«Non so mica se mi piace tifare una squadra che vince». Così afferma Mark Renton in Porno, libro scritto dal figlio di Edimburgo Irvine Welsh, autore tra l’altro di Trainspotting. Questa frase probabilmente riassume meglio di tutte l’essenza del derby di Edimburgo, capitale politica della Scozia, ma succursale calcistica della vicina e detestata Glasgow. Hearts v Hibernian è la rivalità del Regno Unito.

 

Le bacheche di Heart of Midlothian e Hibernian, squadra del cuore del buon Mark Renton, non brillano certo per numero di trofei conquistati. Si pensi ad esempio che tra gli otto scudetti vinti, quattro ciascuno, l’ultimo degli Hibs risale al 1952 mentre gli Hearts trionfarono l’ultima volta nel 1960. Ma allora cos’è che spinge la gente di Edimburgo al perpetuo e incondizionato sostegno verso la propria squadra? Inizia il nostro viaggio tra Hearts e Hibernian, nel cuore della capitale scozzese.

 

"Non ci sono stelle più belle dei lampioni di Edimburgo" (Robert Louis Stevenson)

“Non ci sono stelle più belle dei lampioni di Edimburgo” (Robert Louis Stevenson)

 

Partiamo dal senso di appartenenza alla propria città. Edimburgo è un importante centro artistico e culturale. Ha dato i natali a letterati del calibro di Arthur Conan Doyle, Robert Louis Stevenson e Walter Scott, padre del romanzo storico. È inoltre la città in cui venne fondata, nel 1768, l’Enciclopedia Britannica, un’istituzione culturale. Città colta, dunque. Culla di scienziati e intellettuali. Ma allo stesso tempo ribelle e complessa dal punto di vista sociale.

 

Sul campo, da un lato ci sono i «Maroons», come vengono chiamati gli Hearts per via della loro maglia granata, e dall’altro gli «Hibs». Anche se oggigiorno il settarismo religioso si è un po’ affievolito, la genesi di queste due squadre è riconducibile allo storico dualismo tra protestanti e cattolici. I primi, lealisti ma soprattutto di estrazione borghese, videro la fondazione dell’Hearts nel 1874; i cattolici, immigrati di origine irlandese, fondarono l’Hibernian l’anno seguente dando al club una forte connotazione «Irish» a partire dal nome, ripreso dalla denominazione latina dell’Irlanda – Hibernia – e dai colori sociali, verde e bianco.

 

Tifosi dell'Hibernian

Tifosi dell’Hibs invadono il campo nella finale di Coppa di Scozia contro i Rangers (foto di Ian MacNicol/Getty)

 

Mentre a Glasgow continua ad esistere una spiccata animosità a sfondo religioso tra le due compagini dell’Old Firm, nella capitale si tratta più di un odio sociale; di due inconciliabili filosofie di vita: quella agiata e borghese contro quella popolare e rude della working class. Tale divisione è ben definita anche a livello territoriale: la zona sud-occidentale della città, nello specifico il quartiere di Gorgie, è a maggioranza Hearts, mentre la parte nord-orientale, con il quartiere di Leith come bandiera, è indiscutibilmente Hibs.

 

È proprio nel sobborgo portuale di Leith, un tempo indipendente dalla città di Edimburgo, che Irvine Welsh ambienta gran parte delle sue storie descrivendone in maniera travolgente lo stato di degrado socio-culturale dilagante, soprattutto negli anni ’90. Oggi il quartiere è sfavillante, quasi alla moda, grazie al processo di gentrificazione attuato sia dal comune che dal governo, ma non ha perso lo spirito originario e il senso identitario strettamente collegato all’Hibernian. È come se Leith fosse una cosa a parte rispetto al resto della Città, e le persone che vivono in quella zona si comportano di conseguenza. Il legame con Easter Road, casa degli Hibs sin dal 1893, è così forte che molti tifosi sono convinti che se il club si dovesse spostare dalla zona avrebbe vita molto breve.

 

Una scena dal film Trainspotting

Una scena dal film Trainspotting. Da notare Mark “Rent Boy” Renton con la maglia dell’Hibernian

 

Viceversa i tifosi Hearts, la cui sede è Tynecastle dal 1886, si sentono indissolubilmente connessi a Edimburgo e ritengono che il proprio club sia “Il club di Edimburgo” per antonomasia, fondato da edimburghesi e perciò realmente rappresentativo della capitale e dei suoi cittadini, a differenza dei forestieri dell’Hibernian provenienti da Leith. È quindi una rivalità infracittadina ben definita, le cui radici sono salde e difficilmente estirpabili.

 

Nel 1990 il signor Wallace Mercer, all’epoca proprietario dell’Hearts, approfittando della difficile situazione economica dei rivali tentò di stravolgere la storia proponendo un’improbabile fusione tra i due club. La principale motivazione addotta fu l’idea secondo cui l’unica soluzione per contrastare l’egemonia finanziaria e calcistica di Glasgow fosse creare un’unica squadra di Edimburgo.

 

Il solo parlare di questa ipotesi – inevitabilmente – scatenò le ire dei tifosi dell’Hibernian, i quali reagirono con l’istinto di una bestia a cui sta per essere sottratta la razione di cibo quotidiana (come biasimarli, d’altronde): seguirono quindi scontri nelle vie cittadine e minacce di morte indirizzate al progenitore di questa folle iniziativa. La furia fu tale che un tifoso venne arrestato mentre si dirigeva verso l’abitazione di Mercer brandendo non un ombrello, bensì un’accetta. Alla fine, per la gioia dei tifosi di Leith e di tutti gli amanti delle tradizioni calcistiche, l’ignobile fusione non andò in porto e le acque si calmarono nuovamente.

 

Tifosi Hearts

Tutta la passione e i colori dei tifosi Hearts

 

Fu così possibile continuare ad assistere allo storico e ultracentenario derby di Edimburgo. Nel 2012 il Dio del calcio decise di far incontrare le due squadre nella finale della Scottish Cup. Nella vibrante cornice di Hampden Park, stadio di Glasgow utilizzato prevalentemente dalla nazionale e per le finali di coppa, la tensione era intrecciata all’euforia per un evento tanto raro e importante: l’effetto era da brividi. Gli Hibs aspettavano questo trofeo da addirittura 110 anni – l’ultimo trionfo risaliva infatti al 1902 – ma i Jambos, altro nickname degli Hearts, si imposero per 5 a 1 infliggendo agli avversari una pesante umiliazione.

 

A fine partita, però, la marea di tifosi vestiti di verde diede prova di che cosa significhi essere dell’Hibernian. Avere cioè quel gusto perverso della sconfitta che rende l’eventuale futura vittoria ancora più gioiosa. Perseverare nel sostegno e non cedere alla tentazione di facili contestazioni. Fu così che dalle tribune si alzò un emozionante coro che recitava i versi di Sunshine on Leith, canzone dei “The Proclaimers” – gruppo composto dai gemelli Charlie e Craig Reid, figli di Edimburgo – divenuta inno del club.

 

Non servono parole

 

Due stagioni più tardi, Hearts e Hibernian riuscirono nell’incredibile impresa di retrocedere in seconda divisione, ma mentre i Maroons tornarono nella massima categoria l’anno successivo, agli Hibs servirono tre stagioni. Tuttavia, pur durante il purgatorio, nel 2016 l’Hibernian raggiunse nuovamente la finale di coppa dopo aver sconfitto gli acerrimi rivali agli ottavi. Nell’ultimo atto si imposero per 3 a 2 sui Rangers di Glasgow e poterono così festeggiare nuovamente la vittoria tanto agognata.

 

Essere Hibs o Jambos in Scozia, dove il monopolio di Glasgow è quasi snervante, è una dimostrazione d’amore difficile da spiegare a parole. È una questione di scelte: preferire le favole alla gloria è un atto di fede dilagante in quel di Edimburgo. Tifare Hearts o tifare Hibernian cambia tutta la tua esistenza.