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D’un fine settimana settembrino, un’intuizione preziosa dalle pagine del Foglio. A partire dai fatti di Collegno – una rissa durante una partita di calcio giovanile, che ha visto coinvolto anche un genitore – un intelligente Maurizio Crippa articola una serie di riflessioni taglienti e lucidissime, a denunciare le derive del calcio giovanile secondo un doppio binario, pedagogico e tecnico-calcistico.
Dopo un breve riepilogo dei fatti, la prima constatazione arriva immediata: “lo sport, il calcio soprattutto, ha smesso di essere educativo dai tempi di don Bosco. Il ruolo dei genitori attorno alle performance sportive dei figli è quanto di più deleterio si possa immaginare”.
Come obiettare. Posto che la stampa – al solito dicotomica e raffazzonata – ha preventivamente criminalizzato il padre intervenuto a difendere il figlio, salvo poi essere smentita dalle ricostruzioni reali, è ormai notorio che i campi di provincia siano spesso il peggior ricettacolo di frustrazioni genitoriali, in cui le attese più perniciose degli adulti costringono i giovani nell’eterna palude delle aspettative. Una deriva micidiale, che distoglie bambini e ragazzi dal loro primo motore, il divertimento . . .
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