È stato un agosto pazzesco quello del Paris Saint Germain, cominciato con il pagamento della clausola rescissoria di Neymar – 222 milioni – e conclusosi con l’acquisizione del giovanissimo Mbappè. L’affare O’ Ney in particolare ha creato una spaccatura definitiva nel calciomercato, in quanto da ora in poi ci si potrà aspettare qualsiasi cifra per un calciatore; colpevolmente, tuttavia, questo trasferimento è stato considerato da molti come la morte del calcio. Opinione condizionata in maniera decisiva dalla cifra sborsata dalla dirigenza qatariota, soprattutto in relazione a quella versata dal Manchester United per assicurarsi le prestazioni di Paul Pogba l’estate scorsa. Una differenza superiore ai 100 milioni, che ha reso quest’ultimo affare difficile da accettare e comprendere. Ciò nonostante, questo non significherà la morte del calcio, ed è sufficiente andare indietro negli anni per accertarsi che pagamenti astronomici si sono verificati molto frequentemente. Si può partire da veramente lontano, ovvero dal 1956, quando il Real Madrid nel presidentissimo Santiago Bernabeu acquistò Raymond Kopa, pagandolo 520 mila franchi: un esborso monumentale per l’epoca post seconda guerra mondiale. 
Balzando al periodo contemporaneo, esorbitanti furono anche le cifre pagate da Moratti per portare Ronaldo all’Inter e da Florentino Perez per vestire Zidane con la maglia dei blancos. Sempre il Real Madrid effettuò una campagna acquisti pazzesca nell’estate del 2009, acquistando in un colpo solo Ronaldo, Kakà e Benzema, Xabi Alonso, Arbeloa e Raùl Albiol per un totale che si avvicinava ai 250 milioni: poco meno della spesa effettuata dai parigini quest’estate. Gli ultimi in ordine di tempo sono poi stati Bale e Pogba, che hanno toccato e superato la barriera dei 100 milioni (escludendo il trasferimento di Neymar stesso dal Santos al Barcellona, sul quale non è mai stata fatta assoluta chiarezza). Se il brasiliano fosse stato pagato per esempio 150 milioni molto probabilmente non ci sarebbe stata questa insurrezione, ma la cifra stabilita dalla dirigenza catalana parlava chiaro, e sborsare tutti quei soldi era l’unico modo per portare la stella verdeoro al Parco dei principi.

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I grandi trasferimenti del calciomercato dal 1961 ad oggi

Entrambi i colpi hanno portato immediatamente al comune pensiero della sconfitta del fair-play finanziario, tanto contestato in questi mesi per la sua presunta inutilità. Occorre precisare però che il FFP non è stato creato per impedire alle società di acquisire a cifre folli, ma per ridurre i debiti e le perdite nel calcio. Venne introdotto nel 2010, quando nel mondo del pallone le perdite si aggiravano intorno ai due miliardi, mentre adesso la cifra è di 300 milioni. Una riduzione importante, che certifica come questo strumento stia raggiungendo molti dei risultati preposti. La modalità con la quale è stato acquistato il cartellino del giovane attaccante francese – prestito con obbligo di riscatto da pagarsi l’anno prossimo – dimostra come il FFP non sia solo fantasia, dato che i parigini hanno dovuto adottare questa tattica per potersi permettere di avere subito Mbappé, senza dover rischiare di non rispettare le regole UEFA. Una spesa totale di 400 milioni sarebbe stata impossibile da risanare durante la stagione appena trascorsa. Ipoteticamente però, la dirigenza qatariota avrebbe potuto spendere anche un miliardo di euro in questa sessione di calciomercato, con l’obbligo di dover chiudere il bilancio della stagione in positivo. Per avere la certezza che il PSG non stia eludendo le regole dovremo aspettare il bilancio della stagione appena iniziata, e confrontarlo con quello delle stagioni 2015/16 (conclusasi in positivo di 10 milioni) e di quella appena conclusa. La somma dei tre bilanci potrà essere negativa fino a 30 milioni, questo il limite di perdita imposto dall’UEFA.

Se un club acquista, presumiamo abbia fatto i conti. In caso, sarà punito. Ma non possiamo impedire di comprare

Queste le parole di Andrea Traverso, responsabile per l’UEFA del fair play finanziario. Intervistato dalla Gazzetta dello Sport quando ancora l’affare Neymar sembrava solo un sogno, disse: “Il calcio cresce del 10% annuo. Tutti si fanno incantare dalle cifre dell’investimento, ma i ricavi di questi club sono aumentati e, si presume, abbiano fatto i conti giusti per spendere. È in pericolo la competitività“.

Red and blue lights and a welcoming message that reads in French "Neymar Jr." adorn the Eiffel Tower to celebrate the arrival of Brazilian footballer Neymar to Paris on August 5, 2017 after his signing with the Paris Saint-Germain (PSG) football club. Paris Saint-Germain football club celebrated the arrival of the Brazilian superstar to the French capital following his 222-million-euro ($264m) transfer from Barcelona. / AFP PHOTO / OLIVIER MORIN (Photo credit should read OLIVIER MORIN/AFP/Getty Images)

Un affare che ha cambiato la storia del calcio meritava una presentazione fuori dal comune…

Questi due colpi rendono invece lampante come il calcio non possa più essere considerato un semplice sport. Sbagliato parlare di “morte del calcio” in quanto non sta morendo, ma più esattamente evolvendo. Il passaggio netto che si è materializzato in questi ultimi anni riguarda soprattutto il lato economico. La quantità di denaro che il pallone è in grado di muovere è in continuo aumento: le somme dei diritti tv, le sponsorizzazioni mostruose, i prezzi del merchandising, il valore dei cartellini volato alle stelle e naturalmente anche l’evoluzione dei procuratori, che da semplici assistiti stanno diventano i veri padroni del palcoscenico. Per fare un esempio, la Bundesliga muove ogni anno otto miliardi di euro, dando lavoro a 53 mila persone. 
Ma se la crescita economica poteva essere prevedibile, ciò che queste due operazioni stanno dimostrando è come il calcio stia diventando un vero e proprio veicolo degli interessi personali delle proprietà.

 

Parlando della squadra francese, occorre innanzitutto concentrarsi sulla dirigenza. Il PSG è in mano a Tamim bin Hamad al-Thani, figlio di Hamad bin Khalifa al-Thani, l’uomo che il 2 dicembre del 2010 rappresentò la delegazione del suo paese durante la proclamazione per l’assegnazione dei mondiali 2018 e 2022. Il Qatar si aggiudicò la competizione con dodici anni di anticipo, un record assoluto. A questo importantissimo primo tassello, seguì l’anno successivo l’acquisizione della squadra della capitale francese tramite il fondo sovrano Qatar Investment Authority, il cui presidente è Nasser Al-Khelaifi, nonché presidente del Paris. Un fondo che possiede quote in società come Barclays, Volkswagen, Walt Disney, Harrods e Siemens. Dal 2011 i parigini sono ritornati nel calcio che conta grazie ad una maggiore disponibilità economica messa a disposizione della dirigenza araba, diventando una costante protagonista delle sessioni di calciomercato con gli acquisti di Ibrahimovic, Thiago Silva, Cavani, Lavezzi, Lucas, Verratti, Pastore, Draxler e di Maria. Il progetto partito dall’assegnazione della competizione più importante a livello calcistico, è un’operazione a lungo raggio che ha come obiettivo l’anno 2030, quando il Qatar dovrebbe diventare un paese autosostenibile.

Qatar

Joseph Blatter ufficializza l’assegnazione del Mondiale 2022 al Qatar

La corsa al mondiale, tuttavia, sta trovando più di un ostacolo. Primo fra tutti la vergognosa violazione dei diritti umani nel corso dei lavori di costruzione degli stadi che ospiteranno le partite. I servizi girati dal Guardian ci mostrano come i lavoratori vivano in condizioni al limite dell’impossibile e, come se ciò non bastasse, non percepiscano neanche il rimborso prestabilito. Oltre a questo scomodo grattacapo, nel mese di giugno è arrivata la decisione di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Yemen e Bahrain di boicottare il Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo. L’azione si è manifestata con l’espulsione di ambasciatori, personale diplomatico e la chiusura delle rotte aeree. Una crisi gravissima, nei confronti della quale la FIFA ha dichiarato che resterà attenta sugli sviluppi della vicenda. Ma è possibile che il mondiale venga annullato, anzi revocato al Qatar? Onestamente sarebbe bello – e forse doveroso – veder cancellata la competizione, come provvedimento preso nei confronti dell’organizzazione schiavista messa in atto del piccolo Stato arabo. Ciò però non succederà, anche perché la dirigenza qatariota sta trasformando il calcio nello strumento centrale della propria politica soft power.

 

L’indagine del Guardian sulle condizioni dei lavoratori impegnati per lo scintillante mondiale qatariota

 

Il PSG è la miglior vetrina che Al-Thani ha a propria disposizione in occidente: la squadra francese rappresenta Doha, e se nelle prossime stagioni dovesse arrivare la vittoria della Champions League e l’automatico pallone d’oro a Neymar, il cerchio si chiuderebbe nel migliore dei modi. L’acquisto della stella brasiliana e della possibile futura stella francese risultano decisivi per l’avvenire del progetto qatariota, ormai lanciato inarrestabilmente sulla strada del primo mondiale organizzato da un paese musulmano. Torneo per il quale a Doha sono pronti ad investire una cifra come 500 milioni a settimana. 
Restando sul tema di calcio come veicolo per raggiungere i propri interessi, è utile nominare un articolo di poco tempo fa ad opera di Rivista Undici, la quale ha effettuato un ottimo lavoro di indagine su come come ogni operazione di mercato del Real Madrid durante la presidenza di Florentino Pérez sia collegata ad interessi personali del presidente madridista. Ovvero alla ditta di costruzioni di cui è titolare, la quale successivamente alle acquisizioni di giocatori come James Rodriguez, Hernandez, Ozil, Khedira metteva a segno importanti appalti per la costruzione per esempio di autostrade, proprio nel paese d’origine del calciatore in questione. Un importante esempio di come riempire il proprio portafoglio tramite il calcio.

 

Nel 2011 Federico Buffa parlava così

 

Ciò che la crescita esponenziale del pallone al di fuori del rettangolo di gioco sta rischiando di mandare definitivamente all’obitorio è la competitività. È assolutamente necessario che la UEFA prenda provvedimenti importanti e decisi per far sì che il calcio non si trasformi in una gara a chi ha lo sponsor che offre più liquidità, potendosi così permettere colpi come quelli di Neymar e Mbappé. I campionati nazionali e le competizioni europee sono ormai diventate a senso unico; se non si cambia qualcosa si rischia di vedere una corsa al fatturato e al pagamento delle clausole monstre che vengono stabilite. 
Altro fattore negativo è la crescita esponenziale del prezzo dei cartellini: anche perché, parliamoci chiaro, giocatori come Mbappè e Dembélé non valgono assolutamente più di 100 milioni. Allo stesso modo, non sono moralmente ammissibili clausole di 700 milioni come quella stabilita per Isco da parte del Real Madrid. Questi alienanti risvolti dovrebbero quantomeno essere contrastati dal tifoso amante dell’essenza e dei valori del calcio, ma purtroppo la profezia di Veblen si sta manifestando anche nel comportamento dell’uomo verso lo sport:

“Il proletario non farà la rivoluzione perché troppo impegnato ad emulare i borghesi, comprando beni futili, ma costosi e simbolo di status, con cui apparire ciò che non è”.

Nessuno è più interessato a condannare ciò che non ritiene ammissibile, l’importante è fare parte ancora del “sistema”, assecondando una deriva elitaria che sta rendendo il calcio sempre più simile a uno spettacolo da guardare (e pagare) seduti. Che i prezzi dei biglietti stiano vertiginosamente salendo e lo spettacolo dello sport sia basato sugli interessi personali di singoli individui, interessa ben poco. Risulta quindi impossibile chiedere ad un tifoso di boicottare un mondiale che vedrà la luce grazie al lavoro di esseri umani trattati come schiavi. 
Un esempio di questo tipo di atteggiamento lo si è visto durante l’ultimo derby di Milano, tanto criticato per l’arrivo delle nuove dirigenze cinesi e per l’orario “favorevole” al fuso del Sol Levante, ma che ha fatto registrare il più alto incasso della Serie A (una cifra intorno ai 4 milioni). Solite polemiche e chiacchiere da bar per riempire le ore che precedono l’evento, per poi godersi quest’ultimo, come se niente fosse.

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Il fu derby tra bauscia e casciavìt parla ormai mandarino, infrangendo record su record

Nel frattempo però qualcosa si muove: in Germania Rummenigge fa la voce grossa e, non perdendo troppo tempo a criticare questo tipo di calciomercato, chiede alla UEFA l’implementazione del Salary Cap (il tetto salariale), mentre le squallide realtà come il Lipsia – che rischiano davvero di provocare la morte dei valori del calcio – vengono aspramente criticate e osteggiate da tutte le tifoserie del paese. Nel resto d’Europa invece vige un atteggiamento colpevolmente passivo. 
Il tifoso a questo proposito non deve commettere l’errore di restare inchiodato al passato, ma progredire con il futuro che avanza, facendo però attenzione che questa evoluzione non comporti la fine dei valori del suo amato sport; anche perché, in mancanza d’altro, è meglio lottare da riformisti che morire da rivoluzionari (al bar). In conclusione, del comportamento del supporter medio che critica l’avvenire e poi si adagia su di esso accettandolo passivamente c’è poco da salvare, se non quell’amore viscerale nei confronti del pallone che comunque porta 60mila persone a San Siro in una torrida serata estiva, per godersi un preliminare di quella che una volta si chiamava Coppa Uefa.