Papelitos
16 Aprile 2026

Kean v Pengwin è il sintomo, non il problema

Il nostro calcio è oltre la fine.

Avremmo voluto parlare di tutt’altro. Di come due sfide di Champions – Atletico v Barcellona e Bayern v Real Madrid – pur con tutti i limiti difensivi del caso ci abbiano riconciliato col gioco – noi, poveri cristi fermi non ad Eboli, magari, ma alla Serie A, molto peggio. Di come prepararsi mentalmente all’ennesimo Mondiale senza Italia o di come accogliere, di contro, l’assurda ipotesi del ripescaggio della nostra Nazionale – uno degli effetti della guerra che stiamo vivendo. Invece no. Ci ritroviamo a dover parlare del grande duello (legge la voce di Cruciani) tra Moise Kean e il Pengwin – che detestiamo già solo per il fatto di non sapere assolutamente chi sia, ma di doverci minimamente informare su chi sia almeno a livello pubblico.

Appunto, a «livello pubblico»: perché questa è la superficie del dibattito sportivo nostrano oggi, o almeno calcistico. Senza neanche sapere bene perché, tutti stiamo parlando dell’episodio Kean-Pengwin. Ci rendiamo conto? Ci rendiamo conto del fatto che il miglior calciatore della nostra Nazionale – questo, perlomeno, ha detto il doppio spareggio con Irlanda e Bosnia – non solo risponda «via social», su Instagram, alle provocazioni di un «tipster» (rimandiamo a questo articolo per approfondire questa strana figura del racconto sportivo contemporaneo), ma che – cosa assai più distopica – decida di andargli sotto a muso duro, accompagnato da un sodale con quel fare tipico dei bulletti di periferia (perché Kean si rivolge a Pengwin, che nella migliore delle ipotesi non conosce, con «fra»?), oggi meglio conosciuti e temuti come maranza, invero, per «dirgliene quattro» (almeno, sapete: gliene avesse date! manco quello) e «insultarlo» a colpi di italianità acquisita – infatti il Pengwin, come da lui stesso esplicitato in più di un’uscita pubblica, ha origini polacche e ha pure ammesso di aver tifato più Polonia che Italia fin da piccolo.



Insomma, vi rendete conto? Moise Kean contro Pengwin, per sancire chi – nel 2026 – è più italiano di chi. Kean, per dovere di cronaca, si è poi pure scusato per l’atteggiamento. Ha capito di aver sbagliato, forse perché visto da tanti ragazzi che in lui hanno un modello (?) di riferimento. «Ma non ritiro nulla», ha aggiunto nel merito. Capito? Il tutto condito da quel diabolico mezzo stampa delle Iene, nascoste con le loro piccole e subdole telecamere, coi loro piccoli e subdoli microfoni, in attesa chissà di una vera reazione di Kean, che avrebbe fatto entrare in azione la polizia di Mediaset.



Signori cari, signore care: cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo? Eppure, lo scontro tra Pengwin e Kean non è affatto un caso isolato, una storia stramba che passerà come tante altre: ma il sintomo di un morbo diffuso da tempo (anche a livello di uomini, per quanto riguarda la Nazionale), di un dibattito piatto e stanco, vetusto e angusto (per quanto riguarda il racconto sul movimento in generale).

L’Italia non va al Mondiale per la terza volta di fila (12 anni, che quindi saranno 16 se dovessimo centrare l’obiettivo) e questo è ciò che il Belpaese calcistico sa offrire oggi. Così, mentre in Spagna si godono la ricchezza tecnica degli Yamal e dei Pedri, in Germania l’abbacinante strapotere tecnico del Bayern Monaco, in Inghilterra un campionato al cardiopalmo e in Francia una delle squadre più forti e belle degli ultimi 20 anni di calcio mondiale (il PSG), in Italia ci ritroviamo a commentare Kean contro Pengwin. Di certo non il problema fondamentale del nostro movimento: ma pure neanche solo un caso fortuito di un sistema malato e corrotto.

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