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Italia
14 Marzo

La Serie A decresce, ma è felice

Federico Brasile

62 articoli
Una lotta al vertice mai così avvincente.

L’asterisco dell’Inter non vale più, come scrive Angelo Carotenuto nella newsletter de Lo Slalom. Anzi, aggiungiamo noi, ora rischia solo di essere un peso, un’angoscia ulteriore in quella che ormai è diventata a tutti gli effetti una rincorsa. Dopo mesi di primato (reale e poi virtuale) i nerazzurri hanno infatti perso la potenziale vetta della classifica a Torino, e anzi che hanno tamponato i danni per “grazia ricevuta”, come scrive oggi la Gazzetta. Grazia ricevuta soprattutto da arbitro e VAR.

Sì perché Guida e ancor più Massa, che verranno fermati, l’hanno combinata davvero grossa, nel classico caso in cui è la stessa versione ufficiale ad alimentare complottismi vari – sarebbe quasi una giustificazione più comprensibile la malafede piuttosto che l’ammissione del semplice (e macroscopico) errore arbitrale. Perché passi, per modo di dire, Guida che indica il pallone dopo l’intervento di Ranocchia su Belotti, ma per quale motivo Massa non lo ha richiamato al VAR? Una domanda letteralmente senza risposta, ma tentiamo di passare oltre.

Torniamo a un paio di mesi fa, quando sembrava che solo l’Inter potesse perdere il campionato. Anzi, quando era proprio così, forte del vantaggio accumulato, della migliore rosa tra le candidate e dello scudetto cucito sul petto.

Se ancora in molti confidavano nel ribaltamento, posto l’eterno ritorno del masochismo nerazzurro, era principalmente per due motivi: intanto per il pesante impegno in Europa, un doppio confronto con il Liverpool che ha prosciugato energie fisiche e mentali; ma soprattutto, e dobbiamo essere onesti, perché l’Inter non ha mai dato l’impressione di essere quella squadra solida, consapevole di carattere che ammazza il campionato, come era diventata per un anno con Conte.

Sicuramente ha giocato e gioca tutt’ora molto meglio – almeno quando ha i titolari a disposizione, a differenza del Milan che gioca bene sempre e comunque – eppure sembra aver perso quella fame, meglio quella cattiveria, e quando manca il gioco davvero rischia di mancare tutto, a partire i risultati. L’Inter non è ancora, e chissà se mai lo sarà, quella squadra in grado di vincere con continuità giocando male: una variabile che fa tutta la differenza del mondo, soprattutto in una stagione così complessa e compressa. E ora appare inevitabilmente con il fiatone, in ritardo rispetto ai cugini rossoneri che appaiono lanciatissimi come missili in alto e più in alto ancora.

Gia, il Milan. Una sorta di miracolo sportivo. Una “cooperativa del gol”, come è stato definito oggi sul Corriere della Sera, ma la verità è che si tratta di una cooperativa e basta: del gol, del pressing, dell’impostazione e della difesa. Sabato la terza partita consecutiva senza subire reti (considerando anche il derby di Coppa Italia), prove tecniche per puntare al titolo; e una coppia centrale Tomori-Kalulu che ha tenuto botta e deciso la partita, con l’improbabile gol di sinistro di quest’ultimo. Manca il leader della difesa ormai da mesi, quel Kjaer che aveva preso le redini tecniche, tattiche e caratteriali della retroguardia? Poco importa, subentrerà qualcuno a sostituirlo, a lui e in questo caso anche a Romagnoli.

E il segreto dei rossoneri sta proprio qui: nel fatto che le assenze e gli infortuni non lo hanno veramente punito, grazie a una consapevolezza di gioco che trascende i singoli e si alimenta di meccanismi perfetti – e di cambi in corsa – senza accusare i naturali contraccolpi del caso. Si giunge così al paradosso di un Milan dietro cui abbondano studio e pensiero, ma che in campo pare essere la squadra che pensa di meno – la candida ammissione di Kalulu dopo la partita è emblematica: «ho fatto un gol da attaccante. Ho visto rimbalzare la palla e senza pensarci ho tirato». Emblematica di un undici che ormai ha preso fiducia e va in automatico, in cui tutti fanno tutto (o quasi, a partire dal portiere), collaudato nel suo meccanismo perfetto e nella sua orchestra corale.

Una squadra che pare divertirsi e pensare il meno possibile, come nell’artificio di quei teatranti che si truccano e preparano per ore per poi apparire i più naturali del mondo. 

Per questo oggi, con un calendario relativamente favorevole e un entusiasmo incontenibile, il vento è cambiato e gonfia le vele rossonere. È il Milan la squadra con più risorse, che solo intravede all’orizzonte, ma forse dietro l’angolo, un unico grande rischio: quello di avvertire il peso di punti e pallone nelle partite che scottano, di perdere leggerezza ed essere ritrascinato a terra dallo spirito di gravità. Difficile anzi impossibile avanzare ipotesi e fare previsioni, ma ora e per la prima volta i rossoneri hanno il destino nelle proprie mani.

Infine c’è anche il Napoli, che in un’altalena di prove di carattere ha vinto a Verona riportandosi lì, a battagliare con le altre; e i più ottimisti – o i più spaventati e scaramantici, dipende dai punti di vista – mettono anche la Juventus che da un certo punto di vista pare essere l’anti-Inter: non ha il gioco ma ha invece i risultati, e scusate se è poco. Ma Juve a parte, che ha altre cose e competizioni per la testa, nel triumvirato che governa la Serie A è davvero difficile immaginare chi possa arrivare fino alla fine. Il Napoli sembra avere qualcosa in meno, da tanti e differenti punti di vista, e viene trascinato da quella forza della natura di Osimhen, un uragano che si è abbattuto sul nostro calcio vecchio e stanco con tutto l’impeto, il coraggio e la naturalezza delle sue radici. Le altre due, davvero difficile dirlo.

Da parte nostra dobbiamo essere lieti di un campionato che fino alla fine rimarrà avvincente e competitivo, ma anche capire che questa lotta per il titolo è una lotta al ribasso. Un buon segnale per la Serie A, per l’interesse e lo “spettacolo”, ma non per forza per il nostro calcio: perché diciamolo, se in Italia ci fosse stata una squadra forte e consapevole, il campionato lo avrebbe già ammazzato da tempo. Sia chiaro, va benissimo così e non potevamo pretendere altro (principalmente per motivi economico-strutturali, e quindi tecnici). Basta saperlo, e goderci il campionato di periferia più avvincente d’Europa: una decrescita felice nel pallone, e una lotta per il titolo mai così avvincente.

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