È un autunno qualsiasi, molto lagunare, quello del 1993. In una Juventus fresca di vittoria della coppa UEFA, ma a secco di scudetti da oltre sette anni, gioca Roberto Baggio (che vincerà il Pallone d’Oro) insieme ad altri talenti presenti e futuri del calcio europeo, gente che in poche stagioni sarà campione d’Europa per club e/o nazionali, come Ravanelli o Möller. Molti, nonostante l’umidità, sono lì per loro, o per la fede bianconera, o magari per un’altra fede a strisce che si accontenterà di una bella serata di calcio, eventualmente godendo per un’improbabile eliminazione della Juve dalla Coppa Italia, dopo un balbettante 1 a 1 contro gli outsider nell’andata giocata al Delle Alpi.

 

Sono tanti anni che il gotha del calcio non tocca la coda del pesce.

 

Probabilmente qualcuno ricorda ancora gli anni quaranta, ma era un ragazzino, e ora è un attempato padre di famiglia, forse un nonno appassionato con paltò, cappello e radiolina d’ordinanza, e le ossa che dolgono nella sera di Sant’Elena.

 

La bruma, la nebbia, il freddo pungente delle traversate sul battello. Venezia non è una città semplice, ma unica e identitaria. Da accettare e quindi amare. (Marco Secchi/Getty Images)

 

 


RICORDI NELLA NEBBIA


 

È dura essere lì solo per i padroni di casa: quella sera, nel 1993, quasi nessuno lo è veramente. Forse qualche giovane masochista, magari quei ragazzi col bomber, la sciarpa legata alla vita e la lattina in mano, quelli che cantano in curva e prendono il treno le domeniche che non si gioca al Penzo, quei, ła partia, no i ła varda gnanca. Cosa andranno a fare se non guardano la partita, e il pensiero va già a mondi fantastici ipertrofici di alcol, sostanze e colpi proibiti di mano o di cinghia. Ma erano sicuramente a Cesena, un paio di anni addietro, a riempire il Manuzzi nel mitico spareggio col Como, e sono lì anche quella notte.

 

Una notte che, con la sua coreografia stellata, poteva far innamorare qualsiasi scettico appassionato di calcio della zona.

 

Apre le marcature Marocchi a fine primo tempo, poi si rientra e subito il datato bomber di categoria Campilongo pareggia i conti. Viene giù tutto; il direttore di gara è assai generoso coi calci dagli undici: ancora Campilongo, poi Baggio per il 2 a 2, infine Sasà Campilongo insacca il terzo rigore per la sua tripletta.

 

 

Cerbone la chiude e la Vecchia Signora viene buttata fuori dalla Coppa da una squadra di serie B, con tre colori e un presidente caricaturale, come un’improbabile compagine del Brasileirão, e quello stadio immerso nella bruma della laguna, fatto per tre quarti di tubi scivolosi che traballano ai goal e per un quarto di vecchi muri ridipinti tirati su nel 1913, sei anni dopo la prima unione tra la sezione calcistica della gloriosa Reyer e quella della Marziale Mestre (sì, Mestre) che, nel 1907, ha dato vita al Venezia Foot Ball Club.

 

Arancio, nero e verde. I colori dell’Unione Venezia Mestre, nata dalla fusione del 1987 e ora orgogliosamente ostentati nella Curva Sud dello Stadio Pier Luigi Penzo. (Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

 

Poco meno di trent’anni dopo, le curve dimezzate in altezza brillano di bistrattati ma lucenti seggiolini di quei tre colori, a celare la perdurante esistenza di tubi traballanti. “Stuco e pitura fa bea figura” si dice anche qui, alludendo a operazioni non strutturali ma di imbellettamento superficiale, di beni mobili, immobili e persone, specie se di sesso femminile. L’amore di quelle notti di gloria è rimasto per pochi, la simpatia per qualcuno di più, ma sotto i tanti ponti di questa magica città e della sua laguna, del suo territorio di terra e di mare, è passata abbastanza acqua da relegare gli anni Novanta a una distante, sfocata leggenda, accesa solo dai ricordi tinti dai vistosi colori sociali.

 

Le magie del Chino Recoba nella miglior (mezza) stagione della sua carriera, i combattimenti – spesso alla pari – con le grandi protagoniste del campionato all’epoca più bello del mondo, prima del tracollo degli anni Duemila.

 

Proprietà improbabili, sprint verso qualche step superiore rapidamente frenati e agonie verso l’ennesimo fallimento, con qualche raro barlume di speranza. La rabbia dentro ai pochi cuori per cui non era solo una chance di vedersi Ronaldo e Bierhoff a qualche decina di minuti di battello, ma era diventata, malgrado tutto, una fede. Non ci sono più treni speciali, non arrivano più ferry ricolmi di gente dagli hub principali che collegano la città storica alla terraferma.

 

 

Álvaro Recoba ha recentemente dichiarato: «A Venezia ho giocato 6 mesi da Pallone d’Oro». Forse è stato troppo poco, ma c’è stato.

 

 

I piccoli successi, un paio di Lega Pro 2 vinte in qualche modo (2006, 2013), uno scudetto della serie D (2012), ma anche la più recente serie C vinta in doble con la coppetta di categoria dalla banda di Pippo Inzaghi (2017) sono passati in sordina su qualche trafiletto nazionale, e anche localmente vissuti in modo viscerale solo da pochi intimi, perlopiù eredi di quei ragazzi che cantavano in curva nei tempi belli, esauriti da un trentennio di scontri tra loro forse più che con il nemico, perché, è opinione ancora diffusa, qui il nemico è gomito a gomito.

 

 

Unionisti contro neroverdi “oltranzisti”, unionisti divisi per ragioni politiche, unionisti contro altri unionisti, anche se la parte del tifo organizzato che ha accettato la vicenda, nell’ormai lontanissimo 1987, ha deciso di chiamare Unione la squadra nata dalla fusione tra il vecchio Venezia e il rampante Mestre, il fu VeneziaMestre, per questioni perlopiù protocommerciali subito ritrasformato in Venezia.

 

Ora, con dieci lustri sulla groppa, continuano a patrocinare chiunque abbia voglia di provare le stesse emozioni, specie tra sostenitori degli stessi colori o parte di essi, perché qui la baruffa non passa mai di moda.

 

Quello che sta tornando di moda, piccolo raggio di luce nel grigio cielo della laguna svuotata dalla pandemia, è l’occhio benevolo sul Venezia Football Club, figlio di questi trentaquattro anni di intensa evoluzione (forse più che degli ottanta che li hanno preceduti) di qualche alto e di tanti bassi.

 

 

 


COME LA FENICE


 

Copertine, menzioni mediatiche, partnership di pregio. Strutture stuccate e pitturate, forse, ma finalmente prive dell’apparente bisogno di gonfiare il petto per mostrarsi qualcuno, di quella necessità di proclami roboanti, di serie A “su-bi-to” e di Europa poco dopo, magari con le cartoline con la brutta copia dell’Amsterdam Arena di zampariniana memoria, o con altri render ben più recenti a plasmare in forma di stadio, perno di area commerciale o progetto green che fosse, i campi alle spalle dell’aeroporto.

 

I seggiolini arancio-nero-verdi, la scritta Venezia, Sant’Elena Imperatrice che protegge gli spalti, la Marina Santelena con gli alberi ondeggianti delle imbarcazioni: magia e incertezza nella Laguna (Giacomo Cosua – Venezia FC)

 

 

Presiede Duncan Niederauer: ex AD NYSE e Goldman Sachs, sorride con aplomb, ristruttura e riorganizza, con un’immagine di decisionista comunque affabile e valutativo, tra la Grande Mela, le sue proprietà in Toscana e il business lagunare. Joe Tacopina, il predecessore, volto iconico della rinascita a stelle e strisce del 2015, parlava imperiosamente, mostrava i muscoli, sfoderava scene consone alla WWE per esultare o protestare.

 

 

Coerentemente, è stato l’ultimo a calcare la mano su alcune prospettive – come l’ennesimo progetto di stadio, peraltro avanzato fino all’approvazione in consiglio comunale, ma in stallo per questioni economico-pandemiche – che qui sono minestra, anzi pasta e fasioi ormai freddissima, né godibile come quella d’obbligo in barca al Redentore, né facilmente riscaldabile. Un ritornello che va avanti da trent’anni e da prima ancora, negli anni Sessanta, quando el Venessia non era l’Unione, e già al decadimento demografico della città insulare si affiancava, come bacino di pubblico, quello dei veneziani trasferiti in terraferma, complice un Mestre sempre troppo piccolo e un resto del mondo ancora troppo distante.

 

 

El stadio in teraferma” o in “campagna”, come dicono ancora tra lo spregio e lo scherzo in isola, sebbene il cemento della metropolizzazione arrivasse già allora fino a Padova e sussistessero le ambizioni di tornare in A per restarci, poi sparite sotto i colpi degli anni di piombo, della gloria del grande calcio autarchico italico e magari di un altro Veneto calcistico più luminoso, con la R o la scala sul petto, più attraente specialmente in campagna, complice la macchina sotto casa.

 

Gli accessi al Penzo scanditi dai ponti, immagine perfetta della città che vive sull’acqua. (Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

 

Per il nerboruto avvocato italoamericano, da poco approdato in Sicilia come fece il vecchio EmmeZeta, anche se dal lato opposto, non si può provare quel sentimento che per il tifo locale sconfina nell’odio e di cui sono indelebilmente macchiati Zamparini – che “ne ga portà in serie A, e doboto in Europa”, obietta più di qualcuno – e alcuni dei fantomatici, arruffati, a volte dolosi amministratori che lo hanno seguito.

 

 

Semplicemente, si può imputargli una gestione troppo sanguigna, propagandistica e non libera da proclami, di finanze perlopiù altrui, del suddetto Niederauer e degli altri soci, servite alla rapida scalata dalla D alla B partita nel 2015 (con triplo salto sfumato ai playoff contro quella nemesi rosanero poi crocifissa dallo strano karma che l’aveva vista risorgere nel 1987 con il titolo sportivo liberato dal vecchio Mestre, e proliferare dal 2002 in poi con il trasbordo di risorse economiche e umane firmato Emmezeta, da Venezia alla Trinacria).

 

Finanze la cui non ottimale gestione ha determinato un altrettanto rapido ridimensionamento nei programmi di gloria, sebbene parziale, nelle ultime due annate (retrocessione ai playout sfumata in virtù dello stesso karma, causa fallimento palermitano, nella 18-19, e salvezza semitranquilla nella stagione 19-20).

 

Joe Tacopina - Venezia FC

Tra il serio e il faceto, tra il grottesco e il concreto, Joe Tacopina ha restituito una dimensione sportiva a Venezia. (Alessandro Sabattini/Getty Images)

 

 

Niederauer, assunta la carica presidenziale, è partito molto più tranquillo, ponendo alcuni capisaldi con fermezza. Un mission statement, un progetto di sviluppo tecnico ben definito, e una ricerca di un’identità chiara, con la riscoperta di un potenziale che risiede in primis in un contesto unico e in un passato glorioso, di una squadra che ha una storia complicata e piena di sfaccettature, avara di vittorie, ma rappresentante di una realtà che, a livello calcistico, deve ancora sbocciare davvero.

 

 

Aiuteranno questo processo le tante figure squisitamente veneziane, veri e propri idoli degli appassionati di calcio locali, come il DS Mattia Collauto, giudecchino, e il responsabile di area tecnica Paolo Poggi, di Sant’Elena, la zona del sestiere di Castello che ospita il Penzo.

 

I due storici capitani del club negli anni Duemila, che hanno messo la faccia e le lacrime insieme a chi li ha sempre sostenuti, e ora costruiscono in prima persona una compagine ambiziosa e futuribile, con la schiacciante maggioranza di giocatori di proprietà, e la dichiarata ispirazione al sostenibile modello applicato, su tutti, dai cugini di Udine.

 

Alla TV, finché non riapriranno la curva e gli altri settori per i pochi ma agguerriti fans, ci si sollazza con un calcio propositivo, spesso ingenuo e poco cinico, con un mix tra giovani promesse (uno su tutti Youssef Maleh, mezzala italomarocchina in quota Under 21, che lascerà la laguna per Firenze a giugno), professionisti di categoria, come il devastante centravanti Francesco Forte, e suggestivi stranieri pescati nelle leghe nordiche e mitteleuropee, come in una partita di Football Manager.

 

Il dialogo tra Paolo Poggi e l’allora direttore tecnico del Parma Arrigo Sacchi. Una storia d’amore vera quella tra Paolino e casa sua.

 

 

In panchina il promettente mister Paolo Zanetti che, messo su qualche chilo dopo la dignitosa carriera di centrocampista, guida un gruppo unito, indulgendo con piacere nell’uso della sua lingua madre veneta. La squadra è, dopo 26 partite di questa serie B ricca di pretendenti alla promozione, addirittura seconda in classifica; a quattro lunghezze dall’Empoli ma sopra la corazzata Monza, armata e quotata per il necessario salto tra i grandi.

 

 

Finalmente sulle panchine della metropoli, dove si ascolta trap con fare imbruttito tra THC ed erre retroflesse che si sprecano, cominciano ad apparire i primi track top della prima squadra locale, come in una banlieue parigina o tra chav albionici. Le divise, anno dopo anno sempre più raffinate e peculiari, sono sulla bocca degli appassionati: prodotti tailor-made, non più maglie nere da catalogo con note di colore. Sembrano molto apprezzate, sia dai tifosi che dai collezionisti.

 

 

Il colosso di Beaverton, dopo un inizio in punta di piedi con fornitori terzi e prodotti da catalogo, da un po’ presenta suoi diretti emissari per onorare una partnership che vede questi strani tre colori più coccolati di quelli del Siviglia, tanto per nominare una realtà che vede l’Europa con costanza e successo. Quasi come la maglietta della Kronos di Maniero o Pavan, must nelle due ore di ginnastica al liceo; più dei k-way degli anni d’oro che i datati fedelissimi dei Distinti sfoggiano nei bagnati pomeriggi al seguito dei Leoni.

 

Venezia FC - Palazzo Ducale

Anche la Nike ha riconosciuto l’ambizioso progetto sportivo arancioneroverde e il grande potere commerciale del brand Venezia FC. In fin dei conti, quante squadre possono presentare la propria maglia mostrando il proprio capitano davanti a Palazzo Ducale?

 

 

Anche ai tifosi più fedeli, che ricordano a malapena di aver giocato una volta a Birkenhead e una a Nottingham lato Magpies nell’AngloItaliano, (gli eventuali ottuagenari con flash della Coppa Piano Karl Rappan tacciono) tutto questo lavoro – che sia quello tecnico o quello del marketing e della suggestiva comunicazione – sa di serie A e di Europa, sa di quello che gli ormai quattro gatti rimasti sognano ma in cui nessuno ha più il coraggio di credere, e, dal lato organizzativo, nemmeno di promettere più; perché qui non succede mai (quasi) niente di quello che viene promesso, da sempre, quella storia del sior Intento dello stadio, quelle favole sulla serie A e sull’Europa.

 

 

Gli sviluppi più recenti della saga del nuovo stadio, arrestatisi con la pandemia e la carenza di investitori per lo specifico progetto, si sono infatti tramutati in una più realistica ipotesi di restauro-adeguamento del vecchio e disprezzato Pier Luigi Penzo; una soluzione-tampone, peraltro con un paventato sostegno comunale, per evitare un esilio rischiosissimo ad una realtà che a livello sportivo sta dando prova di solidità superiore alla media degli ultimi vent’anni: a conti fatti l’unica soluzione percorribile (come già avvenne trent’anni fa, al ritorno in B della società di Zamparini) per mantenere almeno il livello attuale, evitare ulteriori emorragie di pubblico quando si potrà tornare allo stadio e, perché no, dare un senso a una delle aree più periferiche – ma comunque suggestive – dell’agonizzante città d’acqua.

 

Vetusto, scomodo, distante. Gli aggettivi per criticare il Penzo si sprecano. Ma venite qui una volta nella vita, godetevi la traversata e poi la partita. Immergetevi in questo ambiente unico. Vi sarete portati a casa un po’ di quella Venezia nascosta che sfugge alle rotte turistiche che la stanno stritolando. (Giacomo Cosua – Venezia FC)

 

 

L’esempio di come, pur tra svariate difficoltà strutturali, si possa creare comunque qualcosa di buono anche in questa variegata e frammentata realtà urbana lo offre la Reyer, società cestistica che, persi nella bruma lagunare i leggendari scudetti della pallalcesto in tempo di guerra, fino a una quindicina di anni fa sguazzava nel mito della Misericordia, la sua leggendaria palestra nel salone principale della Scuola Grande progettata da Sansovino, e nella nostalgia della perduta venezianità: essa, in un perpetuo esilio in terraferma e senza particolari programmi, grazie all’intervento del mecenate (Luigi Brugnaro, da poco confermato sindaco di Venezia per un secondo mandato) è risorta, scalando categorie e tornando al massimo livello, fino alla vittoria dello scudetto (poi replicata), e di altre competizioni nazionali e internazionali.

 

«No xe più ła Rayer [pronuncia diffusa tipica del veneziano di una certa età, ndr.] de ‘na volta»

 

si sente dire frequentemente, ma indubbiamente una squadra che ha aperto un piccolo ciclo che la rende nei fatti la Reyer più vincente di sempre, e attira appassionati da tutta la città metropolitana e non solo, a sopperire al disamore di molto pubblico locale inutilmente schizzinoso e vanamente nostalgico per via del paron-sindaco campagnolo, e perché “gera megio ‘na volta, co zogavimo a l’Arsenal”.

 

 

L’esperienza di un incontro alla Misericordia la possono raccontare in pochi ormai, ma è già diverso per chi ha vissuto la buona Reyer fine settanta-ottanta all’Arsenale, il palazzetto incastrato nelle adiacenze dei mitici cantieri della Serenissima. Un’esperienza simile a quella del Penzo, ma in questo caso priva di ritorno, in una struttura totalmente inadeguabile agli standard e ai parametri di sicurezza odierni, e relegata a palestra degli antichi licei veneziani.

 

 

La palestra più bella del mondo. Guardare per credere.

 

 

Ora il teatro delle vittorie orogranata è il modesto Taliercio di Mestre, nato in terraferma parallelamente all’Arsenale per ospitare il Basket Mestre nei suoi migliori anni ai massimi livelli cestistici. I parcheggi che lo coronano, peraltro pochi e disorganizzati, non saranno la Riva degli Schiavoni o la Darsena Grande ma, tra mille lagnanze, anche per i più nostalgici sono meglio di niente finché si vince: un altro impianto passato e inadeguato nel territorio comunale, che non arresta lo sviluppo sportivo in attesa di tempi migliori (magari forieri di un palasport di livello europeo: anche questa resta un’ipotesi, oltre che un’altra, lunga storia).

 

 

 


IL LEONE RUGGISCE ANCORA


 

Per il Venezia Football Club, oltre a Mestre (“Fedelissima”, con buona pace del separatismo dimostratosi minoritario anche all’ultimo referendum, pietra tombale del movimento volto a dividere la Venezia insulare dal territorio di terraferma, creando due entità amministrative come prima del 1926), il bacino può arrivare da tutta la città metropolitana e non solo; dal Veneto orientale a Chioggia, tanti simpatizzanti, anche di giovane età, continuano ad essere attratti da questi colori; ma è necessario sminuire ciò che questa squadra deve rappresentare in primis, con la sua unicità, per rincorrere dei sogni di grandezza ultraterritoriale?

 

 

Lo stadio nuovo deve essere necessariamente una struttura sentimentalmente anonima, seppur accessibile, integrata in una ancor più anonima area commerciale, o si può ancora sognare la stessa customer experience del passato in una struttura rinnovata e resa più attuale? Per i tanti potenziali clienti-gufi-profeti da divano, con il loro mantra “il tempo che ci metto a venire al Penzo da [luogo X nell’entroterra] è il doppio di quello che ci metterei ad andare a [luogo Y nel Triveneto con squadra in serie A o alti quartieri della B]” il consiglio resta, giustamente, uno solo: quello di seguire un’altra squadra; c’è posto alla Dacia Arena, ma anche al Bentegodi, a Padova, a Vicenza, un biglietto in più che non farà schifo a chi lo vende.

 

Mestre, anima di terraferma della città lagunare.

 

 

Chi glielo fa fare, passeggiare per Casteo nel fine settimana, annusando ancora la vita vera di Venezia e di chi la abita – questa la vera operazione nostalgia, non il rimpianto del bipolarismo del magnate friulano – bere qualche bicchiere in compagnia, la partita… Meglio andare in macchina, farsi mezz’ora fermi in un parcheggio, per avere la certezza di mettere le gambe sotto la tavola a una certa o andare a letto, senza aver camminato troppo o patito la pungente umidità o l’afa appiccicosa dell’estremo lembo della città d’acqua. Agli stessi va peraltro ricordato che la scomodità del Penzo, nei giorni degli scontri con le Sette Sorelle, era per loro un fattore secondario.

 

 

Lo stadio di Sant’Elena, che era senza dubbio molto meno colorato ma più grande (il doppio della capienza, oltre che più giovane di vent’anni) al tempo dell’ultima stagione in A dell’allora AC Venezia 1907, 2001-02, ha grossi margini di miglioramento nel piccolo spazio che lo ospita. Può essere raccordato, coperto; i suoi ormai celeberrimi tubi Innocenti nei settori popolari possono lasciare spazio a qualcosa di più solido e moderno.

 

 

Qualcosa che andrebbe a migliorare l’esperienza delle due orette che ci si trascorre dentro, senza snaturare l’essenza della giornata del tifoso di questi colori, a cui peraltro dovrebbe toccare non solo l’oneroso onore di raggiungere Sant’Elena, ma anche di fare un po’ di proselitismo, perché gli stadi non si riempiono coi se e coi ma. Essere, prima di avere; se si tornerà a provare l’orgoglio per questi colori, ci si meriterà anche una struttura funzionale a un grande territorio cittadino che non ha alcun tipo di arena adeguata ai livelli europei.

 

Il Sestiere di Castello, in cui è situata l’isola di Sant’Elena dove sorge il Penzo, è ancora una delle poche aree residenziali del centro storico. Camminare per Casteo è respirare l’aria di una città sempre più rara. (Marco Secchi/Getty Images)

 

 

Ci si sente eternamente incompleti, come Ca’ Venier dei Leoni, il palazzo che non poté sorgere per evitare di oscurare i dirimpettai sul Canalasso (sempre che la leggenda non mascheri le più prosaiche difficoltà economiche della famiglia titolare), ma che ora contiene i tesori, sebbene non ammantati d’antico come la città che li circonda, della Collezione Guggenheim.

 

 

Un potenziale da scoprire, per chi vede ancora nel calcio qualcosa che va oltre i novanta minuti, sperando, anche grazie a una rinnovata affezione, di esplodere finalmente, senza una vetrina di proclami o inutili voli pindarici verso quarti posti in A o arene dal sapore qatariota, ma mostrando quello che solo Venezia può rappresentare: un’esperienza unica, sia a livello urbano che sportivo, che possa regalare una giornata indimenticabile, non calcistica – è prematuro poterlo pensare – ma nel suo complesso.

 

 

Il futuro fa in ogni caso sorridere chi tifoso vero lo è già, con una consolidata abitudine al finale amaro: alle prospettive di competitività abbastanza solide, e al gratuito sogno di chiudere il cerchio e tornare tra le grandi, magari per restarci, si unisce la testarda passione dei più per questo tifare, questo vivere la partita in un contesto che solo chi sostiene gli arancioneroverdi può vantare, e che rende spesso la traversata lagunare la trasferta da non mancare, per la sua peculiarità ancor prima che per il blasone da nobile decaduta quando si disputava la terza-quarta-quinta serie.

 

 

Ma, se mai arrivasse quello che nessuno più ha il coraggio di sognare, con annessi e connessi di comoda arena in area commerciale integrata, le emozioni che vi si legheranno avrebbero ancora lo stesso esaltante sapore salmastro degli anni andati? Sarebbe davvero tutto più bello, se tutto mai diventasse troppo simile alle epopee di crescita di tante società nel nostro continente? I dubbi sono, sebbene ammantati di romanticismo, ragionevoli, perché togliere Venezia al Venezia FC sembra davvero estremo anche a molte coscienze critiche convintamente unioniste.

 

Venezia FC

Il fascino irresistibile di una squadra unica in una città magica: lunga vita al Venezia FC.

 

 

In qualsiasi campionato la squadra giocherà, non cesseranno le liti su come si deve chiamare e sulle percentuali di colori da indossare; non si spegneranno le dispute sullo stadio in terraferma da avere per riempirlo poi, o sul riempire il Penzo per meritarsi uno stadio nuovo; non sparirà il corollario di società nostalgico-alternative d’acqua e di terra, che reclamano di volta in volta la Coppa Italia del 1941, i colori originari, il pubblico purosangue insulare o campagnolo; resisteranno, come il materiale fané indossato dai club di fedelissimi, il revisionismo zampariniano, l’eterno malcontento tipicamente veneziano e il rimpianto di un tempo andato sempre più bello di quello attuale.

 

 

Ma niente riuscirà ad estinguere gli spintoni intergenerazionali agli imbarcaderi della pineta dopo la partita, tra chi si affretta a non perdere el bateo per tornare verso Mestre, Marghera, in qualche altro sestiere dell’isola o al Lido, e men che meno a fermare chi, su di giri per una bella vittoria o deluso da una sconfitta, si lancia nell’ennesima, estenuante, bacarada attraverso i luoghi più sinceri e intimi di questa città. Perché Venezia sta sì morendo, ma non esalerà il suo ultimo respiro proprio oggi.

 

 


Si ringraziano Giacomo Cosua e il Venezia FC per la collaborazione e la concessione del materiale fotografico

 

Copertina © Rivista Contrasti