Genio, artista, giocatore e personaggio unico. È lui, Gianmarco Pozzecco, uno dei migliori playmaker che la pallacanestro italiana abbia mai avuto. Il “Poz” è classe, creatività, fantasia, il tutto condito da quella sana e genuina follia che lo ha sempre contraddistinto, rendendolo inimitabile da chiunque, in campo e fuori. Un giocatore dal talento incredibile, sopraffino, capace di esaltare, conquistare e divertire qualsiasi platea: dalla serie B alle Olimpiadi, passando per Finali Scudetto e Final Four di Eurolega. Goriziano di nascita, ma triestino fino al midollo, Poz ha vestito canotte “pesanti” nella sua carriera lungo lo stivale, diventando icona simbolo di tante piazze e lasciando in ognuna di esse tanti bei ricordi. Come a Capo d’Orlando dove, da giocatore prima e allenatore poi, tra giocate spettacolari e momenti di puro divertimento, è diventato un’autentica leggenda. Il Poz ha lasciato il segno ovunque sia stato e a Varese lo ha fatto in maniera indelebile, marchiando il suo nome sullo Scudetto della stella. Il diavolo dai capelli rosso fuoco, dipinti apposta per l’occasione, trascina i compagni nella serie finale, vinta 3-0 contro la Benetton.

Nella botte piccola…alcune delle migliori azioni della “Mosca atomica” 
Ed ecco così il primo Scudetto della sua carriera. Sarà unico, ma dal valore inestimabile. Due estati dopo, il prodigio giuliano prova il grande salto, aldilà dell’oceano. L’Nba chiama, Poz risponde. Summer League con Toronto. Si viaggia a 7 punti di media e 6 assist a partita, bottino più che rispettabile in mezzo ai giganti del basket, ma che non basta per conquistarsi un posto tra i professionisti. Il dubbio però rimane ancora oggi, perché in tanti sono sicuri che il Poz avrebbe regalato spettacolo anche lì, tra i grandissimi della palla a spicchi. Avrà comunque il tempo di prendersi una piccola rivincita, contro Duncan e compagni, al torneo preolimpico di Colonia nel 2004. Italia-Stati Uniti 95-78, questa volta è Pozzecco a far parte del Dream Team. E dopo un canestro e fallo subito da Allen Iverson, si inchina verso il pubblico, in delirio. È l’apoteosi.

Poz, Basile e Charlie Recalcati uniti in un abbraccio dopo il trionfo contro gli USA

Poz, Basile e Charlie Recalcati uniti in un abbraccio dopo il trionfo contro gli USA

Pochi mesi dopo il Poz bissa il successo con coach Recalcati, questa volta con la maglia azzurra. Alle Olimpiadi di Atene l’Italia conquista un argento che vale oro, lasciando alle spalle potenze come Stati Uniti e Spagna. Il tutto sotto la regia di Pozzecco e Basile, già compagni di squadra alla Fortitudo: un’altra squadra protagonista della sua formidabile carriera. Sotto le due torri, sponda biancoblu, il Poz rimane tre stagioni, sfiorando due tricolori, diventando il beniamino del pubblico fortitudino. Celebre la sua esultanza in un derby vinto contro la Virtus, allora allenata da Tanjevic, l’allenatore che lo lasciò fuori dalla comitiva che vinse l’oro a Parigi nel ’99. Il Poz soffrì tantissimo quell’esclusione e quando i due si rincontrarono di nuovo sul parquet, in occasione della stracittadina, mimò il trionfo sul “nemico” con una fumata di sigaro, poi gettato a terra e schiacciato sotto il tacco. Una scena rimasta nella storia dei derby di “Basket City”. Ma, come in ogni grande avventura che si rispetti, non sono mancati momenti di tensione e sofferenza, di rapporti conclusi male e di dolorosi addii. E quel suo essere genuino, puro, diretto, in tutto e per tutto, lo ha portato, in alcuni casi, allo scontro. Proprio alla Fortitudo, il Poz esplose contro l’allora coach biancoblu Jasmin Repesa che, dopo averlo perdonato una prima volta, decise di allontanarlo.

Pozzecco versione coach al Palatrento. Foto di Niccolò Carenti

Pozzecco versione coach al Palatrento. Foto di Niccolò Carenti

Fu un addio tremendo, per tutti.  Il Poz lascia la Effe in lacrime, salutando amaramente amici e compagni di avventura, come “Baso” e “Mancio”, che con lui avevano condiviso la nazionale. Pochi mesi dopo l’addio, l’aquila vinse il suo secondo Scudetto della storia. Il popolo Fortitudo sa che quel titolo è anche suo e glielo riconoscerà sempre.  Dopo aver girato un po’ l’Europa, prima in Russia al Khimki, poi in Spagna a Saragozza, Pozzecco fa ritorno alla base nel 2008. Non prima di aver rifiutato l’invito, dell’allora Patron Virtus Claudio Sabatini, che lo voleva riportare a Bologna, questa volta sponda bianconera. Il Poz ringrazia, ma non si riesce ad immaginare con una V nera sul petto. Coerenza e lealtà: parole ad oggi passate di moda e che invece Pozzecco conosce bene. Il passaggio da una parte all’altra di Bologna non avviene, lo show però continua. Il Poz non si ferma e, dopo un’estate (la solita) a Formentera, vola in Sicilia, dove conquista i playoff con l’Orlandina. Poi decide di smettere e sono solo applausi, da parte di tutti, anche di chi dagli spalti, quando era in campo, lo aveva insultato e gli aveva augurato le peggiori cose. Perché Pozzecco ha sempre rispettato tutti, anche i suoi più grandi rivali. A Cantù, clima storicamente “ostile” per lui, in una delle sue ultime gare giocate, il “Pianella” gli riserva la standing-ovation. Dopo averlo sommerso di applausi, la tifoseria canturina srotola uno striscione con scritto “Pozzecco: un saluto al nostro miglior peggior nemico”. E’uno dei momenti più emozionanti della sua carriera.

Due piccoli giganti

Gianmarco Pozzecco e Allen Iverson: due piccoli giganti

Dal parquet alla panchina: due stagioni a Capo d’Orlando, una a Varese (con derby vinto contro Cantù ed espulsione con annessa camicia strappata!) e altre due al Cedevita Zagabria, come vice. Ora, a 45 anni, regala spettacolo nella “Lega Ibiza Basketball”, una sorta di campionato delle isole Baleari, dove ha ormai residenza fissa. All’esordio con la maglia del Club Basket Trasmapi Formentera:  47 punti con 4 triple, più il canestro della vittoria. Inutile dire che l’Mvp l’ha preso lui.