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Italia
25 Gennaio

Non saranno i playoff a salvare la Serie A

L'ennesima pezza per coprire il buco.

Il calcio italiano non sa più a che santo votarsi. L’ultimo è Santo Spettacolo, patrono di un campionato senza più visione ed idee, che prova per mezzo di scenografici colpi di coda a nascondere tutte le magagne accumulate nel corso degli anni. È questo il senso delle ultime dichiarazioni apparse sul Corriere dello Sport da parte del presidente della Figc, Gabriele Gravina, che rilancia nuovamente il tema dei playoff nel massimo campionato di calcio italiano.  

«I playoff? È il momento di provare. Negli anni Novanta nessuno credeva ai tre punti per la vittoria, e invece ha funzionato. I playoff in Lega Pro e Serie B sono una garanzia di visibilità e successo. Sarebbe un errore non testarli anche in Serie A, salvaguardando comunque il valore del merito sportivo raggiunto in classifica».

Gabriele Gravina, presidente Figc – Corriere dello Sport

Così il numero uno del calcio italiano sintetizza la proposta di introdurre degli scontri diretti, stile NBA, che ravvivino l’aspetto commerciale e l’interesse nei confronti del campionato nazionale: 4,6 oppure 8 squadre coinvolte per i playoff scudetto e probabilmente altrettante per i playout. Uno stravolgimento dettato da esigenze economiche per un campionato in crisi, la via più immediata per cercare di mettere una pezza ai problemi del calcio italiano senza pensare ad alternative sul medio-lungo periodo.

Prendiamo la Premier, un campionato che certamente può avere dei limiti ma che, dal punto di vista dello spettacolo e della commercializzazione, è per distacco il migliore al mondo: avete sentito parlare di playoff, malgrado la presenza di quelle 6-8 top squadre pronte a renderli un prodotto fortissimo sul mercato? No, perché il campionato funziona. E i playoff non ci sono nemmeno in Spagna, Germania, Francia, in nessuno dei maggiori campionati europei; ci sono in Belgio, ecco, e forse non è un caso.

Insomma l’introduzione degli spareggi in Italia, come al solito, sarebbe una pezza per coprire il buco. Invece di pensare ad agire sulle cause – e quindi a come rendere più appetibile il campionato, per gli sponsor ma anche per gli spettatori – si propone di agire sugli effetti. Una scarsa lungimiranza che d’altronde riguarda la nostra governance sportiva, la quale non è mai stata capace di attuare misure concrete per rilanciare il calcio nazionale (l’unico tentativo, quello delle squadre B, sappiamo tutti come è finito).



Così negli altri Paesi l’approccio è molto più pratico, a partire dalla Francia. Il campionato transalpino, inutile girarci intorno, è il meno affascinante tra i 5 grandi europei, ma proprio per questo ha deciso: dalla stagione 2023-2024, le squadre partecipanti alla Ligue 1 passeranno da 20 a 18. Per citare il presidente della Lega Calcio francese Vincent Labrune:

«È un’ottima decisione che mostra l’unità del nostro movimento. Soprattutto, ci permette di creare le condizioni per un ambizioso piano di riforme per il futuro».

Ora è chiaro che questo non basti per rilanciare un campionato con limiti strutturali, ma è un primo segnale ben più ragionevole dei playoff, che innanzitutto renderebbe la Ligue 1 più avvincente e poi farebbe anche risparmiare una manciata di impegni. Noi al contrario continuiamo ad invocare colpi di teatro per mascherare un immobilismo ormai cronico. Si parla di rendere più spettacolare la Serie A, e si propone come detto la pezza (e la scorciatoia) dei playoff: ma perché non partiamo invece dalla riduzione delle squadre pure noi?

E poi, quanto è importante per la riuscita del “prodotto” la stessa cornice? Uno stadio ben curato, pieno di tifosi e con un’atmosfera coinvolgente? All’estero in questo senso si è lavorato molto meglio, e i dati pre-pandemia parlavano di una percentuale di riempimento degli stadi che in Premier si attestava al 95%, in Bundes al 91%, in Liga al 70%, in Ligue 1 al 68% e in Serie A al 63%: dietro addirittura alla Ligue 1 e di ben cinque punti, rendiamoci conto.


Così anno dopo anno assistiamo a una desertificazione degli stadi, complici anche i prezzi esorbitanti dei biglietti che allontanano sempre di più (e come dargli torto) i tifosi. Per non parlare della condizione di quegli stessi impianti sportivi, spesso fatiscenti o risalenti ai tempi ruggenti dell’Italia produttiva degli anni ’70/80. La burocrazia, la poca chiarezza del Credito Sportivo e la mal gestione dei comuni italiani poi fanno sì che la maggior parte degli imprenditori getti la spugna su qualsiasi genere di riqualificazione. Pensiamo ai lavori al Dall’Ara di Bologna, per cui ci sono voluti 3 anni di consulenze tecniche solo per approvare il progetto presentato dal club rossoblu.

In sostanza, sono molti di più i progetti bloccati che quelli finora approvati e conclusi.

Per concludere, non è un caso che in Italia sia scoppiato lo “scandalo” dei prezzi di cartellino gonfiati: così le plusvalenze fittizie, unica fonte di reddito al di là dei diritti televisivi, con la complicità di qualche occhio chiuso hanno portato diversi club ad aggiustare i propri bilanci. Tutto questo fino a quando il covid non ha scoperchiato il vaso di Pandora, evidenziando tutti i limiti di sostenibilità (e di visione) del calcio italiano.

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