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6 Dicembre

Il Quidditch (ahinoi) esiste davvero

Francesca Lezzi

5 articoli
Alla faccia di Harry Potter e della magia.

Il 6 dicembre 2001 la Magia prese forma davanti ai nostri occhi. Quel giorno, per la prima volta, gli spettatori italiani fecero entusiasti la fila per assistere all’evento cinematografico dell’anno: “Harry Potter e la pietra filosofale”. Un evento generazionale, soprattutto per milioni di giovani nati prima della fine del millennio: estranei alle contrapposizioni ideologiche dei decenni precedenti e gli ultimi a non aver vissuto ancora nessuna crisi economica, costretti solo a guardare in tv lo “spettacolo” tragico fornito dal terrorismo islamico pochi mesi prima, in un pomeriggio di settembre.

Insomma nativi degli anni ’80 e ’90 tendenzialmente sereni ed ultra-televisivi, lontani dai libri (ma anche dalla radio) ed ancora incoscienti del futuro social, che però Harry Potter ebbe il grande merito di avvicinare alla lettura. Harry fu veramente il personaggio giusto al momento giusto: un eroe nel suo mondo ma anche un ragazzo in cui ci si poteva identificare vista l’età, le avventure scolastiche, il valore dell’amicizia.


Anche la magia aveva bisogno dello sport


Rientrava perfettamente nell’ideale dell’eroe il dover essere un campione nello sport.  L’idea del quidditch, uno sport magico per una saga fantasy, fu il frutto di un lunga riflessione da parte dell’autrice: la Rowling ha affermato candidamente che, pensando alle caratteristiche che tengono unita e identificano una specifica società, giunse a concludere che anche per il suo mondo aveva bisogno di uno sport. Il professore americano David K. Steege, esperto di letteratura per bambini e pedagogia della scrittura, ha giustamente segnalato come l’inclusione del quidditch si inserisce perfettamente nella tradizione della narrativa di genere scolastico (in The Ivory Tower and Harry Potter – David K. Steege “Harry Potter, Tom Brown, and the British School Story”).

Insomma HP 7, questo il numero di maglia Harry, prima che Cristiano Ronaldo lo rendesse un marchio con il suo CR 7. Destino vuole che la città che più ha segnato la genealogia – storica e letteraria – del quidditch fosse proprio Manchester, laddove quella maglia ha un significato particolare e J. K. Rowling ha scritto il primo libro: questa ha svelato, infatti, che qui il quidditch è nato nel Medioevo (la storia di questo sport è narrata dalla stessa autrice nello pseudobiblion “Il quidditch attraverso i secoli”).


Harry è il primo a dover capire di cosa si stia parlando. Oliver Baston, capitano di quidditch della squadra di Grifondoro, si incarica di spiegarci questo sport che tutti i maghi sembrano adorare. Sette giocatori per ciascuna delle due squadra, a cavallo di una scopa volante, si fronteggiano in un campo aperto ovale ai cui estremi si innalzano tre anelli: il portiere difende gli anelli dai cacciatori che mirano a segnare punti centrandoli con una palla chiamata “pluffa”; due battitori con un bastone si occupano dei pericolosi “bolidi” da respingere ed indirizzare contro gli avversari. Infine c’è il ruolo a cui tutti ambiscono, un po’ il n° 10: il cercatore, incaricato di catturare una minuscola e velocissima pallina color oro alata detta “boccino”, capace di regalare 150 punti e decretare la fine della partita.

Le esperienze di Harry col quidditch vengono rappresentate anche in altri film, e sono per lo più episodi traumatici in cui arriva a rischiare addirittura la vita. Questo conferisce al quidditch un pathos particolare.

Si tratta di uno sport di contatto, capace di essere assai cruento, utile anche per farci comprendere le dinamiche dei personaggi e della trama. Ad esempio, in “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” grazie al quidditch (forse la più bella scena dedicatagli nella saga per la sublime fotografia) è spiegato lo stato di prostrazione del protagonista: tra i rombi del temporale e il boato dei tifosi, un Harry in difficoltà sfreccia verso il cielo in tempesta nel tentativo di catturare il boccino d’oro. La scena si fa ancora più tetra allorché prima gli si staglia davanti la sagoma di un gramo, simbolo della disgrazia imminente, e poi si accorge di essere attaccato da un branco di Dissennatori, le creature più agghiaccianti dell’intero universo potteriano: usate come carcerieri per la loro capacità di torturare risucchiando la felicità a coloro che avvicinano. Quindi, Harry precipita incosciente. Dissolvenza sul nero.

In “Harry Potter e il calice di fuoco” il quidditch fa da proscenio ad un evento ancora più drammatico: il prato dove sono accampati i tifosi (tra cui Harry ed i suoi amici) che hanno assistito alla finale della Coppa del Mondo viene assaltato e distrutto da un gruppo di Mangiamorte, i seguaci del Signore Oscuro Lord Voldemort, davanti ai dipendenti increduli del Ministero della Magia che praticamente nulla possono. Lo sport finisce col mischiarsi non solo con la politica (è il Ministro della Magia, massima carica istituzionale, a dare il via alla finale) ma anche con la violenza politico-razziale – vista la distinzione tra maghi purosangue e mezzosangue – che sgombera il campo; le vicende sportive diventano l’occasione per i Mangiamorte di mostrare la loro forza e sono messe in secondo piano; le istituzioni agiscono spesso insensatamente o restano immobilizzate, pervase dalla paura.


Il quidditch babbano, lo sport che ha ucciso la magia


Nel frattempo, mentre neanche la saga letteraria era conclusa, un lampo percorse alcune menti del Middlebury College, nel Vermont: il quidditch non poteva rimanere confinato al mondo fantasy di Harry Potter. Dalla prima partita di quidditch babbano tenutasi in questa piccola cittadina nel 2005 si è arrivati nel 2010 all’International Quidditch Association, organo di governo di questo sport con sede negli Stati Uniti e svariate associazioni nazionali affiliate. Parrebbe banale dirlo ma solo negli USA poteva essere partorita un’idea simile: gli Americani, che sono andati sulla Luna, potevano mai fermarsi di fronte alla sottile linea immaginaria che divide il mondo reale da quello magico?

Si porti allora il quidditch nel miserabile universo babbano e si distrugga la magia di questa storia! In un presente che non conosce più il limite, non ci si ferma neanche di fronte all’irrealizzabile. Il risultato è uno spettacolo insensato, considerato il non trascurabile dettaglio che sono le stesse regole “della magia” del quidditch della Rowling a renderlo impossibile. Il quidditch babbano ha tentato quindi di riassestare le regole del gioco: la particolarità sta nel fatto che i giocatori devono muoversi trattenendo tra le gambe una scopa (che può essere un tubo o un bastone omologato) senza farle toccare terra. Poi palloni diversi e fasce di vari colori per identificare i ruoli e un boccino – non ci crederete ma è così – umano.

“Il boccino d’oro è una persona esterna alle due squadre, vestita di giallo e con un codino dietro ai pantaloncini (…) Il cercatore deve strappare la coda al boccino”.

Si può provare ad azzardare una spiegazione pseudo-etnologica alla nascita del quidditch babbano. Intanto va’ ricordato come gli Stati Uniti siano lontanissimi dalla realtà potteriana. È infatti nelle isole britanniche che troviamo tutti quegli elementi (storici e geografici in primis) che caratterizzano il racconto: castelli, laghi, magia, radici pagane. E sport ovviamente! Qui hanno visto la loro genesi e codificazione la stragrande maggioranza degli sport, tra cui quelli da cui il quidditch trae spunto (si pensi, ad esempio, al rugby).

Al contrario, gli USA si sono da sempre distinti per le innegabili capacità di fare entertainment, di generare show, di rappresentare la realtà e magari immobilizzarla sullo schermo. Così americanissimo diventa il tentativo di riprodurre una realtà fittizia de-mitizzandola, e anzi sfruttandola. Il quidditch è allora un altro elemento della commercializzazione di Harry Potter, un culto a cui gli Stati Uniti hanno dato un immenso contributo prima con la Warner Bros (una delle cinque majors di Hollywood) che ha portato la storia sullo schermo, poi con lo sfruttamento del “marchio” in molti modi – prendiamo il gigantesco parco tematico di Orlando (Georgia) gestito dall’altra casa di produzione, la Universal.

Fatto sta che, considerato che quando gli Americani si muovono trasudano spettacolarità e grandiosità, ci si poteva aspettare ben altro rispetto allo “sport” partorito nel Vermont. Ma il punto non è neanche il quidditch reale in sé, bensì il quidditch come metafora: al di là della critica alla disciplina, che sicuramente sarà praticata da tanti uomini e donne con autentica passione, il punto è il non volersi fermare di fronte a nulla, neanche di fronte al fantastico. Così si sviluppa il paradosso di uno sport dalla bruttezza intrinseca, causata proprio dal vano tentativo di portare nella realtà qualcosa che, divenuta reale, perde tutta la sua essenza.

A questo punto però la domanda è d’obbligo: il cd. quidditch babbano ha un futuro? Molto probabilmente, contando il numero di appassionati di ogni età e latitudine a quello che è ormai un classico.

La storia del suo sviluppo, narrata sul sito dell’IQA, depone in questo senso. Dal passatempo alternativo pensato in quel pomeriggio del 2005 al Middlebury College si è arrivati già nel 2007 alla prima partita intercollegiale, e l’anno successivo a partite internazionali tra squadre statunitensi ed una canadese. La “Coppa del mondo di Quidditch” da allora si è svolta ogni anno negli USA, con un numero in rapido aumento di club e spettatori con biglietto.

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La diffusione in Europa è frutto invece della prima vera Coppa del mondo per Nazionali: i “Summer Games” svoltisi in Inghilterra nel 2012, in concomitanza con le Olimpiadi di Londra. Quindi la Coppa del mondo 2016 può considerarsi un evento storico: il torneo ha coinvolto 21 squadre provenienti da 5 continenti e per la prima volta si è registrata la sconfitta degli Stati Uniti.

Quella del quidditch, comunque, è una crescita costante che ad oggi coinvolge oltre 30 nazioni come membri ufficiali dell’IQA (soprattutto tra America ed Europa), ognuna delle quali organizza tornei e partite nel proprio territorio, e su scala ridotta in molti altri Paesi in tutto il mondo. Ad esempio l’Italia (con l’Associazione Italiana Quidditch) riveste una posizione di rilievo con 18 squadre sparse su tutta la penisola (dalla prima storica compagine, i Milano Meneghins Quidditch, alle squadre del sud come il Lunatica Quidditch Club di Brindisi) e la Nazionale azzurra.

Quest’ultima partecipa al Campionato mondiale ed all’IQA European Games (i tornei continentali si alternano ogni anno con la massima competizione); i club disputano invece il campionato, la Coppa italiana quidditch e le coppe europee.

Ciononostante, tra i numeri in espansione e la presentazione del gioco come sport con zero barriere e pregiudizi – ricorrenti sono i proclami pro-multiculture e pro-LGBTQ+ in linea con lo spirito del tempo –, nessuno sembra rendersi conto che il vero divario che il quidditch reale è chiamato a colmare è quello con il quidditch magico. Quasi certamente dovremo attendere la tecnologia, che con le sue infinite risorse potrà rendere giustizia a questo sacrilego sport. D’altronde nelle nostre società così progredite, come diceva anche Buzzati, è da tempo che abbiamo condannato a morte (e inesorabilmente) la magia.

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