“Stavolta gli abbiamo messo paura”. Mancavano appena tre giri alla bandiera a scacchi del Gran Premio delle Nazioni 1973, sul circuito di Monza, e l’impresa stava per maturare. In testa c’era il tiranno, lui inseguiva da lontano. Dal Serraglio vedeva il re fiondarsi nell’Ascari. Alla Roggia il suo sguardo puntava alla prima di Lesmo. Sua Maestà era sempre lì, lanciato verso l’ennesima conquista.

 

Il re era Giacomo Agostini, l’altro era lui: Renzo Pasolini, 35enne romagnolo, riminese. Come preda e cacciatore, fuggitivo e inseguitore. L’uno contro l’altro, in mezzo a rettilinei infiniti e frenate indomabili che scuotevano le carene, come belve inferocite. Lungo quel tempio della velocità la moto dava il meglio di sé: potente, cattiva, furente. Come un istinto incontrollabile.

 

Ago era domatore come pochi. Paso invece era parte integrante della motocicletta: incarnava l’animo del motore, disegnava il volto dolce e gentile della bruta potenza. Aveva uno stile di guida più unico che raro: sedere quasi all’infuori della sella, come un fantino che sprona il suo destriero. Il suo punto di forza era l’equilibrio: sembrava sempre sul punto di cadere, di sprofondare, e invece usciva indenne da ogni piega. Un autentico funambolo.

 

Renzo Pasolini assorto nei suoi pensieri sul podio, fumando una sigaretta

 

Pasolini vedeva Agostini scappare via. Di nuovo, come sempre. Da quella gara, però, il romagnolo aveva un alleato in più: il nuovo motore Harley-Davidson a bordo della sua Aermacchi. La casa americana aveva appena sviluppato le bicilindriche raffreddate ad acqua, più competitive e potenti rispetto alle precedenti. Un ulteriore step per colmare il divario con le più veloci MV Agusta e Yamaha. Il Paso poteva contare finalmente su una belva feroce quanto la sua guida. E allora giù in carena e gas spalancato: “Questa è la mia occasione”, continuava a ripetersi sotto il casco mentre gli occhi scrutavano la preda.

 

Agostini era ancora davanti, ma la sagoma della sua MV si ingigantiva metro dopo metro; poteva quasi toccarla se avesse voluto, divorarla in un sol boccone: iniziò la battaglia. Come ai bei tempi, quando Ago e Paso infiammavano le folle dei circuiti cittadini in cui, a detta di molti, era Renzo il cannibale. Il duello infiammò l’anello di Monza. Corpo a corpo, sportellate su sportellate. I polsi cercavano quello che non trovavano: esploravano angolazioni nuove, fuori da ogni logica, per sottrarre briciole al tempo, per sfidare la velocità e portarla oltre il limite. Perché era quello il senso di tutto. Pasolini sentì una forza nuova nascergli dentro. L’accolse e la benedì. Perché l’aspettava da una vita.

 

Ad un tratto il tiranno precipitò dal trono. Il Paso sprigionò una potenza nuova che andava al di là dei cilindri della Harley. La MV fu risucchiata in un vortice: “Dai che questa è la mia occasione, se la sta facendo addosso”. Pasolini volò in testa e spiccò il volo. La rivoluzione bussò alle porte del palazzo.

 

Paso e Ago: indimenticati rivali

 

A tre giri dal termine la situazione pareva sotto controllo, poi il colpo di scena. All’uscita dalla Parabolica, il motore smise di cantare: regnava il silenzio, la sinfonia era giunta al suo ultimo atto. “Perché sempre a me?!”, implorò il Paso. “Non è possibile!”, continuò. L’Harley-Davidson lo tradì ancora e Agostini passò in testa e ci rimase fino alla fine. Al termine della gara i due si abbracciarono: “Complimenti Paso, bella gara, avresti meritato tu la vittoria”. Pasolini abbozzò un ghigno, misto tra rabbia e soddisfazione. Prevaleva la delusione ma a quella ci era abituato. “Stavolta gli abbiamo messo paura”, ripeteva sconsolato ai meccanici. “Dai Paso, che nella gara delle 500 gliene dai di nuovo”, lo spronavano i suoi. Ma Paso pensava e ripensava a quello che avrebbe potuto essere e che non è stato: “Ma sì dai”, replicò sconsolato.

 

Prima della 500 era in programma la gara della 250. Agostini se ne stava rinchiuso nel paddock a brindare con i suoi per la vittoria nella 350. L’avversario di Pasolini era stavolta il campione del mondo in carica: Jarno Saarinen, 28enne finlandese, ingegnere meccanico. Stile di guida: angelico come i lineamenti del suo volto. Biondo, a tratti luccicante, capelli lunghi a delineare l’aspetto del centauro venuto da lontano. Saarinen aveva affinato la sua classe guidando sulle piste di ghiaccio finlandesi. Voleva rivoluzionare il modo di correre in moto. Ci stava riuscendo.

 

L’anno precedente, era il 1972, Saarinen soffiò a Pasolini il titolo della 250 per un solo punto. E dire che il romagnolo lottò fino alla fine ma dovette inchinarsi di nuovo alla sfortuna. Per giunta in casa del rivale: sul circuito di Imatra, in Finlandia, Saarinen approfittò del ritiro di Pasolini per vincere il gran premio e ipotecare il mondiale. A nulla valse la vittoria del Paso nell’ultima gara al Montjuic, a Barcellona. Quella del riminese era una figura vincente eppure dannata, magnifica e allo stesso tempo maledetta. Era un fuoco che ardeva, scaldava, illuminava. E poi diventava cenere, tutto d’un tratto.

 

Paso e Jarno: uniti nel destino

 

“Io corro per correre, se vinco tanto meglio”. La filosofia di Pasolini era semplice, genuina come le terre di Romagna che lo hanno visto spiccare il volo. Anche perché i motori, Renzo, li aveva nel sangue. Per papà Massimo le moto non avevano segreti: allestì un’officina in cucina e, insieme al progettista Lino Tonti e all’amico Alcide Biotti, inventò un nuovo modello di scooter che riscosse parecchio successo alla fiera dei motori di Rimini.

 

Il brillante progetto richiamò le attenzioni dell’Aermacchi che si assicurò il brevetto portando i tre tecnici a lavorare nelle officine di Varese. Lì nacque lo scooter “Il Cigno”. Trasferitosi con la famiglia nel varesotto, il piccolo Renzo cresceva a pane e motociclette. Impennava, piegava, sfidava gli amici su terreni improbabili. Una volta guidò una Aermacchi su un lago ghiacciato. Iniziò a piegare dove la lastra di ghiaccio era più sottile e sprofondò nelle acque gelide. La moto fu recuperata in seguito da uno dei tecnici dell’azienda, per Renzo un bagno caldo e una bella tirata di orecchie (una delle tante, a dire il vero).

 

Il primo incontro che cambiò la sua vita nel 1961, a Cagliari, durante l’anno del servizio militare. Renzo conobbe Annarita, figlia del maresciallo Girometti, riminese e amico di vecchia data di papà Massimo. Fu il più classico dei colpi di fulmine. I due si sposarono nel ‘64, quando Renzo aveva già esordito nel motomondiale a bordo della Aermacchi (classe 350).

 

Renzo Pasolini è stato un re senza corona

 

La grande occasione coincise con il ritiro di Tarquino Provini, provato dal terribile incidente (fortunatamente senza conseguenze) nel drammatico circuito dell’Isola di Man, al Tourist Trophy. La Benelli concesse la ghiotta chance al Paso, che la colse al volo. Al termine della stagione 1967 la casa pesarese gli mise a disposizione una nuovissima 500 quattro cilindri che Pasolini portò alla vittoria nell’ultima gara del campionato italiano. Sembrava l’inizio di una grande carriera ma così non fu, almeno in termini di risultati.

 

L’anno della svolta pareva proprio il ‘73, in cui il gran premio di Monza avrebbe potuto segnare la svolta tanto attesa: “Stavolta gli abbiamo messo paura”, continuava a sussurrare tra sé e sé mentre i meccanici mettevano a punto la moto prima della partenza della 250. La mente, però, continuava a tormentarlo perché Agostini, quella volta, aveva avuto davvero paura. Ma non bastò.

 

Prima del via, il cielo diventò plumbeo: un presagio. Alla partenza Pasolini bruciò Saarinen: era in testa alla corsa. Dal rettifilo si andava diretti alla Curva Grande (non c’erano varianti all’epoca). All’ingresso in curva, calò il silenzio. Paso perse il contro della moto che si schiantò sul guardrail e carambolò in pista. Saarinen fu centrato in pieno volto. La scena diventò apocalittica: moto in fiamme, uomini a terra. Il destino si portò via i migliori: Jarno morì sul colpo, Renzo poco dopo. Perché quel cuore pieno di entusiasmo, passione, energia, non voleva smettere di battere.

 

Quel maledetto incidente ha strappato alla vita due grandi campioni

 

Si inchinò soltanto al fato, Renzo. La morte non gli metteva paura:

“Il fatto che qualcuno sia morto in moto non mi mette in soggezione nei confronti dello sport che faccio. Sono convinto che quando è ora di morire si muore.”

Di paura ne ha sempre avuta poca, il Paso:

“Non mi sono mai ritenuto inferiore a nessuno, neppure quando i risultati mi erano contrari. Un corridore che si ritiene inferiore a qualche rivale e che ne subisce la soggezione, è un corridore che parte battuto anche se, magari, è oggettivamente il migliore. Il giorno in cui mi sentissi inferiore ai miei avversari, smetterei di correre” (da Renzo Pasolini; Gianni Bezzi, Edizioni Mediterranee, 1975).

 

Sì, quel giorno Agostini ha avuto davvero paura.