Tifo
10 Febbraio 2023

Il caso Fedayn e gli Ultras nell'epoca social

Che cosa è accaduto dopo il sacco di Roma?

Comunemente si crede che il pensiero preceda il linguaggio. L’uomo può apprendere insieme l’inglese, l’italiano, l’aramaico, impara la lingua dei segni e l’algebra perché è un essere pensante. Ma la filosofia del linguaggio ha dimostrato il contrario [1]: l’uomo pensa – in un determinato modo, più o meno complesso – perché parla – un determinato linguaggio, più o meno complesso. Quanto appena detto riguarda i più svariati ambiti del comunicare, quindi più in generale l’uomo in quanto essere che è in grado di esprimersi. E gli Ultras non ne sono esenti.

Già Simone Meloni, autore di lusso per Contrasti e corrispondente di punta (tra le altre) per SportPeople, scriveva qualche tempo fa commentando la sanzione del governo per i tifosi romanisti e napoletani (in trasferta) dopo gli scontri in A1: «l’unica opportunità che il mondo ultras ha per fronteggiare questo schifo è quella di imparare a difendersi». È una frase ricca di significato, che merita di essere commentata.



Il fenomeno ultras è culturale e – in quanto tale – espressivo. Checché ne dicano i Dottori della Legge Social, la presenza degli ultras negli stadi è l’ultima grande rappresentazione in una società piatta e decadente. Eppure, come dice Meloni, gli ultras – relegati nei bassifondi della polis – spesso non sono in grado di difendersi (tanto dalla repressione in senso stretto quanto dagli attacchi della stampa generalista). Chiaramente non è facile, e chi scrive non ha la pretesa di consigliare alcunché su un problema così ampio (è difficile se non impossibile definire il fenomeno ultras senza ridurlo ad un concetto vuoto e generico) e delicato (perché al primo piccolo errore lo Stato non si fa problemi ad affossare gli “ultimi”).

Il punto di riflessione è un altro e riguarda l’utilizzo del più potente strumento comunicativo a nostra disposizione oggi: il social. Prendiamo ad esempio l’ultimo e catastrofico episodio ultras accaduto (sabato sera) nella capitale: prima l’agguato degli ultras serbi della Stella Rossa in Piazza Mancini ai tifosi della Roma, con conseguente furto di alcuni storici striscioni della Sud (Brigata Roberto Rulli e Fedayn), poi il susseguirsi di notizie più o meno veritiere sulle reazioni del mondo ultras e sulle possibili conseguenze che una simile azione – senz’altro premeditata e ponderata – avrebbe avuto sul movimento tutto.


La prima Curva ad essere intervenuta [2] sull’episodio a poche ore dallo stesso è stata la Nord dell’Inter, una delle più attive sul fronte social. Riassunto al massimo, il messaggio recitava: un gesto inammissibile nella cultura ultras, al di là della rivalità. Più o meno dello stesso tenore, ma con l’aggiunta dell’aggettivo infame a “gesto”, quello degli ultras della Ternana.

Mentre il mondo ultras faceva sentire la propria voce (solidale) alla Sud romanista in merito all’episodio, l’altra metà della capitale conservava un silenzio carico di significato. È vero: c’era la trasferta a Verona, prima (lunedì sera), ma rimane il fatto. La risposta della Curva Nord laziale è poi arrivata [3], con toni di netta distanza – e marcato fastidio –, martedì 7 febbraio. Una riga sulle altre ha attirato la nostra attenzione:

«se qualcuno [ha espresso solidarietà ai romanisti] privatamente, per noi non è Laziale».

A chi o cosa si riferivano gli Ultras Lazio? è sbagliato, nonché pericoloso, tentare una risposta. Contrariamente a quanto hanno inteso altri giornali, comunque, la frase non si riferisce tanto o soltanto a un gruppo di tifosi, quanto a una falla intrinseca al sistema ultras: l’utilizzo appunto dei social (in senso ampio). Anche perché in quel silenzio tra l’episodio e il comunicato, a Roma si è detto di tutto.


Gli Ultras hanno un loro codice, che piaccia o meno. Il problema è come questo codice viene tradotto quando entra nel multiverso social.


Come? Attraverso social, forum, audio WhatsApp, chat Telegram. E per quanto gli ultras pretendano il contrario, quella del linguaggio social è senza dubbio una delle grandi sfide – e uno dei grandi pericoli – che il movimento dovrà affrontare di qui a breve. Soprattutto in un periodo in cui la gerarchia, monolitica, di tante storiche curve è andata via via sfumando in favore di tanti gruppetti e gruppuscoli che agiscono autonomamente, sfuggendo così ad un controllo centrale e ad una linea univoca.

Nel frattempo l’epoca delle fanzine è conclusa, purtroppo. Quella dei comunicati via radio anche. Di tanto in tanto, si affaccia nel panorama culturale italiano un docu-film o un libro che provi a rianimare il dibattito: ma questi tentativi sono la prova di una mancanza. Meglio, comunque, delle discussioni/sfottò reciproci sotto ai post di coreografie, striscioni e comunicati riportati dalle pagine ultras.

Nell’analisi citata a inizio articolo, Simone Meloni aveva parlato di difesa e probabilmente intendeva proprio questo: la capacità di resistere a voci, storture, informazioni rubate al chiacchiericcio e spiattellate sui social non può avvenire solo tramite un’orgogliosa e chiusa difesa di certi valori tribali (anche perché le generazioni che popolano le curve non sono più quelle di venti anni fa). Il problema è che convivere con – e ne – i social non è facile. Nessun luogo come questo, infatti, è ricolmo di ignoranza, superbia, incomprensioni e superficialità. Ma è proprio per questo, paradossalmente, che saperne utilizzare bene gli strumenti può essere la chiave per conviverci e (perché no) fuggire pericolosi malintesi.



Così, mentre il linguaggio ultras dovrà rinnovarsi ed è difficile per noi prevederne gli effetti sul medio-lungo periodo, nella realtà che si tocca con mano e si accende coi fumogeni, il caso-Fedayn è lontano dall’essere risolto. Il Cerbero Piantedosi è sull’attenti, ma nell’ambiente sono tutti in attesa del prossimo match casalingo del Napoli (per via del gemellaggio, nato nel 2018, con i Delije della Stella Rossa, a loro volta rivali dei Bad Blue Boys della Dinamo Zagabria legati invece ai Fedayn) per capire se lo scoppio della guerra civile tra romanisti e partenopei – che si inseguono da anni dopo la morte di Ciro Esposito – sia qualcosa in più di una (terribile e speriamo infondata) voce.

Se invece i due banner verranno mostrati nel match casalingo della Stella Rossa, l’allarme rientrerà almeno parzialmente. Magari, per quella data, il chiacchiericcio social si sarà placato. Ma rimarrà la domanda di fondo: come cambia il linguaggio Ultras nell’epoca dei social network?


NOTE

[1] L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, Milano-Torino 20145, p. 19: «Talvolta si dice: gli animali non parlano perché mancano loro le facoltà spirituali. E questo vuol dire: “non pensano, e pertanto non parlano”. Ma appunto: non parlano. O meglio: non impiegano il linguaggio – se si eccettuano le forme linguistiche più primitive. Il comandare, l’interrogare, il raccontare, il chiacchierare, fanno parte della nostra storia naturale come il camminare, il mangiare, il bere, il giocare.

[2] Questo il comunicato: “Oltre la rivalità, i fatti di Roma non appartengono alla nostra mentalità. Quanto accaduto con l’azione compiuta e rivendicata dal gruppo serbo della Stella Rossa a Roma non può lasciare indifferente il mondo ultras italiano e non lascia sicuramente indifferente la Nord. Se è vero che non esistono regole scritte nel nostro mondo, a nostro avviso le dinamiche di rivalità devono consumarsi faccia a faccia e non con atti indegni seppure coordinati tra più persone. Non è stata un’azione certamente da poco quella compiuta ai danni di uno dei più storici gruppi della Sud romanista ma rimane un agguato compiuto da molti a danno di pochi giocando sull’assoluta imprevedibilità di un gesto compiuto in assenza di uno scontro diretto. Ci sembra doveroso condannare questa deriva dei comportamenti ultras senza senso e che può pericolosamente spostare gli equilibri delle dinamiche legate alle rivalità, in un campo che non ci appartiene con regole prive di valori come Onore e Lealtà. Ci auguriamo che questo precedente non stimoli emulazioni che, lo ripetiamo, col mondo ultras nel quale siamo cresciuti non ha niente a che fare”.

[3] Questo il comunicato: “Nessuna solidarietà, nessun rispetto per i romanisti. Viste le solite invenzioni dei giornali e dei social, specifichiamo subito che NESSUNO di noi ha mostrato vicinanza ai tifosi giallorossi. Se qualcuno lo ha fatto privatamente, per noi non è Laziale. Stesso discorso per chi ha condannato il gesto con comunicati. Da parte nostra, totale indifferenza nei confronti di una tifoseria che da sempre insulta i morti e la memoria di Vincenzo Paparelli e che negli anni si è macchiata di striscioni infamanti. Ricordiamo a tutti che l’azione in questione è stata compiuta a Piazza Mancini, luogo di ritrovo degli ultrà romanisti e non a 100 km dallo stadio. A noi interessa soltanto quello che accade in casa nostra. Questa onta storica subita non è roba che ci riguarda. Sempre a testa alta, Ultras Lazio”.

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