Calcio
08 Dicembre 2016

Quando si fermò la storia

Nel 1974 si affrontano Germania Ovest (BRD) e Germania Est (DDR). Inutile dire che, quindici anni prima della caduta del muro, non poteva essere solo una partita di calcio.

Può un gol sovvertire la storia e cambiare il destino di una nazione o di un popolo? Probabilmente no. Ma, a volte, in campo accade qualcosa di così inverosimile e sorprendente che poco importa se poi il mondo continuerà a girare come ha sempre fatto: quel gol, quell’attimo e quella data rimarranno impressi a fuoco nella memoria collettiva.

 

A segnare quel gol, il 22 giugno del 1974, è un tedesco: Jürgen Sparwasser. La partita vale il primo posto del gruppo uno del primo turno del Mondiale, ma la sua importanza non risiede tanto in quello. Sull’erba del Volksparkstadion di Amburgo si fronteggiano, per la prima – e unica – occasione della storia Germania ovest e Germania est. I primi vengono da un terzo posto nei mondiali precedenti, schierano giocatori del calibro di Franz Beckenbauer e Gerd Müller e sulla carta sono una corazzata destinata a disfarsi di tutti gli ostacoli prima di conquistare il trofeo tra le mure amiche.

 

I secondi sono alla prima apparizione ai Mondiali e mettono in campo una formazione composta da scarti di sport più importanti come l’atletica. Da entrambi i lati del muro l’esito della partita appare già scritto. Ad est del muro serpeggia addirittura il desiderio che la disfatta sia particolarmente umiliante. Uno sfregio alle ambizioni statali di gareggiare con il capitalismo anche in campo calcistico oltre che olimpionico.

 

Stretta di mano prima dell’inizio delle ostilità tra i due capitani. A sinistra Franz Beckenbauer, a destra Bernd Bransch

 

L’inizio della partita non fa altro che confermare questa certezza. Bastano pochi minuti e la Germania ovest manca il vantaggio solo grazie al muro posto davanti alla porta dal portiere orientale Croy. Per lunghi tratti di partita permane la sensazione che i padroni di casa siano a un livello semplicemente eccessivo. La squadra si trova a meraviglia. Il giro palla è articolato, troppo tecnico per i “cugini” che non possono fare altro che chiudersi a riccio e sperare di sfruttare la velocità dei corridori scartati dall’atletica per far male in contropiede.

 

Il muro regge, ma per quanto? Eppure i minuti passano e i fenomeni occidentali non sfondano. Prima li ferma ancora Croy, poi il palo. Piano piano si incartano. I loro flussi di passaggio s’inceppano, perdono fluidità e smettono di fare paura. Invece l’altro versante acquista fiducia e, proprio grazie alla semplicità della strategia, comincia a farsi pericoloso.

 

La svolta avviene al 77’ grazie proprio a una ripartenza veloce cominciata dai guantoni del portiere. In pochi tocchi la palla arriva a centrocampo e da lì viene lanciata verso l’area dove arriva dopo uno scatto infinito Sparwasser che supera, sospinto dalla sorte, tre difensori tedeschi con uno stop di naso e insacca il pallone alle spalle di Maier, sancendo l’impossibile.

Breve riassunto dell’impossibile divenuto realtà

 

È un momento di assoluta gioia per i giocatori dell’est, ma subito subentra la dolorosa consapevolezza che quel gol non sarebbe restato tale, ma sarebbe diventato il nuovo strumento propagandistico dello stato. È proprio l’autore a spiegare quel misto di emozioni in un’intervista a La Repubblica:

Subito dopo il mio gol, un mio amico prese a calci la televisione: un misto di gioia e rabbia perché sapeva che il partito avrebbe usato quella rete per fini propagandistici.

E infatti quel gol diventa la sigla di tutti i telegiornali e Sparwasser un’icona politica nella Germania est, un esempio della superiorità orientale sul capitalismo occidentale. Ma nonostante gli sforzi propagandistici quel gol si libera dai significati politici e rimane impresso nella cultura della Germania, prima in quella divisa e in seguito in quella riunificata. In Germania est diventa uso comune, tra amici che non si incontrano da tempo, chiedersi a vicenda dove si trovavassero nel momento del gol di Sparwasser.

 

A ovest nasce, probabilmente dalla pulsante ferita all’orgoglio, un giustificazionismo storico che spiega quella sconfitta come un banale calcolo teso a evitare l’Olanda e il Brasile nel girone successivo. Poi quel gol entrerà nella cultura alta, trovando posto tra le righe del premio Nobel per la letteratura Günter Grass e valicherà i confini tedeschi, restando perennemente vivo nell’immaginario calcistico mondiale come testimoniano le parole di Francesco Piccolo nel libro Il desiderio di essere come tutti.

«Sparwasser accalappiò il pallone con la sua testa, se lo portò sui suoi piedi, corse di fronte al tenace Vogts e, lasciandosi persino Höttges dietro, lo piantò alle spalle di Maier in rete» (Günter Grass).

Riguardandolo oggi, quel gol in effetti non poté cambiare la storia né nascondere i problemi interni di uno stato che, nel 1988, avrebbe costretto lo stesso eroe Sparwasser a fuggire a ovest valicando il muro. Forse però, per un momento la storia si fermò e gli abitanti della Germania est sentirono, per un giorno, di vivere alla pari, forse meglio, degli invidiati cugini dell’ovest.

 

 

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