Mauro Matías Zarate nasce a Buenos Aires il 13 marzo del 1987. Arriva alla Lazio nel 2008. Ha 21 anni. All’epoca, Fifa e PES si giocano ancora il primato di miglior gioco d’emulazione calcistica. Le televisioni trasmettono la Serie A, ma non la Premier League. Su Sportitalia è possibile guardare qualche partita del calcio sudamericano e francese. Ma i due veicoli fondamentali attraverso cui provare a far luce sul neo-acquisto della Lazio sono essenzialmente YouTube e Football Manager, fedele droga quotidiana.

 

Accade che, il giorno successivo all’acquisto di Maurito, ricevo la telefonata di un amico qualche anno più grande di me: “Questo è forte vero”. Mi fido delle sue parole, perché l’ho sempre visto estremamente cauto e posato in passato. E’ un vero laziale. Ed è come tale che in lui l’entusiasmo è presto stoicamente allontanato, il giudizio e la ragione sovente invocate. Caduta la linea, mi catapulto immediatamente su YouTube per vedere le giocate di questo sconosciuto talento argentino. Avrei voluto inserire il link del video in questo articolo ma sono passati troppi anni. Nel frattempo, decine di video-prodezze di Maurito hanno gettato quella memoria nel dimenticatoio della rete.

 

Il primo derby lo perde, ma lui è il migliore in campo (foto New Press/Getty Images)

 

Solo la breve carriera di questo giocatore desta la curiosità di tutti nel mondo Lazio. Se ne parla come di un fenomeno. Titolare inamovibile nell’Argentina dei fenomeni che vince l’Olimpiade del 2008, gioca al fianco di Messi e Aguero, togliendo il posto a Ezequiel Lavezzi e Angel Di Maria. Non male. Ma sono pur sempre le Olimpiadi. Dopo le giovanili e l’esordio in prima squadra col Velez, va in Inghilterra, giocando col Birmingham. Poco ma benissimo. Le sue giocate sono spesso commentate da Trevisani e Cattaneo al neo Mondo Gol di Sky Sport. Va in Arabia Saudita per qualche mese. Guadagna bene, ma vuole tornare a giocare a livelli importanti. La Lazio si presenta alla sua porta e Lotito mette sul piatto un totale di 17 milioni di euro, tra prestito e diritto di riscatto (che arriverà prima della finalissima di Coppa Italia contro la Sampdoria, il 13 maggio del 2009).

 

Il primo ricordo che ne ho è vivido. Esordio contro il Cagliari fuori casa, con doppietta. Segna anche contro il Milan nella rovinosa sconfitta per 4-1. Prima, segna davanti ai miei occhi, all’Olimpico di Roma, contro la Sampdoria. Un gol che ricordo come uno dei più belli della mia vita di tifoso. Non avevo ancora visto quello contro il Siena. Il giorno: 9 novembre 2008. Indimenticabile. Siamo ancora “alla scoperta” di Zarate. Dopo poco più di due mesi di campionato, i lampi del fenomeno si sono palesati agli occhi di tutti, tifosi, compagni di squadra e avversari. Ma è la continuità che fa il campione. Contro i toscani mi trovo in Curva Nord. Non è un momento straordinario per Maurito. Dopo un avvio clamoroso, manca al gol da qualche giornata. Il primo tempo conferma lo stato del giocatore, non proprio esaltante. All’intervallo mi consulto con alcuni amici. C’è come il sentore che senza una sua giocata, poco o nulla accadrà in quel limpido pomeriggio di un noiosissimo Lazio-Siena. Al 13′, la svolta.

 

Abbiate la pazienza di vedere il Replay

 

Ricordo solo di aver visto morire il pallone sotto l’incrocio dei pali. Io un gol così, su punizione, non lo rivedrò mai più. Dicevano che fosse una sua “specialità”, ma fino a quel giorno, di punizioni così, nemmeno l’ombra. Chi aspetta gode doppio. Una corsa sotto la Curva, un calcio al secchio appostato alle spalle dei cartelloni pubblicitari. Il delirio della Nord e lo stupore generale. Uscendo dallo stadio, felici, ci rendiamo conto di avere tra le mani un diamante grezzo. Lo sanno i compagni. Lo sa lui stesso. Ma lo sanno anche i cinesini di Formello.

 

Un amico, ex primavera della Lazio, qualche giorno fa, mi ha rivelato che “Mauro non la passava nemmeno in allenamento. Faceva tutto da solo. Era innamorato del pallone, ma noi non potevamo fare né dire niente, perché era troppo forte“. Osservavamo Zarate come i cinesi, oggi, osservano il seme depositato sulla luna. Chiunque lo vedeva in azione rimaneva a bocca aperta, avversari compresi. Non tanto (non solo) dal repertorio delle giocate, che lo resero celebre nel nostro calcio, ma dalla naturalezza e la facilità con cui le eseguiva. Tecnica sopraffina, doppio passo, cambio di direzione, velocità, tiro. Partiva lentamente, quasi camminando. Poi puntava, si spostava la palla e calciava. Il primo dribbling era impressionante. Non erano in grado di fermarlo.

 

 

Da notare la qualità e la bellezza dei gol

 

Dopo aver conquistato un derby (4-2, quel destro ancora canta) e una finale di Coppa Italia, con gol e rigore nella lotteria contro la Sampdoria, lo attende un’estate analoga a quella che pare aver colpito anche Sergej Milinkovic-Savic. Anche il tifoso meno accanito passa una delle estati più stressanti della sua vita. Sempre a metà tra il va via e il rimane. Alla fine, Maurito rimane. E’ il primo vero gesto di avvicinamento di Lotito alla tifoseria biancoceleste. Ma il destino ci beffa di nuovo. Le successive stagioni sono deludenti. Le lacrime di gioia versate dopo i suoi gol si trasformano prima in rabbia, poi in lacrime di tristezza.

 

E’ bastata un’estate da star, a Maurito, per non tornare più sulla terra. E’ sovrappeso, svogliato e la sua relazione con la modella Natalie Weber fa tutto meno che calmare le acque. Non è più lo stesso, e la Lazio rischia di andare in Serie B, mentre la Roma è ad un passo dal vincere lo Scudetto. La più brutta stagione nel recente passato del mondo Lazio. Ricordo il grigiore di Lazio-Bari 0-2 (la partita in cui, per intenderci, Zarate venne in Curva Nord perché, squalificato, voleva rimanere vicino alla sua gente e ai suoi compagni). Non mi trovavo a Roma, quel giorno. Chi soffre da lontano, soffre sempre di più. Ad un passo dal baratro, nemmeno i 45.000 dell’Olimpico (+1) erano riusciti a dare una scossa alla squadra.

 

Al tramonto dell’avventura con la maglia della Lazio, insieme alla sua gente (foto Paolo Bruno/Getty Images)

 

La successiva stagione andrà meglio. Segnerà alcuni gol importanti. C’è stato un momento, breve ma intenso, in cui a giocare con la Lazio c’erano, in rosa, Hernanes, Klose, Cissé e Zarate. Potenzialmente, l’attacco più forte del campionato (2012). Solo un momento, appunto. Mauro Zarate finirà la sua storia in causa con la Lazio e Claudio Lotito, dopo esser finito fuori rosa proprio quell’anno (l’anno prima era andato in prestito all’Inter). L’ultimo ricordo che mi lega a questo potenziale fenomeno è la partita contro la Fiorentina del 18 dicembre del 2016. Zarate segna alla Lazio e mette il dito all’orecchio, rivolgendosi (diranno poi…) alla dirigenza laziale. Molto più probabilmente, dimentico dell’amore che la sua gente, tra sogno e realtà, gli ha sempre riservato.

 

Per molti ragazzi della mia generazione, sponda Lazio, Zarate rimane il rimpianto più sentito. Di giocatori forti, di lì in avanti, ne abbiamo visti: Hernanes, Klose, Felipe Anderson, Milinkovic, solo per citare i più forti. Ma nessuno, come Zarate, ci ha fatto sognare qualcosa di grande. Nessuno dei sopracitati, credo di poter dire, ci ha fatto vivere lo stesso delirio. Il poster appeso in cameretta dopo il gol contro il Siena. Strappato tra le lacrime dopo l’addio. Da quel giorno in avanti, sostanzialmente, il tifoso della Lazio non ha più avuto idoli. Giocatori forti, possibili fuoriclasse, ma nessuno come lui. Mai più lacrime, dopo di lui.