complessivamente disastrosa, che ha visto l’Inter arrivare settima a 62 punti (a fronte del quarto posto con 67 della scorsa stagione), nonostante una campagna acquisti estiva da più di 100 milioni di euro. Nel mezzo, pure una serie di polemiche assolutamente evitabili (dall’auto-biografia di Mauro Icardi con annesse minacce alla Curva Nord, fino al discutibile utilizzo dei social network da parte di Brozovic), che hanno contribuito a dare una spruzzata di grottesco e autolesionismo all’ennesima stagione fallimentare dell’era post-morattiana.

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Icardi e Guarin litigano con i tifosi al termine di una sconfitta contro il Sassuolo dello scorso anno. All’episodio Icardi farà poi riferimento all’interno della sua autobiografia, scatenando un’enorme ondata di polemiche

A tutto questo si è, infine, aggiunto un vistoso calo di rendimento sul campo degli elementi cardine della squadra nei momenti più importanti della stagione. Se le prestazioni di capitan Icardi dividono i tifosi tra sostenitori assoluti e detrattori inflessibili (ai primi che fanno notare il suo record personale di 24 gol in Serie A, i secondi rispondono con gli evidenti problemi di integrazione dell’argentino nella manovra della squadra), indiscutibile è stato il calo verticale di giocatori come Miranda, Medel e Murillo, la mancanza assoluta di terzini validi e la tremenda incostanza di elementi potenzialmente validi come Kondogbia, Brozovic e Perisic. In questo quadro abbastanza desolante, è ora più che mai necessario che l’Inter ritrovi il bandolo della matassa e riesca a ripartire, in vista della prossima stagione, con un progetto serio che inizi da una netta rivoluzione nella squadra e negli assetti societari. Se sulla potenza finanziaria di Suning e sulla volontà della famiglia Zhang di arrivare a obiettivi di mercato importanti (da James Rodriguez a Angel Di Maria) non ci sono dubbi, qualche interrogativo sorge però alla vista delle prime decisioni effettuate dalla società in vista del prossimo anno. In primo luogo, si sta profilando da subito il sacrificio di Ivan Perisic sull’altare del Financial Fair Play, che richiede all’Inter un incasso aggiuntivo di circa 30 milioni entro il 30 giugno. La cessione del croato al Manchester United per una cifra che dovrebbe superare i 40 milioni è un colpo molto doloroso per l’ossatura della squadra, che si sarebbe potuto evitare riuscendo a piazzare i tanti giocatori in esubero, o semplicemente evitando di investire l’anno scorso a fine mercato su un oggetto misterioso come Gabriel Barbosa la stessa cifra oggi mancante a bilancio. Se ci aggiungiamo le inevitabili ironie sul costo del brasiliano in relazione ai (pochissimi) minuti impiegati e una dea bendata non certo bonaria nel togliere all’Hull City l’obbligo di riscatto di Ranocchia – a causa di una retrocessione a cui ha ampiamente contribuito lo stesso difensore italiano – non possiamo non trovare nuovamente in tutto questo un pizzico di grottesco. Anche la decisione di affidarsi all’ex-direttore sportivo della Roma Walter Sabatini, pur uomo forte e dalle capacità indiscusse sul mercato, non contribuisce a portare chiarezza nella Beneamata. Non è facile comprendere, infatti, come il ruolo di coordinatore tecnico del gruppo Suning Sports di Sabatini andrà a coesistere con la conferma di Piero Ausilio come direttore sportivo. Per quanto il dirigente di Marsciano abbia in teoria il compito di occuparsi di entrambe le realtà calcistiche del gruppo Suning (l’Inter e la cinese Jiangsu) favorendone la sinergia – esigenza comprensibile per una holding finanziaria che ha la necessità di portare avanti il mercato cinese di pari passo con gli investimenti internazionali – è inevitabile pensare che l’esperienza e le capacità di Sabatini verranno perlopiù incentrate sull’Inter e sul campionato italiano, piuttosto che su un mondo a lui totalmente sconosciuto come quello del Jiangsu. Di qui il chiaro conflitto di interessi con Ausilio, perlomeno nella misura in cui quest’ultimo rimarrà il responsabile dell’area tecnica della stessa Inter.

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Walter Sabatini potrebbe essere l’uomo forte, necessario per far tornare in alto l’Internazionale. Segni particolari: fumatore incallito.  Obiettivi: generare dal caos una stella danzante.

Nell’attesa che il tempo ci dica come e se i due personaggi riusciranno a coesistere, una cosa è certa: l’Inter ha bisogno più che mai di chiarezza negli assetti societari per puntare a un obiettivo minimo, quello del ritorno in Champions, reso l’anno prossimo più accessibile dalla possibilità di accedervi anche con il quarto posto. Nel nostro piccolo, ci permettiamo di suggerire che la creazione di una nuova e più positiva atmosfera passi inevitabilmente dall’uscita di scena di Erick Thohir, desaparecido e balneare Presidente che, stando a un’inchiesta di Calcio e Finanza e alle sibilline parole pronunciate da Ausilio al corso di perfezionamento in Diritto Sportivo e Giustizia Sportiva, è riuscito a ottenere una più che valida plusvalenza dall'”affare Inter”, nonostante gli scarsi risultati sul campo. Considerato che a Steven Zhang, figlio del patron di Suning, verrà verosimilmente affidato il ruolo di amministratore delegato, perché non offrire nuovamente la presidenza a chi, al contrario di Erick Thohir, per l’Inter ha speso molti più soldi di quelli che ha ricavato, con una passione infinita e un amore sconfinato per i colori nerazzurri? Certamente Massimo Moratti, di fronte a questa situazione, non si tirerà indietro se gli verrà offerto un ruolo simbolico che possa aiutare la proprietà cinese ad ambientarsi in una realtà sconosciuta, evitando di ripetere gli errori di Thohir. Perché, oltre che di chiarezza, l’Inter ha bisogno di ritrovare un’identità che negli ultimi tempi si è parecchio smarrita, in mezzo all’ingestibile caos della squadra più pazza d’Italia.