Boris Arkadiev nasce nel 1898 a Pietroburgo, in quello che è ancora l’Impero zarista, e dopo la rivoluzione si trasferisce a Mosca. Tira di scherma (come il suo gemello, futuro maestro di questa disciplina) e gioca a calcio sino a quando, conclusa la carriera agonistica nel ’36, diviene tecnico del Metallurg. Si racconta sia un uomo colto, dai modi gentili e lontano dal conformismo imperante nell’URSS stalinista. Nel 1940 compie il salto di qualità: diventa allenatore della Dinamo Mosca, una delle principali squadre del Paese, nonché la formazione del Ministero dell’interno – e degli onnipotenti servizi segreti – diretto dal terribile Lavrentij Beria. Tre anni prima, però, l’arretrato e isolato panorama calcistico locale è stato scosso dal passaggio in terra sovietica di una rappresentativa basca, lì per una serie di amichevoli, e l’episodio può rappresentare il primo momento in cui gli eventi storici incontrano e determinano direttamente il percorso del nostro uomo. I baschi infatti non sono in tournée per fini esclusivamente legati al gioco, bensì stanno girando il mondo per diffondere la causa della Repubblica spagnola nel bel mezzo della guerra civile.

 

Il classico schieramento 2-3-5 è ancora in vigore nel calcio sovietico; viene posto a confronto con la moderna tattica del sistema – il WM – adottato dai baschi e mostra così tutta la sua obsolescenza. L’evento apre un dibattito fra chi assiste agli incontri e in generale fra gli addetti ai lavori. Accade talvolta nel calcio che una realtà arretrata, se entra in contatto con le nozioni e le tattiche più in voga del periodo, riesca ad assumere le novità non in modo acritico, ma facendo loro compiere un balzo in avanti. In breve, si salta una fase. È ciò che è successo in Olanda con il calcio totale o in Italia con l’esperienza di Sacchi – ed è ciò che, nella sfera economica e sociale di un paese, Lev Trotsky definisce sviluppo diseguale e combinato. Questo balzo si produce anche nel calcio sovietico dell’epoca e il principale artefice è Boris Arkadiev.

“I nostri giocatori lavoravano per andare oltre uno schematico WM, per instillare l’anima russa nell’invenzione inglese, e per aggiungervi la nostra insofferenza al dogma” (Boris Arkadiev)

La rivoluzione tattica di Arkadiev parte dai compiti affidati ai tre giocatori avanzati: non più un atteggiamento statico, ma scambio di posizione fra le ali, centroattacco che arretra e occupazione degli spazi vuoti nel dettare il passaggio. Poi il discorso si allarga ad altri ruoli in campo. Così anche gli interni di centrocampo iniziano a invertirsi, mentre i difensori sono coinvolti nella fase offensiva, coperti dagli uomini in mediana. Secondo Arkadiev «nella gestione del gioco, la disposizione degli uomini in campo non deve essere rigida: un difensore deve saper giocare anche in attacco». ¹

L’insofferenza sovietica al dogma (Suprematism, Kazimir Malevich, 1915)

La tendenza a rendere i ruoli intercambiabili è qualcosa di assolutamente innovativo per l’epoca, tanto che nel corso degli anni Arkadiev riuscirà in parte ad anticipare lo schema con quattro difensori e quattro attaccanti, e quindi una sorta di 4-2-4. Anzi, secondo Axel Vartanyan, uno storico del calcio sovietico, Arkadiev è stato il primo in assoluto nella storia del calcio a giocare in difesa con quattro uomini, in linea.² La fitta rete di passaggi che si instaura fra i giocatori in questo tipo di gioco è all’origine di uno dei suoi nomi, passovotchka. Un’altra definizione, più affascinante e appropriata nel suo significato dialettico, è disordine organizzato. E sul campo di calcio funziona: al primo tentativo con la Dinamo, Arkadiev conquista il titolo. Ma il 22 giugno del 1941 le truppe naziste invadono il territorio sovietico e il campionato di calcio viene necessariamente interrotto sino al termine della guerra.

 

Terminate le operazioni belliche con la vittoria dell’Armata Rossa, la Dinamo è inviata in tournée in Inghilterra, all’epoca Paese ancora alleato dei sovietici. Siamo a fine ’45 e la formazione moscovita, appena laureatasi nuovamente campione dell’URSS, strabilia gli appassionati di calcio di oltremanica per lo stile di gioco, la spregiudicatezza tattica e i risultati ottenuti in campo. Ma Arkadiev non siede più sulla sua panchina, poiché da un anno a questa parte è passato al CSKA (all’epoca l’acronimo usato era CDKA). La guida della Dinamo è affidata a Michail Jakusin, un tecnico più giovane, meno rivoluzionario ma abbastanza accorto da mantenere alcuni fondamenti edificati da Arkadiev. Nello stesso periodo anche il CSKA disputa una serie di amichevoli all’estero, sui campi dell’alleata – sempre per il momento – Jugoslavia, e con esiti altrettanto soddisfacenti: tre vittorie e un pareggio contro i principali club del Paese. Il CSKA è la squadra dell’esercito, ma Arkadiev rifiuta di entrare nei ranghi delle forze armate, per evitare l’instaurarsi di un rapporto gerarchico con le alte sfere e poter difendere in tal modo la propria indipendenza. I risultati del suo lavoro sono straordinari: dal ’46 al ’51 porta in dote al club cinque titoli sovietici (manca solo quello del ’49) e tre coppe nazionali. Nel 1946 dà alle stampe il testo Tactics of football, un manuale che diventerà in poco tempo la Bibbia degli addetti ai lavori in tutto l’est europeo. A questo punto Boris Arkadiev è di gran lunga l’uomo più importante del calcio sovietico e nel marzo del 1952 gli viene offerta la panchina della nazionale.

Migliora la qualità del calcio sovietico!

Ora, bisogna capire che di fatto, sino ad allora, la nazionale di calcio sovietica non è mai esistita. L’URSS ha disputato tre incontri ufficiali tra il ’23 e il ’25, poi una manciata di partite non ufficiali a metà degli anni Trenta, e basta. Quando i vertici del Paese (sportivi, e non solo) decidono di mandare per la prima volta una delegazione sovietica ai Giochi Olimpici, in programma a Helsinki nell’estate del ’52, ci sarà anche la rappresentativa calcistica – e con l’obiettivo abbastanza palese di vincere il torneo. Siamo in piena guerra fredda, l’URSS è avvolta dall’oppressiva e ormai trionfante cappa dello stalinismo, e in aggiunta il calcio è diventato popolarissimo nella patria del socialismo. Si possono immaginare le aspettative, a ogni livello. Arkadiev accetta lo stimolante quanto impegnativo incarico. Sfruttando l’equivoco sull’assenza di professionisti nello sport dei Paesi socialisti, a differenza delle formazioni provenienti dall’occidente può assemblare per le Olimpiadi una squadra che a tutti gli effetti è la nazionale maggiore. Parte dal blocco del suo CSKA, ma sin da subito le pretese degli alti funzionari che lo accerchiano si fanno pressanti. Deve dosare con oculatezza convocazioni e titolari, affidandosi quindi non soltanto alla sua professionalità e al suo intuito, ma anche alla diplomazia. Gli affiancano inoltre Jakusin, che ora allena la Dinamo Tbilisi (pertanto dal fronte Ministero dell’interno), e la convivenza non è molto gradita. Il campionato è interrotto per preparare al meglio l’impegno olimpico; sotto falso nome, la formazione sovietica gioca alcune amichevoli con altre nazionali dell’est, fra le quali c’è la fortissima Ungheria di quei primi anni Cinquanta. Con i magiari l’URSS ottiene un pari e una vittoria, per cui le premesse sembrano positive, almeno sul campo di calcio.

L’Ungheria degli anni ’50 (la “squadra d’oro”), allenata da Gusztav Sebes. Da sinistra a destra: Gyula Lóránt, Jenő Buzánszky, Nándor Hidegkuti, Sándor Kocsis, József Zakariás, Zoltán Czibor, József Bozsik e László Budai.   In ginocchio: Mihály Lantos, Ferenc Puskás e Gyula Grosics.

Giunti a Helsinki, l’intera delegazione sovietica è isolata dal resto degli atleti, e inoltre una fetta consistente delle persone inviate in Finlandia è costituita da agenti segreti in incognito. In tale contesto, fra i calciatori la tensione si accumula. Ricorda Igor Netto, componente della squadra, che diventerà uno dei migliori giocatori sovietici di sempre:

“Giocavamo tutti peggio di quanto potessimo. Entrando in campo non pensavi a creare gioco, avevi solo paura di sbagliare”.

Nel turno eliminatorio l’URSS affronta la selezione bulgara e fatica più del previsto: zero a zero dopo i tempi regolamentari, poi vittoria per due a uno grazie a un gol e un assist di Bobrov, il miglior calciatore sovietico di quegli anni. L’URSS passa quindi agli ottavi di finale, dove l’attende la Jugoslavia. La nazionale jugoslava è una squadra fortissima, giova ricordare alcuni nomi: Beara in porta, Cajkovski e Horvat in difesa, Boskov (proprio il futuro allenatore) e Zebec a centrocampo, Mitic, Vukas e Bobek in attacco. Ma non solo. Da qualche anno i due Paesi sono ai ferri corti perché Belgrado rivendica un’autonomia che Mosca non può accettare; i rapporti sono interrotti, mentre Stalin e Tito si accusano reciprocamente di tradire l’ortodossia comunista. È evidente che una debacle non passerà inosservata, e pertanto nella squadra di Arkadiev il nervosismo cresce in modo esponenziale.

 

Si gioca a Tampere, il 20 luglio 1952; è una sfida che passerà alla storia, calcistica e non. I sovietici partono all’attacco ma il primo tempo si trasforma in un disastro: tre a zero per gli jugoslavi. Le squadre tornano in campo per la ripresa e a mezzora dalla fine la squadra degli slavi del sud conduce addirittura per cinque a uno. A questo punto la Jugoslavia rallenta, convinta di avere la vittoria in tasca, e i sovietici iniziano a controllare il gioco. Al minuto settantacinque l’URSS infila il gol del due a cinque. Spinti probabilmente dalla forza della disperazione, i sovietici si trasformano e danno il tutto per tutto, guidati in campo da Bobrov: segnano tre gol, dei quali l’ultimo di Petrov allo scadere, e raggiungono un incredibile 5 a 5! Una delle rimonte più clamorose della storia del gioco. Si prosegue, ma nessuna delle due squadre segna nel corso dei supplementari, nonostante la partita resti molto combattuta (il sovietico Beskov coglie una traversa).

Vsevolod Bobrov mentre segna uno dei suoi tre gol in quel leggendario 5-5

L’incontro è ripetuto due giorni dopo. Nel frattempo alla squadra sovietica è stato recapitato un telegramma in cui si precisano – nel caso non l’avessero ancora capito bene, nda – le responsabilità che gravano sulle spalle dei giocatori e la natura prettamente politica del loro compito. Il problema ulteriore è però rappresentato dalla firma che trovano in calce al testo: I.V. Stalin. Una volta in campo, la Jugoslavia presenta la stessa formazione, mentre Arkadiev sostituisce l’attaccante Maryutin con Chkuasely, della Dinamo Tbilisi, sinora inutilizzato. Perché? Non è chiaro, e sul terreno di gioco il cambio non rende. Segna Bobrov per l’URSS dopo sei minuti, e i sovietici assumono immediatamente un approccio rinunciatario, in difesa del vantaggio. Ma è un po’ troppo presto. La Jugoslavia ribalta il risultato già nel primo tempo con Mitic e Bobek su rigore. Nella ripresa Cajkovski fissa il definitivo tre a uno, poi la partita si incattivisce e degenera in scorrettezze, con i giocatori delle due sponde che si danno dei fascisti a vicenda – come i loro capi politici. L’URSS esce quindi dal torneo olimpico già agli ottavi di finale e torna a casa.

 

Lo smacco è pesante. Dagli archivi sovietici scompaiono tutte le foto e le riprese della partita. Arkadiev è sollevato dall’incarico, e ci starebbe pure, ma questo è il meno. Prende il via una dura campagna stampa contro reduci delle Olimpiadi che non lascia prevedere nulla di buono. Dopo alcune settimane il CSKA è radiato dal campionato, in quanto i suoi giocatori (e il tecnico, cioè Arkadiev) sono additati come i principali responsabili della disfatta. Pare che l’ordine provenga da Stalin, che è poco interessato al calcio ma viene imbeccato al riguardo da Beria, interessato a sfruttare la situazione a vantaggio della Dinamo. Ad Arkadiev è tolto il titolo di Maestro emerito dello sport sovietico, del quale era stato insignito nel ’42. Viene inoltre attaccato aspramente da alti burocrati e colleghi durante una conferenza sul calcio del gennaio ’53; accetta alcune critiche, ma difende le sue idee di fondo in modo coraggioso.

Lavrentiy Pavlovich Beria e Josif Stalin (foto tratta da Sputniknews)

Non possiamo dire quali sarebbero state le conseguenze in capo ad Arkadiev – di ordine professionale e personale – se un altro evento storico non avesse attraversato la sua strada, ovvero la morte di Stalin (e poco dopo, la fucilazione di Beria) avvenuta nel marzo del 1953. Si possono fare delle congetture – radiazione, arresto, campo di lavoro, o peggio – ma forse tali ipotesi sono soltanto delle esagerazioni considerato che Arkadiev, dopo lo scioglimento del CSKA, è passato ad allenare il Lokomotiv Mosca. Ad ogni modo inizia per l’URSS il periodo della destalinizzazione, e la repressione e l’arbitrio poliziesco nella società sovietica, pur non scomparendo, si attenuano notevolmente. Arkadiev è reintegrato nel suo titolo di Maestro dello sport e continua ad allenare. Tuttavia il tocco magico del tecnico pare ormai scomparso, probabilmente rimasto sul prato dello stadio di Tampere. Vince ancora una Coppa dell’URSS con il Lokomotiv e, dopo un breve passaggio al ricostituito CSKA, ritorna sulla panchina della nazionale olimpica (adesso differenziata rispetto quella maggiore) nel 1959. L’obiettivo è la qualificazione per le Olimpiadi di Roma: Arkadiev clamorosamente fallisce e la squadra sovietica, campione in carica, è costretta a saltare il torneo olimpico del ’60. Arkadiev gira poi varie panchine in formazioni di secondo piano dell’Unione sino alla fine degli anni Sessanta, quando termina la sua carriera. Si spegne infine a Mosca nel 1986, all’età di ottantasette anni.

Cerimonia d’apertura delle Olimpiadi a Mosca, Russia, 19 Luglio 1980: Stalin è scomparso ma Lenin e la falce e il martello rimangono al loro posto

Volendo trarre un bilancio dell’esperienza di Arkadiev come allenatore di calcio, senza dubbio il peso delle affermazioni in patria e della fama raggiunta appare preponderante. Restano però alcuni buchi sul piano internazionale: la sconfitta nelle Olimpiadi del ’52 innanzitutto, per altro affrontate in condizioni non ideali e comunque accettabile, in quanto patita da una formazione di grande valore; c’è poi il successivo fallimento nelle qualificazioni olimpiche; e anche l’aver mancato la storica, e ancora oggi ricordata, tournée della Dinamo in Inghilterra del ’45 costituisce un’occasione persa. Ma al di là dei risultati sul campo – come detto, nel complesso degni di encomio – Arkadiev resta un personaggio di grande rilievo per il gioco. Le sue idee lo pongono fra i tecnici maggiormente innovativi di sempre, e non solo: il suo lavoro ha contribuito in maniera decisiva alla nascita di quel filone del calcio sovietico contraddistintosi per un vena sperimentale e all’avanguardia nell’ambito della tattica, dello stile di gioco, della preparazione. Un filone ormai scomparso (come l’Unione Sovietica, d’altro canto) e che ha visto nella triade di allenatori Arkadiev, Maslov e Lobanovsky i suoi principali interpreti. Tutto ciò Boris Arkadiev lo ha conseguito vivendo la Storia in prima persona, anche a stretto contatto con le ricorrenti tempeste che in quel periodo attraversavano il mondo che lo circondava. Ne è uscito indenne e a testa alta, e qui sta forse il suo più grande successo.

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1. I piedi dei soviet  (Maro Alessandro Curletto)

2. La piramide rovesciata  (Jonathan Wilson)