Le voci riguardanti le origini del gioco del calcio in Italia sono molteplici. Per tanti nacque nel Mezzogiorno, a Napoli per la precisione, tutt’oggi la città calcisticamente più folcloristica della Penisola. Per altri quelle origini vanno ricondotte al calcio storico fiorentino. Per altri ancora fu introdotto dai mercanti inglesi, che trafficavano nel porto di Genova. Quello che sappiamo con certezza è che ebbe la sua massima espansione nel primo dopoguerra e che successivamente, grazie all’intervento del regime fascista, si affermò come primo sport nazionale (sebbene involontariamente). Come scrive Felice Fabrizio nel suo libro “Sport e Fascismo. La politica sportiva del regime 1924–1936″  l’Italia fu il primo Stato, assieme all’Unione Sovietica, ad organizzare una politica sportiva che portasse il Paese a diventare una Nazione sportiva. Sarebbe tuttavia sbagliato considerare il calcio come sport fascista per eccellenza, se non altro perché, semplicemente, non era stato il primo sport promosso dal regime. Inizialmente il governo mussoliniano cercò di esaltare altri tipi di discipline quali quelle motoristiche, la boxe, il rugby, la scherma o il tiro a segno, considerate “nobili”. Il requisito principale per lo sport nel regime riguardava infatti la rappresentazione identitaria che si offriva della Nazione. Secondo la dottrina fascista a quel tempo si imponeva d’urgenza la cosiddetta rivoluzione palingenetica, o anche rivoluzione antropologica: era necessario forgiare l’uomo nuovo, che sarebbe diventato anche uomo sportivo, sostituendosi al vecchio e stanco cittadino liberale, sportivamente apatico. Mussolini stesso doveva dare l’esempio, mostrandosi come primo sportivo d’Italia e praticando quasi tutte le discipline sopra elencate. Oltre a rappresentare un modello, voleva che soprattutto anche i suoi seguaci fossero d’esempio per l’intera popolazione.

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Mussolini che pratica la “nobile disciplina” della scherma. (Immagine tratta da “Il duce proibito”)

 
Gli sport “nobili” tuttavia, non riuscivano a conquistare gli animi del popolo e soprattutto ad unirlo, cosa che invece accadde con il calcio: vero e proprio sport delle masse, fu in grado di regalare al pubblico tensione e gioia allo stesso tempo. Se dunque Mussolini da un lato vedeva gli sport nobili come più adatti alla formazione della virilità tipica dell’uomo fascista, dall’altro riconosceva il calcio come grande elemento di propaganda ed unificazione popolare. La prima modifica che il regime fascista attuò nel gioco fu la cosiddetta Carta di Viareggio del 1926. Se fino ad allora il campionato di calcio italiano era suddiviso in due gironi, Nord e Sud, con la Carta di Viareggio scomparvero le suddivisioni e nacquero due gironi trasversali con squadre di tutta la penisola: nel regolamento si stabilì che le prime tre squadre classificate di ogni girone disputassero un torneo finale, con gare di andata e ritorno per stabilire il vincitore. Il passo successivo fu la creazione di nuove squadre in molte città italiane per consentire, da un lato, ad un numero sempre crescente di cittadini di appassionarsi a questo sport (e di sostenere la squadra della propria città), dall’altro per garantire un maggior numero di partecipanti al campionato italiano. Particolare attenzione merita in questo senso il caso de La Dominante, squadra genovese creata dall’unificazione dell’Andrea Doria con la Sampierdarenese nel gennaio del 1928. La Dominante giocava con una divisa completamente nera, colore gradito alle cariche fasciste per ritualità e rappresentazione mistica. Lo stemma era il classico grifone genovese accompagnato da un fascio littorio, altro simbolo della mistica fascista ripreso dall’antica Roma e che, nel ventennio, troveremo accompagnato a molte altre società calcistiche.

 

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Stemma societario e divisa di gioco de “La Dominante”

 

Se le squadre cittadine potevano creare tensioni e rivalità interne, il miglior mezzo sportivo di propaganda per l’unificazione popolare era senz’altro la Nazionale Italiana di calcio. «Abbiamo fatto l’Italia, ora si tratta di fare gli italiani» direbbe Massimo D’Azeglio in maglia azzurra. Ovviamente l’obiettivo primario era la vittoria, a qualsiasi livello e con qualsiasi mezzo. Se si considera ogni competizione come una guerra da dover vincere, ne consegue che con un trionfo in un torneo internazionale si lancia un messaggio sia interno che esterno, esaltando il carattere italiano e mostrando muscoli e successi. In prossimità dei Mondiali di calcio del 1930 fu inaugurata una campagna di radiodiffusione per permettere anche al pubblico che non sapeva leggere nè scrivere di poter seguire le sorti degli Azzurri. Inoltre fu permesso a calciatori sudamericani con origini italiane, i cosiddetti oriundi, di essere convocati per la Nazionale e dare così un contributo importante per le vittorie degli anni a venire. Differentemente da quanto accade oggi, non si trattava di rappresentare un Paese diverso dal proprio per pura comodità e raggiungimento dell’obiettivo sportivo – come molti calciatori contemporanei – ma al contrario di una rivendicazione delle proprie radici, in nome della difesa di uno Stato che si stava mettendo in mostra davanti agli occhi del mondo intero. Nel 1933 venne inaugurato lo Stadio Mussolini a Torino (diventato Stadio Comunale nel secondo dopoguerra, Stadio Olimpico a cavallo degli anni duemila fino ad assumere l’odierna denominazione di Stadio Grande Torino), costruito in centottanta giorni e pronto per essere uno degli otto stadi ospitanti il Mondiale di calcio del 1934. A quel Mondiale parteciparono sedici squadre: la formula prevedeva un torneo ad eliminazione diretta, partendo dagli ottavi di finale. Gli Azzurri, allenati da Vittorio Pozzo, affrontarono e sconfissero in ordine Stati Uniti, Spagna, Austria fino ad arrivare alla finale e alla vittoria per 2-1 in rimonta contro la Cecoslovacchia.

 

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Così scesero in campo Italia e Cecoslovacchia nella finale del ’34

 

L’Italia si schierava in campo col modulo 2-3-5, dividendo i giocatori in tre linee: la “prima linea” a partire dall’alto indicava i cinque attaccanti, la “linea mediana” i tre centrocampisti e la “terza linea” i due difensori (da qui il termine terzini). Tatticamente la formazione assumeva la forma di una piramide rovesciata, una sorta di antecedente della difesa a zona in un periodo in cui mancava il concetto di marcatura a uomo. Da questa formula di gioco nasceranno i due schemi più utilizzati e diffusi nella storia del calcio: il “metodo” ed il “sistema”. La vittoria finale diede gioco facile alla propaganda fascista: i media descrissero l’evento come una vera e propria conquista militare, che nell’immaginario comune doveva rappresentare la superiorità di un popolo che si affacciava prepotentemente sulla scena della storia. Si intendeva così dare la rappresentazione di un’Italia moderna e virile, finalmente ricostruita dalle sue macerie. Quattro anni più tardi l’impresa fu ripetuta nel Campionato mondiale di calcio in Francia. In questa occasione, tra l’altro, per la stampa francese la preoccupazione non era tanto la vittoria finale, quanto dimostrare al mondo intero di tenere il passo delle infrastrutture italiane: in un’epoca in cui l’immagine che si dava di sé all’estero era fondamentale anche per gli equilibri politici, c’era il rischio che gli stadi francesi fossero troppo piccoli e inadatti ad ospitare una competizione mondiale. Ad ogni modo, tornando a noi, il processo di sviluppo ed espansione del calcio era ormai inarrestabile, e cresceva di pari passo con l’aggressività fascista a livello internazionale.

 

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Mussolini in tribuna al Mondiale del 1930, nella partita contro l’Ungheria. (Immagine tratta da “il Duce proibito”)

 

A quasi un secolo di distanza, al di là delle rivendicazioni politiche di merito da una parte e della damnatio memoriae dall’altra (che francamente poco ci interessano), è innegabile lo stretto legame che è intercorso tra calcio e fascismo: pur non essendo nato infatti come sport tipicamente fascista, o voluto dal regime, la sua fortuna negli anni ha coinciso con lo stabilizzarsi del governo presieduto da Mussolini. Durante gli anni venti e trenta è stato un mezzo decisivo nella costruzione di un’identità nazionale, ma soprattutto da strumento politico ha modificato il suo volto, entrando nel cuore degli italiani e assumendo i contorni di un sentimento quasi religioso. In questo senso il calcio diventa un fattore sociale e comunitario, ed è in grado di raggiungere in pochi anni obiettivi che molti governi inseguono inutilmente per decenni. D’altronde Mussolini stesso affermava che «governare gli Italiani non è impossibile, è inutile»: per vent’anni il Duce ha provato a cambiare gli Italiani, e sicuramente li ha cambiati molto meno di quanto abbia fatto un pallone rotondo. La vulgata che dunque ancora oggi risuona ad ogni occasione – secondo cui il popolo sarebbe pronto a scendere in piazza per il calcio ma non per rivendicare i propri diritti – dimostra l’incapacità di comprendere un fenomeno che da instrumentum regni  è divenuto cosa a sé, separando le sue sorti da quelle dei governi e fungendo da pilastro per la costruzione di una più che sofferta identità nazionale. Con buona pace degli intellettuali – o presunti tali – il cui “pensiero gira a vuoto”, ogni popolo ha bisogno di riti e rappresentazioni simboliche comuni: che poi preferisca ritrovarsi in piazza davanti a un maxischermo piuttosto che prendere parte ad un’adunata oceanica a Piazza Venezia, chissà, magari è tutto di guadagnato.