«La Fiorentina è un patrimonio troppo grande per essere oggetto di scontri e polemiche. Come Sindaco sento il dovere di lavorare esclusivamente per proteggere questo patrimonio». Oppure: «I Della Valle in questi anni hanno dimostrato serietà e amore, la loro potrebbe essere la reazione al clima degli ultimi mesi». Le dichiarazioni del sindaco di Firenze Dario Nardella e del presidente del consiglio regionale della toscana Eugenio Giani sono da pronto soccorso, e fatte quasi in ginocchio, con Giani prono a ricordare i 221,3 (notare la virgola!) milioni “investiti” dai Della Valle in quindici anni. Promemoria smemorato e anche presuntuoso visto che omette di aggiungere, Giani, quanti siano stati i soldi incamerati nello stesso periodo (per capirsi, la Fiorentina l’anno scorso ha preso una cinquantina di milioni di diritti tv) e allo stesso tempo pretende che tutti i tifosi si siano dimenticati che fu proprio lo stesso Giani – all’epoca assessore al Comune – a dare il via in epoca non ancora sospetta all’operazione contro la gestione Cecchi Gori, ventilando ai tifosi il possibile Bengodi ad usum tifosorum, ovvero l’esistenza della solita, fantasmatica “cordata straniera” interessata all’acquisto della società gigliata. Da lì partì tutto, e tutti ormai sappiamo come andò a finire…

FLORENCE, ITALY - NOVEMBER 01: Mayor of Florence Dario Nardella (L) and Matteo Renzi (C), Prime Minister of the Italian Government and Andrea Della Valle, President of ACF Fiorentina during the Serie A match between ACF Fiorentina and Frosinone Calcio at Stadio Artemio Franchi on November 1, 2015 in Florence, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Nardella, Renzi e Andrea Della Valle nella tribuna d’onore dell’Artemio Franchi (Fiorentina v Frosinone, 1 Novembre 2015)

Che la politica in Italia abbia fatto danni anche al sistema-calcio ormai è cosa risaputa. Il problema è che continua a farli, nella sostanziale acquiescenza di un sistema dell’informazione nel complesso assai poco competente e ben attento a non inimicarsi i potenti, da sempre incapace di avventurarsi oltre quella che i francesi chiamano la pelouse (anche se spesso e volentieri non si scherza nemmeno dentro al rettangolo verde: l’ignoranza del calcio estero, per esempio, è abissale). Come se intorno al manto erboso del campo ne esistesse un altro, invisibile, con la funzione di proteggere i vari ingranaggi di un sistema che da troppo tempo aspetta di essere rimesso in sesto, e nel quale la promessa di felicità sembra poter arrivare solo dal miracoloso stadio nuovo di turno. Di “Genny ‘a carogna”, l’esagitato e corpulento portavoce dei tifosi che dalle cancellate dello stadio olimpico dettava condizioni ai vertici del calcio la notte della finale di Coppa Italia 2014, non parla più nessuno, ma la sua ombra ingombrante è sempre lì a dirci che, per parafrasare il compianto professor Scoglio, la politica del calcio in Italia è rimasta una politica del pallone, vittima di un deficit storico che è prima di tutto culturale. Altrimenti non avremmo avuto presidenti della Lega o presidenti di società con strabordanti conflitti di interessi (vedi Galliani) o persone che fino al giorno prima facevano i giornalisti televisivi non sportivi (vedi Beretta); non avremmo un Tavecchio che dopo essere stato eletto – per sfinimento – presidente della Federazione (in barba perfino alle tristi logiche del politicamente corretto) è diventato anche – sempre per sfinimento – il terzo presidente federale ad assumere anche la carica di commissario della Lega calcio (era già accaduto anche con due vecchie conoscenze della politica come Franco Carraro tra luglio 1977 e maggio 1978 e a Giancarlo Abete nel 2009); non avremmo un presidente del CONI che inaugura la voce che lo riguarda con tifoso romanista (vedi Malagò); non avremmo conosciuto il grottesco di un’asta dei diritti televisivi annullata a causa di un’offerta complessiva dimezzata (quella di tre anni precedente era stata di circa un miliardo) che avrà un nuovo round a campionato iniziato.

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Un sistema abituato a trattare con personaggi non limpidissimi…

«La Serie A ha un suo valore, una sua dimensione che deve essere rispettata con offerte congrue» ha detto il solito Tavecchio, con un soggetto come Mediaset dal futuro tutt’ora incerto (vedi alla voce Vivendi) la quale ha definito «inaccettabile il bando, che penalizza gran parte dei tifosi italiani» e con un’Autorità Garante della Concorrenza che non si capisce mai bene quale concorrenza garantisca; non avremmo, se fossimo un Paese “normale”, una società come Infront (la potente società di consulenza che gestisce i diritti televisivi del calcio italiano, già al centro di inchieste varie e con cda opportunamente rinnovati) il cui attuale AD è l’ex dirigente RAI Luigi De Siervo, trasferito da Roma a Milano dall’ex premier Renzi (lo stesso che da sindaco, aveva anche assunto la di lui sorella come ufficio stampa); non avremmo un sistema di procuratori sempre pronti a dare le classiche dritte – quasi sempre storte nel senso di strumentali – ai soliti giornalisti da calcio mercato trasformati il più delle volte in strumenti magari inconsapevoli di grandi manovre oscure e decisamente più grandi di loro; non avremmo una dipendenza asfissiante dagli introiti televisivi (circa il 65%) e contemporaneamente i nostri stadi così vuoti, con una media spettatori più bassa di quella della seconda serie tedesca (per non parlare della nostra serie B, con le televisioni così restie a raccontarcene gli spalti vuoti); non avremmo un ministro dello Sport con deleghe all’editoria come Luca Lotti, piazzato dall’amico Renzi nelle pieghe (o piaghe?) del governo Gentiloni, che ribatte – vedi lettera al Quotidiano Nazionale del 2 luglio – alle varie critiche mosse al sistema in parte girandole a suoi predecessori come la Melandri (ebbene sì, abbiamo avuto anche lei) e in parte coniugando i soliti verbi al futuro: faremo, interverremo, riorganizzeremo; non avremmo giocatori che sotto contratto si alzano la mattina e fanno sapere di voler andare via, dimostrando come fuori dal campo nessuno sia capace di rispettare gli schemi (quelli contrattuali) e come siamo stati capaci di passare nel giro di pochi decenni da un eccesso a un altro: da “pacchi” che erano, i calciatori, con l’aiuto dei procuratori, son diventati protagonisti senza limiti; non avremmo una giustizia sportiva che ogni tre per due tira fuori scandali da scommesse trasformate nelle classiche fiammate di contorno; non avremmo calciatori minorenni o quasi che rifiutano 4 milioni a stagione dal Milan (vedi soap Donnarumma, melodrammatica telenovela a sfondo familiare conclusa ora col ritorno a casa del quasi-figliol prodigo, con tanto di ingaggio del fratello, portiere come lui, a un milione annuo) e altri che a 25 anni ne rifiutano 12 dal Paris St. Germain (vedi Verratti, il quale si è messo in testa di poter giocare solo nel Barcellona); non avremmo procuratori (vedi Raiola) che dopo aver parlato di «una situazione troppo ostile e violenta che si era creata al Milan e da cui non si poteva più uscire» tornano sui propri passi e dimenticano i torti subiti grazie ai due milioni in più che il Milan sembra abbia acconsentito a sborsare per il suo giovin portiere; non avremmo dirigenti che discettano su cosa è etico e cosa no (vedi Fassone del Milan) in un sistema che a sentir parlare di etica gli si rizzano i capelli (la conclusione dell’affare Donnarumma parla da sola); non avremmo nemmeno, probabilmente, un Della Valle che invece di sintonizzarsi di più con una città a forte intensità di tifo e dimostrare con i suoi competenza tecnica, affida a un mero comunicato la disponibilità a cedere la società nel bel mezzo di una ridda di voci riguardanti le aste in corso per i suoi pezzi più pregiati (Bernardeschi, Kalinic, Borja Valero), attirandosi come si è visto le suppliche di rito dei politici locali, schierati come sempre in tribuna d’onore.

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Un amore pagato a caro prezzo (non solo di soldi si parla, chiedere a Raiola per ulteriori info)

Eppure un sistema calcio diverso potremmo anche immaginarlo: guidato da persone competenti provenienti dallo sport e non dalla politica (Gianni Rivera per esempio, tenuto costantemente alla larga dalle poltrone che contano); amministrato con trasparenza e rigore, dove ogni informazione riguardante i possibili acquirenti sia pretesa contestualmente alle offerte e nessuno si possa chiedere da dove vengono i Pallotta o i Tacopina; un calcio meno stressato dalle solite polemiche sul rigore non concesso o sul gol in fuorigioco ma allo stesso tempo un calcio dove arbitri palesemente incapaci (e chi se la scorda la sudditanza psicologica…) e recidivi siano effettivamente sospesi o declassati e non “nascosti” per un paio di settimane appena e poi di nuovo in campo come se nulla fosse; un calcio dove i contratti non siano carta straccia e dove i giocatori non dettino condizioni (il tanto bistrattato presidente laziale Lotito ci aveva provato, con i vari Pandev e Ledesma, ma nessuno ha mostrato di volerne seguire i passi). Potremmo immaginarlo, o anche fantasticarlo a parole. Più difficilmente pensarlo in concreto. Per realizzarlo, noi italiani dovremmo infatti fare una cosa troppo semplice: guardare al modello tedesco e prenderlo, per l’appunto, a modello. Peccato appaia lontano come il pianeta Papalla: società con i conti in ordine, forti investimenti nel settore giovanile, ostacoli insormontabili agli assalti di fantomatici investitori stranieri, e perfino – udite udite – presidenti di società come il Bayern (vedi Uli Hoeness) che scontano il carcere per evasione fiscale…