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Gabriele Fredianelli
5 Agosto 2021

Il lungo viaggio della scherma italiana

La scherma in Italia, parte II: il Novecento e i Giochi Olimpici.

Il primo campione olimpico italiano della scherma ha i baffi scuri con le punte all’insù e porta un nome che diventerà ben più celebre nel calcio quasi un secolo dopo: Antonio Conte, da Minturno sul golfo di Gaeta, ha 33 anni quando a Parigi – dove ha aperto due sale di scherma – nell’edizione, ancora molto sui generis, dei Giochi del 1900 vince la medaglia d’oro nella sciabola per maestri (una categoria, ben presto esclusa, riservata allora ai professionisti che, proprio per questo motivo, terrà la medaglia a lungo fuori dal conto ufficiale).

Dietro di lui, tra i 44 iscritti alla gara, si classifica un altro connazionale, Italo Santelli, che invece da qualche anno lavora a Budapest e sarà il fondatore della grande scuola ungherese della sciabola, dominatrice di buona parte del Novecento. È, quello di Conte, il secondo oro azzurro nella storia delle Olimpiadi, dopo il trionfo di Gian Giorgio Trissino nell’equitazione.

In realtà la scherma era già stata presente alla prima edizione dei Giochi, ad Atene, quattro anni prima (d’altra parte è uno dei pochi sport che mai mancherà fino ad oggi, con l’atletica leggera, il nuoto, il ciclismo e la ginnastica): ma senza nessun italiano iscritto, per una competizione che di fatto nelle prime edizioni spesso non vedrà partecipare gli schermidori più famosi al grande pubblico, i quali preferiranno spesso le esibizioni (ben remunerate) in giro per il mondo, davanti a platee stracolme di pubblico selezionato ed elegante.



È ancora la sciabola, a squadre, a valere la seconda medaglia tricolore, stavolta d’argento: succede a Londra nel 1908 e nella formazione che arriva alle spalle dell’Ungheria ci sono anche personaggi che scriveranno capitoli di storia in altri luoghi. Come il 45enne Sante Ceccherini, tenente dei bersaglieri e massone, che sarà a Fiume con D’Annunzio, parteciperà alla Marcia su Roma e diventerà un esponente di spicco del fascismo; come Alessandro Pirzio Biroli futuro governatore in Etiopia e nel Montenegro; e come Marcello Bertinetti, capostipite sì di una famiglia di schermidori, ma anche fondatore della sezione calcistica della mitica Pro Vercelli e appassionato footballer delle origini. D’altra parte gli spadaccini di inizio secolo sono personaggi poliedrici, impossibili spesso da circoscrivere in un solo ruolo.

È a Stoccolma nel 1912 che inizia la vera epopea tricolore nel mondo delle lame.

A vincere l’oro nel fioretto individuale è infatti un ragazzino livornese che ha appena compiuto 18 anni: Nedo Nadi, figlio di Beppe, pompiere e sanguigno maestro di scherma. Diventerà il più forte schermidore della sua epoca, probabilmente di sempre. Dopo esser stato ufficiale di cavalleria durante la Grande Guerra, Nedo scrive una incredibile pagina di sport ad Anversa nel 1920. In quell’occasione infatti vince cinque medaglie d’oro, in tutte e tre le armi (non partecipa soltanto alla gara di spada individuale): qualcosa di mai successo prima e dopo di lui, e impresa oggi ancora più inimmaginabile in una scherma iper specializzata e limitata a una sola arma per atleta (basti pensare alle recenti polemiche federali intorno alla fiorettista Arianna Errigo intenzionata a portare avanti anche la sciabola nel suo cursus honorum).

In quel caso Nedo divide – o meglio, raddoppia – la gloria anche col fratello minore Aldo che conquista tre allori a sua volta, al suo fianco nelle prove di squadra, oltre all’argento nella sciabola proprio dietro Nedo. Il resto è una lunga serie di episodi tramandati dalla leggenda. Di Nadi si ricorderà per sempre la risposta al re del Belgio Alberto I, dopo la terza premiazione.

“Mi pare di averla già vista – gli dice il sovrano. – E con il permesso di vostra Maestà tornerò ancora” risponde il livornese, che si ripresenta infatti altre due volte.

Si narra poi che il fiorettista statunitense Arthur Lyon abbia lasciato a metà il loro scontro diretto per sollevarlo sulle spalle e portarlo in trionfo e che lo spadista belga Léon Tom gli abbia chiesto invece di fargli rivedere e insegnargli un colpo a metà di un assalto.

L’estetica schermistica di Nedo Nadi, gigante inarrivabile

Impossibile immaginare quanti altri record avrebbero potuto battere ancora negli anni a venire, i fratellini labronici, perché invece quella sarà anche la loro ultima partecipazione ai Giochi, visto che diventeranno entrambi professionisti: Nedo accetta infatti le offerte dall’Argentina per andare a insegnare scherma al Jockey Club di Buenos Aires e in Italia tornerà poi per diventare commissario tecnico della nazionale, presidente della Federazione e giornalista sportivo (pubblicando anche una serie di memorabili ritratti dei suoi compagni e avversari: Con la maschera e senza, libro da collezione).

Aldo si accontenta invece di una borsa sostanziosa per una sfida extralusso a Parigi contro il campione francese Lucien Gaudin (perdendo il match, lo status di dilettante e in compenso sperperando al casinò, sulla strada del ritorno, tutto quanto guadagnato) e poi vivrà a lungo negli Stati Uniti fino alla morte, disperdendo un talento che molti dicevano perfino superiore a quello del fratello.

Belli, fascinosi, brillanti in pedana e fuori.

Eppure è difficile immaginare due fratelli più diversi caratterialmente, per quanto accomunati dal dono schermistico: la loro romanzesca vicenda è stata narrata da Geminello Alvi in uno dei più bei libri che siano stati scritti sullo sport (non solo sulla scherma): La vanità della spada: vita e ardimenti dei fratelli Nadi (Mondadori 2008). Nonostante l’immatura rinuncia ai suoi due atleti più forti dell’epoca sul palcoscenico mondiale, l’Italia continuerà a mietere allori quasi in ogni edizione dei Giochi, in ogni arma, in ogni competizione, senza fermarsi mai o quasi. Al massimo soltanto rallentando di tanto in tanto.

Bastano certe cifre a confermarlo. Ai Giochi, fino a oggi, sono state disputate 223 gare nella scherma, in 29 edizioni olimpiche: 49 sono state vinte da italiani (ovvero quasi il 25%), 44 da francesi, 38 da ungheresi (quasi tutte nella sciabola), 36 da sovietici, russi e ucraini, 13 da tedeschi, 5 da cubani. Nell’Estremo Oriente, spiccano cinesi e coreani con 5 ori a testa, tutti recenti. I Giochi di Tokyo hanno confermato che è in corso però la progressiva cancellazione dell’eurocentrismo novecentesco.

I fratelli Nadi l’uno contro l’altro

Tornando agli anni Venti del secolo scorso, insieme e dopo i Nadi, nomi gloriosi di quel periodo sono quelli del livornese Oreste Puliti, dei fiorentini Rodolfo Terlizzi e Ugo Pignotti, del milanese Gioacchino Guaragna, del romano Giorgio Pessina, e di numerosi altri, anche se a ognuno di loro sfugge quell’oro individuale che vale l’ingresso dell’Olimpo dei più grandi di tutti. Né mancano i personaggi che cedono al romanzesco: come lo spadista napoletano Tullio Bozza, oro a squadre, amato da Sibilla Aleramo (che gli dedicò il poema Endimione) o il collega di squadra e futuro ministro delle Finanze Paolo Thaon di Revel.

A Los Angeles 1932 tornano due italiani sul gradino più alto del podio nelle gare individuali. Vince l’oro nel fioretto ancora un livornese, Gustavo Marzi (nel fioretto), ennesimo prodotto della fucina eterna del Fides Livorno, il circolo più medagliato del mondo, e personaggio di cui si parla sempre troppo poco: eppure è uno degli schermidori più vincenti di sempre, considerando sette medaglie olimpiche e ben venti mondiali tra fioretto e sciabola. Nella spada trionfa il milanese di buonissima famiglia Giancarlo Cornaggia-Medici, tra sangue blu e scranni senatoriali. Atleta della Società del Giardino di Milano – un altro dei luoghi mitici della scherma italiana, in Palazzo Spinola a due passi dal Duomo – ha anche fama di viveur: l’alba a giocare a carte, i locali notturni, lo smoking. E poi, senza nemmeno passare da casa, l’arrivo in sala a prendere lezione, togliendo semplicemente la giacca e arrotolando le maniche della camicia.

La scherma italiana degli anni Trenta è sempre più ai vertici mondiali e la spinta (anche) propagandistica è fortissima.

Mussolini ama farsi ritrarre in divisa da sciabolatore, il segretario del Pnf Augusto Turati è un buono schermidore, nell’attuale Foro Italico di Roma sorge intanto la Casa delle Armi, disegnata dalla matita razionalista di Luigi Moretti. A Berlino 1936, sotto gli occhi del Fuhrer e davanti alla cinepresa di Leni Riefenstahl, a festeggiare saranno stavolta il gigante romano Giulio Gaudini, oltre due metri di altezza e inevitabilmente granatiere di Sardegna, nel fioretto e il milanese Franco Riccardi nella spada (con il primo podio tutto italiano della storia: secondo Saverio Ragno, terzo Cornaggia-Medici). E se Hitler viene sorpreso dal talento di Jesse Owens, non minore è la beffa dell’alleato italiano che vince quattro gare su sette complessive e che, nel confronto diretto sulle medaglie della scherma, piazza un Italia-Germania 9-3 che non ammette repliche.



I nomi sono così tanti, specie nelle squadre, che sono più numerosi quelli tralasciati per motivi di spazio. Tra chi in quel ’36 c’è, vale la pena ricordare anche fuori dalla pedana Ciro Verratti: futuro inviato della redazione sportiva del Corriere della Sera (ciclismo, soprattutto), ritratto in scultura da Lucio Fontana (Atleta in attesa), corsaro nero sul grande schermo per la regia di Amleto Palermi. Dopo la guerra, la ripartenza nel 1948 è affidata al mancino lombardo-piemontese Luigi “Gino” Cantone, che vince l’oro nella spada da outsider a Londra e riannoda subito il fil rouge dei successi azzurri.

Dal 1952 a Helsinki, si apre un nuovo capitolo della scherma italiana, destinato a incredibili sviluppi in futuro: quello delle schermitrici tricolori.

La scherma al femminile era stata introdotta, ai Giochi pure se solo nel fioretto, nel 1924 (vinse Ellen Oiiser, danese), ma l’Italia aveva presentato le sue prime atlete solo dal 1948. In Finlandia trionfa la giovane triestina Irene Camber. Figlia del poeta-soldato Giulio, occhi azzurri, laurea in chimica, diploma in pianoforte: ha la meglio allo spareggio su un mostro sacro come la magiara Ilona Elek, campionessa a Berlino ’36 e Londra ’48. È questo il secondo oro femminile azzurro assoluto ai Giochi, dopo quello della velocista bolognese Ondina Valla a Berlino. E la quasi sovrapposizione cronologica con il ritorno proprio di Trieste all’Italia ne accresce ulteriormente anche il valore simbolico.

Nella spada intanto sboccia un’altra dinastia indimenticabile: quella dei Mangiarotti.

Edoardo, in realtà già a medaglia, imberbe, nel ’36, vince nella spada individuale davanti al fratello maggiore Dario, e insieme conquistano l’oro a squadre. In totale tre ori e tre argenti in due tra fioretto e spada: qualcosa che non succedeva dai tempi dei Nadi. I milanesi Mangiarotti sono figli di Giuseppe (ce n’è anche un terzo, pure lui schermidore, Mario), un vero sportsman di inizio Novecento – sollevamento pesi, canottaggio, ginnastica – capace di condurre in pedana anche la moglie Rosetta, e diventato poi uno dei capiscuola delle lame azzurre. Edoardo sarà l’italiano più vincente della storia dei Giochi: 13 medaglie, di cui 6 d’oro, nell’arco di 24 anni. Ambidestro, inviato della Gazzetta dello Sport, due volte portabandiera, sarà uno degli ambasciatori dello sport italiano nel mondo.

L’arte della scherma di Edoardo Mangiarotti

Se si va a vedere il numero di ori complessivi, c’è d’altronde un dato incredibile nel medagliere azzurro. I primi sei atleti italiani della classifica sono schemidori, e sono otto nei primi dieci posti: le uniche eccezioni il ginnasta Giorgio Zampori e il tuffatore Klaus Dibiasi. Negli anni Cinquanta e Sessanta la galleria olimpica si arricchisce di altri protagonisti, anche se non destinati a entrare nell’immaginario collettivo anche per la loro sorprendente normalità in un mondo spesso dominato dall’eccentricità. Carlo Pavesi da Voghera conquista quattro ori complessivi, compreso quello individuale nella spada a Melbourne seguito da Giuseppe Delfino ed Edoardo Mangiarotti per un tris azzurro – conquistato da tre ultratrentenni, tra l’altro – che arriva vent’anni dopo quello del fioretto a Berlino.

Il torinese Giuseppe “Pippo” Delfino si prende perfino la rivincita a Roma nel 1960 quando ad ormai quarant’anni conquista quell’oro solo sfiorato quattro anni prima (il sesto di fila per l’Italia nella prova di spada individuale, dal 1932 in poi), mentre Edoardo Mangiarotti vince la sua ultima medaglia stavolta nel triplice ruolo di atleta, giornalista e dirigente federale. Per spiegare meglio il personaggio: Delfino, dopo aver conquistato anche l’oro a squadre, il mattino dopo è già in ufficio alla Michelin, rinunciando ai festeggiamenti. Ha finito i giorni di permesso.

Tokyo e Città del Messico saranno particolarmente avare con gli azzurri: due edizioni dei Giochi da cui, stranamente, non arriva nemmeno un oro, giusto un paio di argenti e un paio di bronzi.

La riscossa parte da Monaco 1972, dove trionfa la seconda donna azzurra di una serie destinata a grande successo: la veneziana Antonella Ragno, figlia dell’olimpionico degli anni ’30 Saverio, al suo quarto tentativo e dopo la maternità, conquista in Germania – appena un paio di giorni prima della strage dei terroristi di Settembre Nero al Villaggio Olimpico – quella medaglia d’oro che il padre aveva soltanto sognato e sfiorato. Perché la scherma, spesso, è uno splendido segreto che si passa di generazione in generazione.

Antonella Ragno: bella e vincente

A conferma dell’importanza delle genealogie, ecco che nella sciabola a squadre in quell’anno ci sono tra i medagliati due Montano, Mario Aldo e Mario Tullio, sciabolatori e discendenti di quell’Aldo sul podio a Berlino e a Londra. Quattro anni dopo ci saranno anche Tommaso e Carlo (unico fiorettista), prima dell’irruzione negli anni 2000 di Aldo junior. A Montréal, nel ’76, vince nel fioretto un outsider, il giovanissimo Fabio Dal Zotto, un veneziano nemmeno ventenne allievo di Livio Di Rosa (livornese, a sua volta allievo di Beppe Nadi) e figlio di una buona schemitrice come Elsa Borella. Ha la stessa età di Nedo Nadi a Stoccolma 64 anni prima, torna in Italia per conseguire a scuola il diploma di maturità: sembra un astro nascente, ma sarà solo una splendida meteora.

Mosca sarà il minimo storico: un solo argento nella sciabola a squadre. Ma da Los Angeles in poi torneranno gli azzurri invicibili di sempre. In quel 1984 vince l’oro nel fioretto ancora un veneziano, Mauro Numa, altro allievo di Di Rosa, che poi si ripete con la squadra, dopo aver battuto Stefano Cerioni in una semifinale da scintille. Nel 1988 è la volta proprio dello jesino Cerioni, che era stato bronzo quattro anni prima e che poi, riprendendo una mai dimenticata abitudine dei maestri d’arme italiani, andrà a far grande il fioretto femminile russo dell’ultimo decennio.

Le donne mettono invece i semi del futuro dream team femminile: è l’argento a squadre nel fioretto.

E nell’estate di Barcellona le donne accendono i riflettori per non spegnerli più: la ventiduenne Giovanna Trillini è più forte di un infortunio al ginocchio, vince l’oro e trascina le sue compagne anche a quello a squadre con la senese Margherita Zalaffi, la padovana Francesca Bortolozzi, la mancina milanese Diana Bianchedi e la veneziana Dorina Vaccaroni (ai suoi quarti Giochi personali). È questa la prima vittoria di una squadra femminile italiana nella scherma ai Giochi.

Giovanna Trillini, trascinatrice instancabile

L’oro nel fioretto maschile verrà ritrovato ad Atlanta dove l’elegante pisano Alessandro Puccini, allievo di Antonio Di Ciolo, un altro degli indimenticabili guru della scherma italiana, fa tornare l’Italia al primo posto. A Sidney 200 intanto inizia la leggenda di un’altra jesina, Valentina Vezzali: oro individuale e a squadre (il terzo di fila per le azzurre) per quella che è destinata ad entrare nei libri di storia come la donna più vincente dello sport italiano. Tre volte campionessa olimpica di fila, sei ori e nove medaglie olimpiche complessive, 16 ori mondiali, 13 ori europei. Numeri da capogiro.

E la cittadina marchigiana si conferma ufficialmente una delle capitali mondiali dello sport (e non solo per merito delle magie di Roberto Mancini col pallone): la scuola di Ezio Triccoli, che ha imparato la scherma in Sudafrica durante la prigionia ai tempi della guerra, produce campioni in serie. In origine Cerioni e Trillini (ma anche molti altri nomi meno celebri seppur vincenti), adesso Vezzali, in futuro Di Francisca. È la centesima medaglia azzurra nella scherma ai Giochi, la quarantesima d’oro, quella che vince il dream team del fioretto composto da Diana Bianchedi, Giovanna Trillini e Valentina Vezzali.

Tra i personaggi che salgono alla ribalta sportiva nell’estate del 2004 c’è Aldo Montano, ultimo rampollo della famiglia livornese di cui abbiamo detto prima e capace di riportare in Italia un oro nella sciabola individuale che mancava da oltre 80 anni, sfondando poi sulla strada della televisione e del gossip ma disputando anche cinque Olimpiadi e conquistando qualche giorno fa l’ultimo argento a quasi 43 anni.



Quel 2004 vede il solito dominio femminile italiano, anzi marchigiano: prima Valentina Vezzali, seconda Giovanna Trillini. Valentina bissa l’oro come solo la magiara Elek prima di lei (1936-1948), mentre Giovanna è la prima schermitrice a vincere quattro medaglie individuali consecutive (dal ’92 al 2004). Nella spada si impone intanto il trevigiano Matteo Tagliariol, riportando in Italia un titolo che mancava da quasi mezzo secolo, da Delfino a Roma 1960.

Il 2012 a Londra sarà il trionfo completo del fioretto femminile: podio tutto italiano nell’individuale (per la terza volta nella storia, la prima “in rosa”) con la vittoria di Elisa Di Francisca, davanti ad Arianna Errigo e all’eterna Valentina Vezzali, alla soglia dei 40 anni. E ovviamente arriva anche quello a squadre. Sono gli ultimi metri del viaggio. Nel 2016 a Rio l’unico successo azzurro lo regala il fiorettista catanese Daniele Garozzo, mentre le donne stavolta si fermano all’argento: la Di Francisca nel fioretto e Rossella Fiamingo, anche lei catanese, nella spada.

Le ultime cinque, per arrivare alla cifra pari di 130 (70 individuali, 60 a squadre), sono recentissime, ma nessuna di queste è d’oro. Tokyo 2020 è stato, come già nel 1964, ancora avarissimo di gloria per le lame azzurre. Nell’individuale, oltre all’argento dello sciabolatore Luigi Samele, solo Daniele Garozzo è andato a un tanto così da un bis sul gradino più alto del podio. I tempi cambiano, l’Italia non è forse più il centro del mondo schermistico: ma la Storia è ancora per larga parte scritta con inchiostro tricolore.

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