Nel tentativo umano di vincere la morte, il record è la migliore arma di un atleta. La gloria che ne deriva, infatti, sopravvive oltre il suo tramonto. L’albo dei record è per questo il contratto più esclusivo che uno sportivo possa siglare: sudore e sacrificio in cambio della garanzia di far parte della Storia. Affamato oltremodo di immortalità, l’uomo ha deciso però di cimentarsi anche in discipline assurde, inaugurando sfide al limite della logica. Il risultato di questa corsa alla notorietà è la degenerazione del record in un talent show commerciale: il Guinnes dei primati.

 

 

Tralasciando i record discutibili, il primato più significativo è senza dubbio quello dei 100 metri piani, ed è su questo che ci concentreremo. Le origini della disciplina risalgono alle Olimpiadi che si svolgevano nell’antica Grecia: si tratta di confronto fisico allo stato puro, una vera e propria gara biologica di velocità. Secondo la leggenda, nell’Ellade, era Kronos in persona a decretare il vincitore, iridandolo con il titolo di piè veloce.

 

Le Olimpiadi nell’Antica Grecia, da cui tutto deriva

 

 

Il primo record del mondo ufficialmente riconosciuto dall’IAAF (Associazione internazionale delle federazioni di atletica) è stato registrato alle Olimpiadi del 1912 a Stoccolma, quando lo statunitense Donald Lippincott corse i suoi 100 metri in 10”6. All’epoca le registrazioni dei tempi di gara avevano una precisione al decimo di secondo. Solo a partire dal 1968, infatti, i tempi furono registrati con cronometri elettronici, che permettevano una precisione al centesimo di secondo. Il limite dei 10 secondi, considerato per molto tempo difficilmente valicabile, fu superato per la prima volta nel 1968 dell’americano Jim Hines, con un tempo di 9”95.

 

 

Il progressivo abbassamento del record continuò fino alla fine degli anni Novanta per merito degli atleti a stelle e strisce e di quelli canadesi. A partire dal 2005 iniziò invece l’era dei velocisti giamaicani, che raggiunse il suo acme nel 2009 quando Usain Bolt, già detentore del titolo olimpico, registrò il record tutt’ora imbattuto di 9”58Ma quanto è ancora migliorabile il primato del mondo dei 100 metri piani? Esiste un tempo al di sotto del quale non è umanamente possibile scendere? A queste affascinanti domande hanno provato a rispondere diversi team di scienziati.

 

 

Il biologo americano Mark Denny della Stanford University, prendendo spunto da un’analisi comparata fra i record mondiali ottenuti nell’ultimo decennio dai migliori sprinters, ha indicato in 9”48 il limite umano assoluto per correre i 100 metri. Il fisiologo R.H. Morton, rifacendosi a modelli matematici, con maggior ottimismo, profetizza un futuro primato del mondo di 9”15, realizzabile in un arco di 250 anni. Il risultato più avveniristico, però, è quello ipotizzato dal giornalista John Brenkus che, nel suo libro “The Perfect Point”, indica in 8”99 il limite umano assoluto, realizzabile entro 900 anni. Il fattore limitante sarebbe il tempo minimo in cui la spinta del piede sul terreno esprime la sua massima forza possibile.

 

Jim Hines, il primo velocista a correre i 100 metri scendendo sotto i 10 secondi

 

 

Un po’ diversa è invece la questione sul fronte femminile: i margini di miglioramento delle atlete sono più consistenti rispetto a quelli dei colleghi uomini perché lo sport in rosa è iniziato, a livello professionistico, più tardi rispetto a quello maschile. Nonostante gli studi autorevoli, occorre precisare che i progressi della “macchina umana” sono spesso così straordinari che, solo 40 anni fa, veniva indicato in 9”60 il tempo insuperabile per correre i 100 metri. Poi è arrivata una mosca bianca come Usain Bolt, il quale, riuscendo a coniugare una straordinaria ampiezza di falcata a tempi di appoggio al suolo rapidissimi, ha smentito le previsioni degli scienziati.

 

 

Tutti i ricercatori sono comunque concordi nell’affermare che alla base dei progressi ci sono molti fattori chiave: la globalizzazione sportiva, che permette di avere a disposizione un maggior numero di grandi atleti, le tecniche di allenamento in costante evoluzione, la tecnica di rilevazione cronometrica, il metodo di selezione degli atleti che privilegia certe caratteristiche fisiche piuttosto che altre, il progresso della scienza dell’alimentazione.

 

 

Certamente si è ormai arrivati molto vicini ai limiti della possibilità umane degli atleti, anche come capacità psicologica di sfruttare al massimo il proprio potenziale. Uno studio condotto dal francese Jean Francois Toussaint, che ha analizzato 3200 record mondiali dal 1896 ad oggi, rivela che 100 anni fa gli atleti utilizzavano soltanto il 75% del proprio potenziale rispetto al 99% dei giorni nostri.

 

Usain Bolt, il cannibale dal sorriso smagliante (Kai Pfaffenbach, Reuters)

 

 

Ogni volta che si analizza con metodo scientifico una materia fatta di passione e sacrificio, come lo sport, il risultato è deludente. La scienza ha l’oscuro potere di strappare il velo di Maya, ponendo l’uomo di fronte alla crudezza dei propri limiti. Accecata da un progresso tecnologico virtualmente illimitato, la società moderna stenta a riconoscere i propri confini strutturali. L’uomo ha inventato l’aereo e ora crede di saper volare, guida un’automobile e crede di dominare la velocità.

 

 

Questa illusione deve la sua ragione al martellante culto del progresso, figlio di un positivismo spinto all’estremo ma che non si accorge, come direbbero molti pensatori, che ormai l’uomo è impiegato delle sue stesse creazioni. Tuttavia, nello sport come in tanti altri aspetti della vita, un modello troppo accelerato prima o poi dovrà fisiologicamente rallentare o incepparsi. E secondo lo studio di J.F. Toussant, recentemente pubblicato sul Sunday Times, succederà più prima che poi.

 

 

Entro il prossimo mezzo secolo, con l’estinzione dei record, non ci saranno più barriere da superare. Per questo motivo l’atletica potrebbe non dare più emozioni già dal 2070, seguita dal sollevamento pesi e dagli sport nei quali contano materiali e tecnologia. La domanda che ci poniamo, dunque, sorge spontanea: senza più la possibilità di superare il limite, caratteristica tanto in voga per descrivere lo sportivo, l’atletica avrà ancora senso di esistere?