C’è stato un momento terribile, in quest’estate frenetica di calciomercato, in cui ci eravamo rassegnati a vedere Daniele De Rossi, indomito pretoriano del centrocampo giallorosso per quasi 20 anni, lottare per intrattenere un pubblico disinteressato, attento a leccarsi il ketchup dalle dita e sorseggiare Coca Cola, molto più che apprezzare le sue letture tattiche. Il paradosso di vedere lui, demone furioso, nella patinata Città degli Angeli, sarebbe stato un horror azzardato persino per Hollywood.

 

Per qualche istante sembrava potesse materializzarsi anche l’incubo più buio dei tifosi romanisti. Il futuro di Daniele ancora in Italia, ma con una maglia differente, che fosse blucerchiata, viola o rossonera: una pugnalata al cuore di chi solo un paio di mesi fa sperava di “Morì prima”. Si era infine figurato anche uno scenario inedito, e per certi versi ancora più triste. Quello in cui la barba di DDR, più da vichingo che da romano, decidesse di seppellire l’ascia di guerra e accettasse la parola ‘fine’ di una splendida carriera, scritta da qualcun altro per lui.

 

Certo, la stima di Mancini avrebbe regalato a Daniele un crepuscolo privilegiato, ricongiungendosi a quella maglia azzurra che ha indossato più volte di ogni altro calciatore giallorosso, e costruendo uno splendido viatico per la naturale evoluzione verso la carriera di allenatore, direzione obbligata del suo futuro. Ma che male avrebbe fatto salutarlo così, con le parole amare ammantate da un’innegabile tristezza a fare da sfondo a una conferenza stampa che ha spaccato il mondo romanista. E poi il saluto struggente, la via degli spogliatoi mentre dalla pancia dell’Olimpico le noti celestiali di Sunday Morning Call accompagnavano le lacrime dei tifosi.

 

Il saluto di De Rossi al suo pubblico, sciarpe (dei tifosi) al collo. Sullo sfondo la pezza romanista: “DDR VANTO NOSTRO”, a suggellare un legame di sangue, rappresentanza e orgoglio (Foto di Paolo Bruno/Getty Images)

Insieme a tutte queste possibilità però, forse un po’ defilata come ogni utopia che si rispetti al giorno d’oggi, c’era la suggestione più bella, quel timido sogno nel quale non vuoi nemmeno sperare, perché a crederci troppo sai che lo infrangerai. Così inizialmente abbiamo voluto ignorare quei pallidi segnali che ci venivano lanciati: la foto di Daniele con una maglia azul y oro numero 16; Osvaldo e Perotti, compagni di spogliatoio dal cuore Xeneize, che raccontavano al capitano giallorosso il fascino della Bombonera; infine, l’amico Nicolas Burdisso, diventato DS della Mitad mas Uno, che avrebbe rappresentato una corsia preferenziale in sede di trattative.

 

Avevamo voluto ignorare tutti questi segnali, catalogandoli, appunto, come pura utopia: perché in fondo De Rossi al Club Atletico Boca Juniors sembrava niente più di questo. Oggi, invece, a quanto pare è tutto vero. E il cortocircuito di un trasferimento inimmaginabile nelle dinamiche del calcio contemporaneo diventa la regola di ingaggio per comprenderlo, quella che era semplicemente sfuggita a tutti: Daniele De Rossi è ontologicamente diverso. Perché il campione del mondo di Ostia ha sempre lanciato messaggi contrastanti rispetto alla massa di colleghi, automi lobotomizzati votati alla retorica del buonsenso, quelli del ‘partita dopo partita’, quelli delle scelte nascoste dietro il tronfio portamento di agenti arrivisti.

 

De Rossi, no. Daniele ha sempre manifestato con i gesti e dichiarato con le parole un’attitudine differente, un’intelligenza mai sotterrata dietro il perbenismo di facciata, ma sempre ostentata con comprensibile orgoglio. Ed ecco che allora magicamente tutto assume un senso. In questo mondo rovesciato, il denaro non incide sul portafogli già ricco di un calciatore affermato come De Rossi, non è più il fattore decisionale ed ecco che allora emerge la più nobile delle motivazioni: la formazione. Il Boca Juniors sarà un’esperienza umana e professionale che non poteva avere eguali per Daniele, potrà esportare il suo calcio e regalarlo a un pubblico riconoscente e appassionato.

 

In questa intervista rilasciata ad Adani per Sky, si parlava proprio del fine carriera di De Rossi: magari davvero il finale perfetto glielo ha suggerito il mare, capace di ricordare a molti di noi chi siamo e da dove veniamo

 

Troverà a Buenos Aires una passionalità viscerale almeno come quella che ha vissuto, per una vita intera, a Roma. Conoscerà il calcio sudamericano, fucina di idee e talenti, formativi per il suo futuro in panchina. Ma soprattutto Daniele sentirà le gambe tremare insieme alla Bombonera e avvertirà anche lui battere lo stadio più iconico del mondo insieme al suo cuore che, già generoso, regalerà tutto sé stesso per urlare sotto la Doce.

 

È la vittoria del futbol, la consapevolezza che in un continente martoriato dall’asfissiante sfruttamento delle sue risorse, sempre in equilibrio precario tra la sopravvivenza e il baratro, il calcio sia ancora un’affascinante attrazione che supera i limiti economici delle altre superpotenze del pallone, imponendo il valore impareggiabile della tradizione. Il Boca come simbolo iconico di tutto il movimento latino, l’incontenibile orgoglio Xeneize di essere stati scelti da un italiano, il primo al netto degli oriundi a giocare nel campionato argentino, campione del Mondo per vestire i propri colori.

 

Saranno otto mesi di pura follia a La Boca, dove è davvero difficile immaginare che accoglienza possa essere riservata a un calciatore protagonista di un trasferimento così significativo. Sarà una splendida avventura, che siamo sicuri Daniele si godrà in modo pieno. Di certo non ce la perderemo, e sarà difficile farlo, visto la prevedibile attenzione mediatica che il futbol è destinato a ricevere nel nostro paese. E poi l’emozione, l’urlo, il suo insieme a quello della Doce, il richiamo inconfondibile del campo, quel Sunday Morning Call transizione in un tempo sospeso tra Roma e Buenos Aires: sempre da calciatore, vero. Il modo migliore per chiudere una splendida carriera. Il modo migliore per sentirsi, ancora una volta, uomo.