Ritratti
17 Agosto 2021

Smetto quando voglio

Da campione a clochard. Le mille vite di Maurizio Schillaci.

Sono tanti, troppi, i talenti inespressi del calcio nostrano ed internazionale. Quanti i ragazzi che chiamati alla definitiva consacrazione non hanno saputo rispondere per poi cadere nella solitudine, lontani dai grandi palcoscenici di un tempo, dimenticati da tutti. Il palermitano Maurizio Schillaci, classe 1962, è uno di questi. Trequartista dai piedi educati, secondo Zdenek Zeman – che lo ha allenato – “per mezzi, colpi e intelligenza calcistica avrebbe potuto giocare in Serie A senza difficoltà e farlo a grandi livelli”.

Un infortunio mal curato che ne ha pregiudicato la carriera prima, il tunnel della tossicodipendenza (da cui è uscito) poi. Dai contratti a sei zeri con la Lazio alla vita da clochard. Quella di Maurizio Schillaci è la parabola di un antieroe che corre parallela a quella del cugino Salvatore, l’eroe di Italia ’90. Ma vediamo meglio.


Il rosa e il nero


Siamo a cavallo tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, in una Palermo espressione di miseria e nobiltà, splendore e decadenza; specchio fedele del nostro protagonista. Quest’ultimo – così come il cugino Salvatore – è figlio di pescatori e cresce in pieno centro storico, forgiato dagli stretti vicoli del terzo rione della città: Monte di Pietà, meglio conosciuto come “Il Capo”.

Qui, nel sagrato della Chiesa di Santa Maria della Mercede, inizia a dare del tu al pallone e si sa – per dirla con Borges – ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada lì ricomincia la storia del calcio. Come d’abitudine infatti, si svolge – diametralmente opposto al rituale cattolico – lo stesso dogmatico e canonico cerimoniale laico: si scelgono due capitani, si formano le squadre e ci si affronta in epiche battaglie sul selciato. Maurizio è sempre il primo ad essere pescato da uno dei due sfidanti. Non Salvatore. Ma lui, Maurizio.



Chiunque abbia giocato almeno un paio di volte per strada, in piazza o in qualche campetto sa bene che l’essere nominati immediatamente è sinonimo di bravura. Maurizio però non è semplicemente bravo; è così forte che viene considerato più forte del cugino. Non a caso quest’ultimo, al giornalista palermitano Benvenuto Caminiti, dirà – tempo dopo il ritiro – che

“quando da ragazzini c’era da comporre le due squadre per le interminabili partite sul sagrato della Madonna della Mercede il primo ad essere scelto era lui, mica io. E devi sapere che certe gerarchie non cambiano nemmeno dopo vent’anni, nemmeno dopo che tu sei arrivato alla Juve e lui, invece, è rimasto al palo”.

Non è quindi un caso se sul ragazzino del Capo mettano gli occhi gli osservatori del Palermo i quali, avendo potuto assistere alle sue prodezze, ne rimangono stregati e lo portano con sé. Il calcio – in generale lo sport – oggi come allora, in quartieri difficili, laddove permangono ampie sacche di povertà e di emarginazione rappresenta un mezzo più che valido per potersi emancipare, per dribblare la miseria e puntare al riscatto. Il calcio è un ascensore sociale che Maurizio decide di non lasciarsi scappare e con il quale cerca di ascendere l’Olimpo del pallone.

MAURIZIO SCHILLACI

Inizia per lui un iter burrascoso che lo porterà da Palermo a Palermo, dall’erba soffice del Renzo Barbera agli inospitali vagoni dei treni fermi alla stazione Centrale, dal calore del pubblico negli stadi al caldo “abbraccio” dell’eroina.

Dopo aver compiuto le propedeutiche trafile del settore giovanile rosanero, per l’altro Schillaci arriva la prima, concreta opportunità: l’esordio in prima squadra. Un esordio che fino a qualche tempo addietro, quando il rumore dei tiri di Maurizio si sovrapponeva alle folkloristiche “abbanniate” – le grida dei commercianti del vicino mercato – sembrava soltanto una chimera, ora, invece, è una solida realtà. Domenica 13 giugno 1982, allo Stadio Comunale di Palermo va in scena la sfida tra la compagine di casa e la SS Lazio, atto conclusivo del campionato cadetto. Entrambe le squadre non hanno più nulla da dire ma lo spettacolo non viene meno, anzi.

Poco più di 5.000 spettatori hanno modo di assistere ad una partita entusiasmante, senza esclusioni di colpi e che si risolve al cardiopalma: al 22′ del primo tempo segna il laziale Vagheggi, ripreso mezz’ora più tardi dal rosanero De Rosa che trasforma dagli undici metri. Tuttavia l’allenatore del Palermo, il leccese Antonio Renna, cala l’asso vincente. E quell’asso ha l’aspetto scanzonato, i capelli lunghi, ricci e la fame di chi viene dalla strada.

Quell’asso è proprio Schillaci. Il 20enne siciliano, subentrato a partita in corso – venti minuti dopo il suo ingresso – trova la via del gol: dopo una serie di ribattute, insacca cinicamente il pallone in rete e Moscatelli – portiere della Lazio – non può farci nulla: il punteggio si porta sul 2 a 1 per i padroni di casa. Dopo il pareggio laziale chiude definitivamente i giochi il giovane Giacomo Modica e il Palermo può così festeggiare una vittoria sulla squadra biancoceleste che mancava da ben 29 anni. Un debutto perfetto e che lascia ben sperare ma il primo atto della sua carriera si consuma velocemente, senza acuti: dopo altre tre presenze e una rete con la maglia del Palermo si trasferisce al Rimini, società in cui milita per una sola ed infruttuosa stagione.


La saggezza del Boemo


Sembra quindi che la carriera di Schillaci si sia ormai arenata ma l’anno seguente, nel 1984, qualcosa cambia. Approdato al Licata, società allora militante nel campionato di C2, trova un semisconosciuto Zdenek Zeman con il quale instaura un rapporto umano prima ancora che lavorativo. Il tecnico boemo esercita su di lui una funzione che potremmo definire catartica: totalmente rigenerato e pienamente incluso negli schemi di una Zemanlandia ante litteram, Schillaci manda in visibilio il pubblico del Dino Liotta; “non mi prendeva nessuno” ha ricordato più volte l’ex calciatore “la palla andava sempre dritta, ma ero io con le mie finte di corpo a ubriacare gli avversari”.

Lampi di genio, certo, ma anche tanta sregolatezza. “A Licata, a volte, entravo in campo dopo aver fumato erba. All’epoca non era ancora doping. Non capivo quale fosse la curva e quale la tribuna. Poi però giocavo bene, mi chiamavano Gazzella, fu il mio periodo migliore. Ero quello che Maradona era per Napoli”.

Con la maglia gialloblù Maurizio, oltre ad aver ottenuto una splendida promozione in Serie C1, segna. Eccome se segna. In due stagioni passate al Licata mette a referto ben 22 reti in 66 presenze e saranno proprio quelle reti ad attirare su di lui l’attenzione di diverse squadre. Inizia l’estate del 1986, e mentre il cugino Totò può festeggiare la promozione del suo Messina in Serie B, l’altro Schillaci è distratto da sirene di mercato che rispondono ad un preciso nome: Zdenek Zeman.

foggia zeman
Il Boemo è tornato in pista, nel frattempo. Proprio in quella Foggia che lo ha reso grande

Il boemo, che si è da poco seduto sulla panchina del Foggia, vuole fortemente con sé il suo pupillo. Maurizio ha già pronte le valigie, è sul punto di firmare ma nelle trattative si inserisce con forza la Lazio di Calleri e il trequartista palermitano, sospinto dallo scirocco, lascia Licata e sbarca a Roma, sponda biancoceleste. L’inizio della fine. Incontra il lato vizioso della capitale; i piaceri – sconosciuti ad un ragazzo che è nato nel centro storico di Palermo – lo inebriano, quindi le donne, le fuoriserie e i soldi. Tanti soldi.

“Vivevo nel lusso, ho cambiato 38 auto, ho giocato nello stadio dei sogni, l’Olimpico. Contratto di 500 milioni per 4 anni”.

Maurizio Schillaci


Roma meretrice


Qualcosa va storto. Durante un’amichevole ad Anzio Maurizio si fa male: “stavo per calciare in porta e mi è venuta una fitta nella gamba sinistra, sono caduto per terra e non mi sono più rialzato”. Si tratta di una tenosinovite ma i medici della Lazio, sbagliando la diagnosi, la trattano come un comune stiramento e Schillaci passa per malato immaginario dividendosi costantemente tra infermeria e campo, campo e infermeria. Il palermitano colleziona 11 presenze e la sola rete segnata con un colpo di testa al Cagliari resta la magra testimonianza di un bocciolo che non si è mai schiuso.

Dopo un anno l’idillio è già finito, le strade di Maurizio e della Lazio si separano. Nel frattempo torna in Sicilia e va a Messina dove trova il cugino Totò, quello che ai tempi delle partitelle in Santa Maria della Mercede veniva scelto sempre dopo di lui. Ma i tempi cambiano e in quella stagione 1987/1988 le gerarchie tra i due si ribaltano. Totò si scrolla di dosso l’etichetta “cugino di” e fa molto bene, mentre Maurizio arranca. Quando i medici giallorossi si accorgono del problema al tendine che tormenta il trequartista palermitano lo curano, ma ormai è tardi. La sua carriera si è spezzata. Ed ecco che scivola velocemente verso il baratro, ultima tappa di un percorso che ha tradito le aspettative; Schillaci, ormai 33enne, si accasa alla Juve Stabia. Mentre Totò spicca il volo diventando l’eroe di Italia ’90, Maurizio è un calciatore finito.

Complice la depressione, si rifugia nel tunnel della droga. La cocaina prima, l’eroina poi. Quindi il talento che fugge via, per sempre.

Oggi Maurizio è un clochard, ha l’aspetto trasognato e malinconico mentre si aggira per la Vucciria, vive di elemosina e dorme sui treni; la vita gli ha voltato le spalle, gli amici di un tempo pure, soltanto il suo cane Johnny gli tiene compagnia. A quasi 60 anni, con grande dignità, cerca un lavoro per poter finalmente ricominciare e noi non possiamo che augurargli un’ultima, definitiva ripartenza, un po’ come faceva in campo, quando gli avversari non riuscivano a tenerlo.

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