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14 Marzo 2023

Patrick Tillman per capire gli USA

Una storia epica, oscura, meschina. Una storia americana.

Tampa Stadium, Florida, 27 gennaio 1991. Pochi minuti all’inizio del Super Bowl. Sta per cominciare l’esecuzione pre partita di The Star-Spangled Banner, inno nazionale statunitense. Il clima è vibrante, solo dieci giorni prima era scattata l’operazione ‘Desert Storm’ per punire le velleità dell’Iraq del malvagio Saddam. Sugli spalti sventolano migliaia di bandiere a stelle e strisce. Il Medioriente è lontano ma è dal conflitto vietnamita, sedici anni prima, che gli Stati Uniti non combattono una guerra convenzionale. Ancora non si capisce che tipo di conflitto sarà e la preoccupazione che decine di migliaia di giovani americani laggiù trovino la morte è tangibile.

Per cantare l’inno è stata designata un’emergente cantante afroamericana di 27 anni, Whitney Houston, che regala al pubblico una versione differente dal solito, più lenta, più emozionale, più partecipata. Appena finisce, una pattuglia di caccia militari sorvola lo stadio per il tripudio generale. L’America accantona ogni timore e si riscopre unita e pronta a combattere. Pronta a vincere.


Nello spettacolo del giorno in cui l’America consuma più cibo dopo il Ringraziamento l’esercito, come testimoniano le immagini dei soldati sull’attenti dalle basi militari all’estero, è sempre molto presente. In una nazione massimalista come gli Stati Uniti è fondamentale mostrare la vita militare come concreta via per la realizzazione di sé, creando il meglio e il peggio dell’ethos americano. Il protagonista della nostra storia lo dimostra a pieno.

Una storia epica, oscura, eroica, meschina. Una storia americana.

Patrick Tillman nasce a Fremont, California, nel 1976. Cresce a New Amaden, cittadina con importanti riserve di mercurio vicino San Jose. È il maggiore di tre fratelli, ai quali è molto legato. Al liceo scopre di avere talento per il football. Si innamora, ricambiato, di Marie, dalla quale non si separerà per il resto della vita. La predisposizione per il football, unita a una feroce applicazione, lo conduce a una borsa di studio ad Arizona State. È da subito uno dei cardini della squadra universitaria in cui gioca linebacker, in difesa, una sorta di libero calcistico.

Doti richieste: capacità di leadership e lettura del gioco, grande velocità, forza fisica, notevole aggressività. Tutte doti che Pat possiede in abbondanza e che è ben felice di azionare sulla linea di scrimmage. Diventa una stella della squadra, al campus tutti lo adorano ma lui ama il basso profilo, legge biografie di personaggi storici, adotta uno stile alla Kurt Cobain, capelli lunghi e jeans, ogni tanto si arrampica in cima ai pali della luce dell’immenso Sun Devil Stadium per ammirare in solitaria contemplazione l’orizzonte di Phoenix.

C’è anche una vena di temeraria follia, come quando in autostrada a 100 orari uscendo dal finestrino si arrampica sul tetto del pick up per salutare i suoi sbigottiti amici davanti al parabrezza. Per il resto niente vizi né manie di protagonismo. Del resto è un All-American, onorificenza assegnata ai liceali migliori della nazione nei rispettivi sport.

Patrick Tillman nella sua prima vita

Sfiora la vittoria del titolo nazionale NCAA 1997. Si laurea in marketing con il massimo dei voti. Un agente, Frank Bauer, si accorge di lui e gli spiega come, nonostante sia troppo basso e troppo piccolo per i professionisti (1,80 per 90 kg), potrebbe comunque provare a entrare nel giro. Nel draft 1998 se lo aggiudicano gli Arizona Cardinals alla loro ultima chiamata. Scelta 226 su 241. Spesso chi è chiamato all’ultimo giro non resta in squadra che pochi mesi, tanti vengono svincolati prima dell’inizio del campionato. Lui è subito chiaro con coach McGinnis:

«Coach, lo so che mi avete preso perché sono popolare da queste parti e sperate di vendere qualche biglietto in più, ma se mi insegna qualcosa le garantisco che posso diventare la stella della difesa».

Cambia ruolo adattandosi a safety e diventa presto la rivelazione della stagione. Nel 2000 l’anno di grazia, tanto che lo contattano i Sant Louis Rams, campioni in carica della Nfl, offrendogli 9,8 milioni per cinque anni e 2,5 di bonus alla firma. Tillman, che prende poco più di 500.000 l’anno, dice al suo agente che ha bisogno di pensarci. Bauer sbianca: «Scusa Pat, ma cosa devi pensare? Sono nove milioni di dollari. Ti sistemi per la vita». Rifiuta. «Avete puntato su di me quando nessun altro ne ha avuto il coraggio. Come faccio a voltarvi le spalle solamente per soldi?». Una scelta di cuore che lo consacra bandiera della squadra.

Il tempo libero, dedicato a Marie e agli amici, lo passa all’aria aperta nuotando nei fiumi, facendo arrampicate o passeggiate nella natura. Si muove in bici. È ateo, cosa strana per un autentico americano, ma si preoccupa di conoscere la religione leggendo Bibbia e Corano. La sua curiosità comprende anche le fonti ideologiche dei totalitarismi del ‘900, e nella sua biblioteca appare Il manifesto del Partito Comunista e persino il Mein Kampf. Ma uno spettro si aggira per l’America: lo spettro del terrorismo islamista.

Un (neanche troppo) tipico All American

L’11/09 ha un impatto terribile sulla mente sensibile e aggressiva di Pat, convinto che la sua Nazione ha bisogno di tutto l’aiuto possibile, in primis del suo. Intanto c’è da rinnovare il contratto con Arizona, e il suo agente è arrivato a strappare un triennale da 3,6 milioni più 1,5 di bonus. «Grazie Frank, ma sto pensando ad altro per la mia vita. Per questo c’è tempo. Pensa ai tuoi altri assistiti». La decisione è ormai presa. Va nell’ufficio del suo allenatore.

«Grazie per l’offerta coach, ma devo rifiutarla. Mi arruolo. Voglio diventare un Ranger».

È una scelta che fa subito scalpore, per la celebrità del personaggio, per i soldi lasciati sul tavolo. Ma, se analizzata meglio, è una scelta perfettamente esplicativa del modo di ragionare dell’abitante di una superpotenza. Gli imperi sono tali perché la loro popolazione antepone l’onore collettivo alla ricchezza individuale, la gloria della propria civiltà al benessere materiale. Suo nonno cercava di abbattere i kamikaze giapponesi a Pearl Harbor, lui gioca soltanto a tirare giù persone su un campo da football.

Senza scordare che nella mentalità della sua comunità elettiva, forgiata dalla durezza del deserto della repubblicana Arizona, non ci sono alternative: quando c’è una guerra, ci si aspetta che tu vada a combattere senza troppe lamentele. Gli apparati mediatici di Pentagono e Casa Bianca cercano subito di farlo diventare l’uomo copertina della guerra al terrore, ma lui si è arruolato per combattere e catturare bin Laden, non per rilasciare interviste. Non è solo, lo segue anche suo fratello Kevin. Sono laureati e potrebbero entrare come ufficiali, ma rifiutano ogni trattamento di favore.

Nel giugno 2002 Pat inizia l’addestramento nel 2º Battaglione del 75º Reggimento Rangers. È un corpo d’élite di fanteria leggera, pensato per le operazioni speciali, estremamente mobile e adattabile. Il loro motto è “Rangers Lead the Way”. Fecero strada da protagonisti nello sbarco in Normandia, meno dalle parti di Cisterna, dove i panzer tedeschi massacrarono 755 dei 767 uomini del 1º e 3º battaglione Rangers, facendo in modo che l’intero corpo si ritirasse dalla penisola.

Patrick Tillman e Kevin Tillman
Patrick e Kevin Tillman pronti a combattere per la Patria

In quegli anni gli Stati Uniti vivono una fase unica della loro storia imperiale: sparita la minaccia sovietica ed essendo ancora lontani i revanscismi russi e cinesi, sono indiscussa guida di un equilibrio di potenza unipolare, ben manifestato dal messianismo della loro leadership, incarnata da tre personaggi principali: il petroliere texano George Bush jr, ex alcolista convertitosi al metodismo e cristiano rinato, il suo vice Dick Cheney, garante della partnership tra settore militare e grande industria, e il machiavellico segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. L’intelligence militare è pesantemente inclinata su posizioni neoconservatrici.

I funzionari e analisti d’ispirazione neocon sono animati da uno zelante dinamismo, sempre all’attacco. Noti commentatori geopolitici li hanno rinominati “gli zemaniani della geopolitica”.

Si ragiona per dicotomie: paradiso/inferno, bene/male, buoni/cattivi. Questa visione teologica e morale, saldata alle eterne connessioni tra industria pesante ed esercito, getta le basi per la seconda operazione contro il perfido Saddam. L’Onu non è per niente convinta, Patrick Tillman meno ancora. Si sfoga con amici e familiari, giudicando la campagna irachena «fucking illegal». Però è un soldato e i soldati obbediscono agli ordini, anche e soprattutto a quelli non condivisi. Nella primavera 2003 viene spedito proprio in Iraq. Il suo reparto collabora assieme ai Navy Seal alla liberazione di Jessica Lynch, una giovane magazziniera dell’esercito fatta prigioniera dai Fedayn (quelli veri, altro che le parodie ultras) di Saddam.

Il rapimento di Jessica viene rappresentato come un film a metà tra Salvate il soldato Ryan e Black Hawk Down, con la temeraria soldatessa che prima di cadere nelle braccia dei fanatici svuota contro di loro l’intero caricatore del suo M16 per poi venire torturata e violentata nell’ospedale di Nassirya, fino al prode recupero grazie all’azione congiunta del meglio delle forze speciali americane. È tutta finzione. Appena tornata a casa Jessica conferma la versione dei medici iracheni: è svenuta subito dopo l’incidente del suo convoglio, non sparando nemmeno un colpo. In ospedale aveva addirittura un’infermiera a lei dedicata. E il blitz di liberazione è stato compiuto solo il giorno dopo che l’esercito iracheno sloggiò dalla struttura.

Rumsfeld, Bush e Cheney, sorridenti mentre hanno il mondo in mano

A Tillman queste cose non piacciono. L’intervento in Afghanistan a caccia di bin Laden è un conto, questa macabra parata mediatica un altro. Germoglia in lui, cosa frequente in chi la guerra la fa davvero, il sentimento di chi non è disposto a sacrificarsi per cause secondarie. Le motivazioni arrivano da sole per combattere contro la Germania di Hitler, l’Unione Sovietica o Al Qaeda o la Cina, ma fare la guerra al rais di turno, in un contorno di propaganda e atrocità, è roba per stomaci forti. Annota su un diario i suoi pensieri, sempre più critici verso il sistema in cui si è ritrovato. Dopo il periodo iracheno torna a casa. Agli amici confessa di persona tutto il suo scetticismo.

Avendo prestato servizio all’estero potrebbe lasciare l’esercito e tornare sui campi da football, magari in un team di grandi ambizioni, per vincere un campionato e poi scrivere un libro, fare comparsate in tv, buttarsi in politica. Ma anche stavolta la sua disciplina non consente retromarce: ha firmato un impegno triennale con l’esercito e intende onorarlo fino alla fine. Tramite un amico comune concorda un incontro con Noam Chomsky, intellettuale noto per il suo attivismo anti militarista. Ma prima di quell’appuntamento Pat ne ha un altro, che di nome fa Enduring Freedom e si svolge in Afghanistan.

Così, nella primavera del 2004, Pat può finalmente partire per la missione che sogna dal maledetto 11 settembre: volare nelle montagne afgane e ricacciare agli inferi i nemici della sua patria.

All’alba del 22 Aprile 2004 il plotone di Pat sta attraversando una gola nell’Afghanistan orientale, vicino al confine pakistano. Il posto è infestato dai talebani, che conoscono quelle montagne molto meglio dei Rangers. Un Humvee del convoglio si ferma, ha un guasto di non semplice riparazione. Dal comando ordinano di spezzare in due il plotone. Il primo convoglio, quello di Tillman, va avanti, il secondo convoglio deve tornare indietro. Ma rientrando viene attaccato da un commando talebano, e risponde al fuoco.

I Rangers del primo convoglio, già fuori dalla gola, capiscono che c’è bisogno di loro. Smontano dagli Humvee e corrono sul crinale della gola per coprire i commilitoni dall’alto. Pat è assieme a O’Brian, un diciannovenne dell’Arizona al suo primo scontro a fuoco, e a un soldato afgano. L’afgano viene subito crivellato. O’Brian si ripara dietro un masso, Tillman no. In men che non si dica tre colpi raggiungono la sua testa, uccidendolo all’istante. Patrick Tillman è andato incontro al suo destino. L’America è sotto shock.

Al funerale di Patrick Tillman

Otto giorni dopo il generale McChrystal gli assegna la terza più importante onorificenza militare, la Silver Star, e la promozione postuma a caporale. Il primo Maggio Bush sottolinea il suo coraggio e il suo sacrificio, ma senza accennare alla dinamica della morte del soldato più famoso d’America. Il 3 Maggio lo straziante funerale in diretta su ESPN. Dal pulpito Stephen White, un sottufficiale dei Navy Seal amico di Pat e Kevin dai tempi dell’Iraq, descrive brevemente i concitati momenti della sua morte. Lui non era là, e il suo discorso gli è stato sommariamente dettato al telefono da un ufficiale, che si premura che il Seal rimarchi il conferimento della Silver Star.

La miglior morte di un eroe americano: Pat, pur potendosi mettere in salvo, ha permesso ai suoi di salvarsi sacrificandosi al posto loro, ingaggiando un conflitto a fuoco con il nemico.

Il 24 Maggio però l’unità di Kevin rimpatria a Fort Lewis, e un ufficiale gli confida che a uccidere suo fratello non sono stati i talebani, ma i suoi commilitoni. Un tragico caso di fuoco amico. Affranto chiama White, chiedendogli spiegazioni che il Seal, costernato nella sua ignoranza, non può dargli. Mary, sua madre, scopre la cosa quattro giorni dopo grazie alla chiamata di un reporter. Il giorno seguente l’esercito ammette la verità: a uccidere Tillman sono stati proiettili americani. La famiglia è sconvolta, come tutta l’America.

L’indagine ufficiale è stata condotta dal tenente colonnello Kauzlarich, uno degli ufficiali che hanno scritto la raccomandazione per la Silver Star. Risentito per l’ostinazione della famiglia e dell’opinione pubblica sulla faccenda, non lesinerà osservazioni sulla mancanza di fede della famiglia Tillman. «Quando muori si suppone che tu vada in un posto migliore, giusto? Beh, se sei ateo e non credi in nulla, quando muori dove vai? Da nessuna parte, sei terra per i vermi. Io non so come ragiona un ateo. Dev’essere piuttosto dura per loro, credo che vogliano soltanto la testa di qualcuno sul piatto».

Se la notorietà può avere danneggiato Pat dal momento in cui ha rifiutato di fare il testimonial alla guerra al terrore, ora aiuta la sua famiglia nella ricerca della verità. Il senatore John McCain, repubblicano di una certa onestà intellettuale ed eroe di guerra per via dei sei anni consumati da prigioniero dei vietkong, si schiera accanto alla famiglia Tillman. Da ex militare intuisce subito quanto questa faccenda sia un vero dramma per l’esercito. A fine 2004 Kevin incappa nel capitano Scott, che gli rivela come sia stato incaricato informalmente di condurre una prima indagine, iniziata il 24 aprile e consegnata ai superiori il 4 maggio. Un’indagine di cui l’esercito non ha mai reso nota l’esistenza.

Patrick Tillman
Le due vesti di un eroe americano. Che, forse, serviva più da morto che da vivo…

Il capitano, amareggiato, spiega a Kevin che i testimoni avevano cambiato versione nella seconda inchiesta. A lui avevano detto che non c’erano problemi di visibilità, poi ritrattano dicendo che era buio. A Scott dicono che la distanza tra i tiratori e Pat era molto ridotta, nell’indagine di Kauzlarich la distanza aumenta. A Scott avevano riferito che si è sparato per svariati minuti, a Kauzlarich che è successo tutto in pochi secondi. Il capitano concluse il rapporto spiegando che almeno tre sparatori si erano macchiati di gravissime negligenze, e che alcuni Rangers avrebbero persino potuto essere incriminati per intento criminale.

Nel frattempo il Congresso passa a maggioranza democratica e il cambio di bandiera, se non altro per mero calcolo politico, aiuta le indagini. Agli inquirenti arrivano pian piano oltre duemila pagine di varie testimonianze e perizie delle indagini militari. La famiglia le condivide con alcuni media per tentare di capirne di più, e si scorpono cose sinistre.

La raccomandazione per la Silver Star è stata inoltrata il 27 Aprile e approvata due giorni dopo, prima che l’indagine di Scott venisse terminata – cosa strana in un Paese in cui le medaglie richiedono approfondite indagini. Delle 45 Silver Star concesse fino a quel momento in Afghanistan, quella di Pat è l’unica guadagnata per fuoco amico. Né il soldato afgano morto accanto a lui né gli altri due Rangers feriti hanno avuto alcun riconoscimento. L’uniforme di Tillman, assieme al suo giubbotto antiproiettile, è stata bruciata tre giorni dopo la morte. Il suo diario non è mai stato restituito.

Alcune memo interne confermano che i vertici dell’esercito, al momento del funerale di Pat, erano perfettamente consapevoli delle reali cause della morte, come persino alcuni commilitoni.

Nell’estate 2006 ESPN dedica al caso un’inchiesta di 18.000 parole. Molti dei Rangers contattati dicono di aver firmato accordi di riservatezza, c’è chi ricorda come nei giorni seguenti alla tragedia nella loro base vennero affissi memorandum di non parlare né con i giornalisti né con la famiglia del caso Tillman. Alcuni dei presenti alla sparatoria, poi, sono stati licenziati dal corpo dei Rangers ma non dall’esercito, venendo smistati in altri reparti e continuando a partecipare alle missioni.

Patrick Tillman ESPN
La copertina dedicata da ESPN alla storia: il nome ‘Enduring Freedom’ (libertà duratura) si trasforma in ‘Enduring Guilt’ (colpa duratura)

Non un singolo ufficiale o soldato venne ufficialmente incriminato. Nella primavera del 2007 viene inoltrata alla Casa Bianca la richiesta di ulteriori documenti, ma a inizio luglio viene opposto il segreto di stato, mettendo la pietra tombale sulla vicenda. A fine luglio, quasi per scherno, l’Associated Press svela parte dei contenuti secretati, rivelando perizie mediche per le quali le ferite sul corpo di Tillman non sono frutto di proiettili sparati da una mitragliatrice a 50 metri bensì da un fucile M16 a 10 metri. Nessun Rangers è stato ferito da pallottole che non fossero americane, nessun veicolo presentava tracce di proiettili: molto strano per un’imboscata.

In sostanza, nessun rapporto indica la minima presenza di tracce di fuoco nemico.

Le cose in quel periodo non stavano andando bene: né per l’amministrazione Bush, indaffarata verso le elezioni, né per l’esercito, provato dal doppio fronte operativo. Nemmeno un mese prima della morte di Tillman quattro mercenari della Blackwater furono uccisi in un’imboscata a Falluja, i loro corpi bruciati e appesi a un ponte sopra l’Eufrate, diventando rapidamente la maggior attrattiva dei bambini locali, che si facevano immortalare felici e sorridenti sotto i cadaveri arrostiti.

Ma il peggio arrivò il 28 Aprile, sei giorni dopo la morte di Pat. CBS News quella sera mandò in onda uno speciale con le foto di quel che accadeva nella prigione irachena di Abu Grahib. Il mondo vide il lato peggiore dell’animo umano: prigionieri costretti a posare crocifissi, sottoposti a scariche elettriche, tenuti al guinzaglio, ricoperti di escrementi, stuprati, i più fortunati uccisi dagli stenti. Il tutto tra i selfie sorridenti dei loro aguzzini. A peggiorare le cose, pare che i diktat sul trattamento dei prigionieri in vista degli interrogatori arrivassero dai più alti vertici statunitensi.

È difficile non riconoscere che la morte di un eroe americano per mano talebana sarebbe stato un formidabile assist per controbilanciare un tale disastro mediatico. Molti pensano che Pat sia stato deliberatamente ucciso per motivi propagandistici. In un colpo solo, si avrebbe avuto sia il martire che il silenzio di una voce potenzialmente molto scomoda per l’apparato militare. È una supposizione suffragata da più di qualche indizio, ma prove concrete non ve ne saranno mai. Possiamo però fare ciniche speculazioni sull’opportunità di un eventuale omicidio, e qualche considerazione sulla mentalità che guida certi apparati.

Una foto simbolo di Abu Ghraib e del (conflitto al) terrore

Il maggior lascito culturale di Donald Rumsfeld al mondo è il seguente: «Ci sono tre categorie del conosciuto. I known knowns: cose che esistono e sappiamo che esistono. Gli unkown knows, sappiamo che esistono ma non le conosciamo nel dettaglio. E poi gli unknowns unknowns, non sappiamo che esistono e non li conosciamo nello specifico». Un criterio gnoseologico già in uso da decenni nell’intelligence americana che Rumsfeld, rendendo di pubblico dominio, consegna alla storia.

Gli unknowns unknowns sono senza dubbio la categoria più importante e pericolosa. E la storia di Pat Tillman ne è piena. Ma è impensabile che un’istituzione come il Pentagono, maggior datore di lavoro al mondo con oltre tre milioni di dipendenti, non si regga anche su qualche segreto. Segreti che però, proprio a causa dell’immensa mole dei suoi dipendenti, spesso da unknowns unknowns sono destinati a diventare quantomeno dei temibili unkown knows. Le conseguenze sono colme di rischi, spesso non pienamente comprensibili se non nel medio/lungo periodo.

Il popolo all’assalto del Campidoglio ne è stata la prova. La sfiducia nelle alte sfere, nel deep state, nei colletti bianchi dei vertici degli apparati presta il fianco a teorie del complotto, aggressività, disillusione. Creando uno iato tra la realtà e il tipo di società auspicata dagli apparati. I casi Tillman e Lynch, tradendo il sentimento che ha portato Pat e molti altri ad arruolarsi, sono il carburante della frustrata disillusione dell’America profonda verso certe narrazioni: una disillusione che ad oggi è probabilmente il nemico più grande per gli Stati Uniti, un nemico temibilissimo perché interno alle anime dei suoi abitanti.

Una foto, dall’assalto del 6 gennaio, che restituisce il sentimento di milioni di americani: oggi soprattutto repubblicani per cui non c’è più alcuna differenza tra Bush e Clinton. Il nemico è il ‘deep state’ con i suoi apparati militari, economici, governativi, investigativi.

Ma forse il vero interrogativo di questa storia non è nemmeno se la morte di Tillman sia stata pianificata, e in caso quanto l’esercito avesse da perdere o da guadagnarci. Ma se Tillman stesso, una volta saputo di Abu Grahib e resosi ulteriormente conto del marcio dietro quella guerra, avrebbe avuto il coraggio di rinnegare l’esercito tramutandosi in un predicatore pacificista alla stregua di Ron Kovic. In fin dei conti se avesse voluto diventare presidente avrebbe dovuto passare, almeno in parte, come eroe di guerra.

Avrebbe senza dubbio criticato l’esercito, ma avrebbe davvero avuto il coraggio di rinnegare completamente il principale motivo della sua celebrità, quello che ancora più del football lo identificava come il prototipo dell’eroe americano, dell’All-American? Un’eventuale carriera politica avrebbe dovuto passare per questa mediazione. I Ron Kovic di turno scavano l’animo delle persone e ispirano film grandiosi come Nato il 4 Luglio, ma proprio per questo non possono diventare presidente, carica che comporta anche essere comandante in capo delle forze armate.

Risposte che rimarranno volteggianti sul crinale di una gola nell’Afghanistan più remoto. Rimane l’epica e amara storia di Patrick Tillman, non repubblicano né democratico, ateo ma lettore di Bibbia e Corano. Uno che, pur disapprovando la campagna irachena, è stato parte del primo contingente a Bagdad. Uno che, pur disprezzando la retorica guerrafondaia, non ha esitato a imbracciare il suo M16 puntandolo contro il terrore. Questo era Patrick Tillman, uno sportivo, un soldato. Ma sopra ogni cosa, un patriota americano.

Gruppo MAGOG

Jacopo Gozzi

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