“E mentre Siena dorme, tutto tace, e la luna illumina la Torre
Senti nel buio, sola nella pace, sommessa Fonte Gaia
Che canta una canzon, d’amore e di passion…”
“Nella Piazza del Campo / ci nasce la verbena
viva la nostra Siena / viva la nostra Siena
Nella Piazza del Campo / Ci nasce la verbena
Viva la nostra Siena / la più bella delle città!”

 

 

Hanno già salutato, o stanno per salutare, coloro che per screzio del destino non videro la terra in Piazza l’ultima volta. Erano, e qualcuno per tempra robusta lo è ancora, i figli della guerra, taluni troppi piccoli, nelle loro culle di vimini e legno, per capire cosa accadesse in quel tempo impazzito, mentre altri, un po’ più grandi, si sono sempre portati dietro la cicatrice del dramma annodata al rammarico della privazione di un cavallo da sognare. Il 10 giugno del 1940 l’Italia si era dichiarata belligerante.

 

 

Eppure, alle ore 19 della sera precedente erano state estratte le Contrade che con Selva, Drago, Oca, Chiocciola, Tartuca, Bruco e Leocorno avrebbero disputato il Palio del 2 luglio. Uscirono dalle trifore del Palazzo Comunale le bandiere di Pantera, Lupa e Giraffa. Tuttavia nel giro di un dispaccio la storia del mondo cambiò, e in parallelo quella paliesca. Il giorno 18 giugno l’allora Podestà cittadino Luigi Socini Guelfi diramò il seguente comunicato:

 

“Ritenuto che date le attuali straordinarie contingenze dello stato di guerra sia doveroso sospendere l’effettuazione delle tradizionali corse del Palio per tutta la durata delle ostilità, si delibera di sospendere l’effettuazione delle tradizionali corse del Palio finché perduri l’attuale stato di guerra”.

 

Fu la sbarra messa di traverso all’effettuazione della carriera, la negazione di tirarsi a lucido, di rivedere il proprio rione agghindato sia pure senza troppe galanterie, alla buona, la felicità si raggrumava intorno a un fiasco di vino e a un filotto di stornelli cantati alla luna per essere intontiti dalla speranza di vittoria e, perché no, dalla caustica gioia concessa dalla sconfitta della rivale. Ebbene no, loro, i figli della guerra, con gli occhi incalzanti di vita, le mani sporche di terra, infilati dentro rattoppati pantaloni corti, quell’anno non videro il tufo stendersi sulle lastre del “Campo” e non lo vedranno fino al 1945.

 

Zoccoli sul tufo ovvero Piazza del Campo

 

 

Stessa sorte era toccata alla generazione del ’15-’18, anche allora la macchina paliesca fu costretta alla pausa, fermandosi al distillo di un sole estivo nel tremore di mani che aprivano lettere provenienti dal fronte. Gli archivi ci raccontano di altri fermi, in genere ancora legati a eventi bellici, per esempio durante le guerre d’indipendenza risorgimentali. Ma oggi non abbiamo una guerra in tal senso, la sospensione è stata una decisione contrassegnata da un conflitto diverso, più subdolo, giacché il nemico è vigliacco, non si vede, si nasconde nei recessi del corpo, propagandosi con il contagio.

 

 

Il Covid 19 o Corona Virus che dir si voglia, fermerà il Palio e, non sappiamo, usando un termine ormai da cineforum paliesco, quando tutto possa tornare alla normalità, perché il Palio è calore, abbracci, baci, corpi strizzati e uniti nell’appartenenza; il Palio non prevede il distanziamento sociale, il Palio è l’esatto contrario, sono popoli congiunti, riuniti al lume di braccialetti e cullati da distese di bandiere, una massa unica che si muove in elastica armonia concessa da dinamiche stabilite; diciassette mappe con un comune incrocio di coordinate: Piazza del Campo.

 

E tutte quelle domande, astruse, incolte, ilari, no, non fatele, non potete capire il Palio, nemmeno se ve lo spiega un contradaiolo di quelli “boni”, preparato, o un professore d’università, nemmeno se leggete testi sull’antropologia evolutiva di questa festa.

 

Si, meglio che niente, ovvio, si può intravedere, si può tentare di afferrare dei concetti importanti, ciò nonostante il Palio resta celato da smisurate variabili arrivate da un percorso tortuoso dove la sola maniera corretta per “assimilare” sta nel venire a Siena accompagnati dalla discrezione di una quiete quasi liturgica, con passi leggeri da pellegrino, ascoltare, guardare, lasciarsi trasportare da emozioni insolite, e, a quel punto, potrebbe cominciare ad affiorare un embrione di comprensione che se gestito può partorire un veicolo di avvicinamento a un mondo altrimenti precluso a priori.

 

 

Bisogna farsi rapire da Siena, da questa città sospesa fra cielo e terra, erta sul suo crostone tufaceo, verde di orti e rossa di cotto, sublime nelle sue fughe di tetti e corse di comignoli, nello scivolare di tegole che inseguono prospettive digradanti in vicoli contorti; Siena ardente di spirito battagliero ma Siena anche fasciata di misticismo, vergata di antica saggezza, avvolta in questo sudario balzano, fuoriuscito della leggenda dei figli di Remo, quando tutto, forse, ebbe inizio.

 

 

 

 

Non si correrà, ma il Palio non sono le Contrade e viceversa, ecco un punto su cui occorre riflettere. Le Contrade sono organismi autonomi, ognuna con il proprio statuto, i propri verbali d’archivio, il proprio museo, la propria sede, la propria festa titolare, i propri santi, le proprie chiese, le proprie compagnie militari, i propri “cittini”, le proprie associazioni di mutuo soccorso tutt’oggi impegnate in generose azioni di volontariato. E guai a pensare che il Palio sia più importante della citata festa titolare, quando la contrada diventa “padrona” della città nel suo sfilare, nel suo rendere omaggio al Patrono, ai protettori, alle consorelle.

 

 

Il Palio è un’espressione delle Contrade, un gioco, il gioco più bello, il più ardito, ma le due cose non combaciano nella semina, avvennero, accaddero, un po’ alla stregua di un figlio nato senza il desiderio di procreare tuttavia amatissimo. Perché vanno prese le distanze da qualsiasi tentativo di connettere il Palio a ogni tipo di rievocazione, peggio ancora al repellente folklore, no, si sarebbe completamente fuori strada e a quel punto potete girare la cartina quanto volete ma non troverete più la via.

Il Palio è un incarnato, un Cristo vivo come quelli di Simone Martini, il Palio è una gestazione virginale, un dono, eternamente votivo, racchiuso nello sguardo delle Madonne trasognanti di Duccio.

I ceri, i censi, le corse alla lunga, le pugna, le caccie, le asinate, i carri, poi l’idea prende lentamente la configurazione moderna, si divincola, si dà una forma, assume colore, diventa sfoggio, rivalsa, rivendica diritti perduti di Repubblica, assimila e promuove Contrade, emette bandi, disegna confini, supera con qualche respiro di troppo i nuovi poteri tenutari, tartaglia leggermente nell’aspetto finché negli anni venti del novecento il “demiurgo” Fabio Bargagli Petrucci penserà a rimettere certi cocci al suo posto.

 

 

Nerbate e tradimenti, nervo di bue essiccato e soldi millantati, nel rituale di “partiti” più o meno notturni e rapidi cenni d’intesa fra i canapi nel brulicare di mosse estenuanti condite da bestemmie di rabbia, ghigni di sconforto, da “fogate”, da mani nei capelli oppure giunte in preghiera, in suppliche intense, lontane dai palpiti del tufo, spesso profanate da scaramanzie intrecciate di desiderio, prima che mani fortunate, chissà quali, possano slanciarsi verso l’ambito “cencio”, il pezzo di stoffa, il “Pallium” latino, quel drappellone atteso da una vita, là nel chiaroscuro della Costarella, in quel angolo di Piazza intriso di incantesimi, dove capitani e dirigenti vittoriosi esultano ed altri, sconfitti, scherniti dalla sorte, scendono di corsa le scalette mentre ormai il sole dirige il vermiglio dei tetti.

 

 

I tre giri intorno al passato, al presente e al futuro. C’è un bellissimo aneddoto: nel luglio del 1991 arrivò a Siena una troupe televisiva che in maniera un pochino cialtronesca e dozzinale cercò di realizzare un servizio sul Palio. Caso volle che a vincere dopo 19 anni di astinenza fu la Tartuca e il giornalista, nell’immediato dopo corsa, avendo accanto il povero Cesare Gigli, il figlio di Silvio, tartuchino da generazioni e visibilmente emozionato, tentò di porre la fatidica domanda:

 

“Cosa si prova?”- “Non si prova, è tutto e niente, è estasi, siamo fuori, ma non è esagerazione, è platealità, è bellezza, è un piacere interno, è la vita di Contrada, dei miei genitori, dei miei avi, la Tartuca, la vita che ho vissuto.”

 

 

La bellezza senza tempo del Palio

 

 

Tutto vero. Siena parla, senza parlare. Cercatela nei cimiteri cittadini, dove non si risolve il distacco terreno, non si spezza la passione di una vita nel culto della sepoltura, chi resta fissa simboli e momenti come tributo alla memoria, come elemento identificativo del passaggio sulla terra di coloro che hanno deciso di “avviarsi” accompagnati dall’onore di essere appartenuti con intensità al cuore di questa città.

Siena parla, senza parlare.

Ascoltatela nell’agognata acqua delle sue fonti, uno zampillo lieve, serafico, un mormorio quasi etereo, senza l’irruenza sguaiata di certe fontane barocche, qui il getto apre cerchi musicali e non rimbrotti di schiuma, “eccoti o candida Siena scolpita dagli angeli”. Già, i cerchi, i falsetti, il faggio buono, le pelli, le corde.

 

 

Ecco un altro suono di Siena, macché, un’altra voce, quella del tamburo. Il tamburo è dilatazione del tempo, se lo ascolti tutto si ferma, il tamburo è un estensione dell’io, e allora ogni raddoppio, ogni pausa, ogni passo, ogni rimbalzo dell’ogiva delle mazze sulla pelle tirata dalle corde dello strumento è anche una ricerca del sacro oltre che dell’estro personale. E per chi ha l’onore di indossare l’ambita ” montura” ed entrare nella luce della Piazza dal crepuscolo del Casato, deve provare ad accoppiarsi idealmente al battito bronzeo di Sunto.

 

 

Un vecchio adagio senese dice che se il tamburino rulla bene le bandiere degli alfieri, sincrone di seta frusciante, vanno da sole, in una passeggiata perfetta nel suo incedere. Alfieri sì (pare da un etimo tedesco riferito a elemento di battaglia), gli sbandieratori sono altrove, chiedetelo alle donne, alle cosiddette “bandieraie” che con infinita pazienza, mista a infinito orgoglio, armate di ago e filo, assemblano ogni anno seta su seta che poi sarà delicatamente infilata in aste di faggio piombate sull’impugnatura di cuoio, affinché ricadano verticali nelle salde mani dei due alfieri intenti nei loro giochi, nei loro scambi, nella loro assorbita sapienza.

 

 

 

 

Qui non si fa spettacolo, qui si recupera e si fa la storia, ci si cammina accanto, in modi e sintassi accreditate, fra il velluto, l’organza e il raso migliore di costumi studiati, ricercati, realizzati, curati ogni anno. Il 2 di luglio non si si correrà, nemmeno il 16 di agosto, ma attenzione, la festa che quest’anno si blocca sbalzando un intera città da cavallo non teme il domani, il domani è già oggi, e poi il cavallo può vincere anche da solo, libero, “scosso”, una spennacchiera nel turbine di un minuto e spiccioli di vita.

 

 

È il “barbero” che conta, la magia è tutta nel cavallo, nello scalpicciare sordo degli zoccoli sulla pista ocra, terra di Siena, ecco la chiave del lutto di un anno terribile, la certezza di un ennesimo Sant’Ansano, affinché porti uno scoppio di mortaretto che sancirà ancora lo stupore di lacrime discordi, ma figlie di un unico sentire.