Till Lindemann si presenta quasi sempre sul palco coi suoi inconfondibili abiti militareschi in pelle nera ed i capelli ricoperti di lacca, e non ha paura di apparire controverso agli occhi dell’opinione pubblica. Dalle accuse – mosse nei suoi confronti dai media statunitensi – di essere un simpatizzante del nazionalsocialismo si è sempre difeso; addirittura nella canzone Link 2-3-4 recita: “Vogliono che il mio cuore batta a destra, ma guardi sotto e batte a sinistra”.

 

Till Lindemann è il frontman della band industrial metal tedesca Rammstein, appartenente alla Neue Deutsche Härte, una corrente che comprende tutti i gruppi tedeschi che utilizzano la lingua madre nelle composizioni. Nel 2004 i Rammstein pubblicano il singolo Amerika contenuto nell’album Reise, Reise, e la canzone è un elogio sarcastico degli americani e del loro primato nel mondo. Lindermann però non poteva immaginare che il dominio nordamericano si volesse espandere come un virus anche nell’ambito sportivo, cercando di piegare alle proprie esigenze una cultura radicalmente estranea.

156124959

I Rammstein pronti a calciare un pallone verso l’America

Proprio nel 2004, contemporaneamente alla canzone Amerika, la lega calcistica statunitense iniziava una fase di espansione, aumentando il numero delle squadre partecipanti e costruendo stadi di proprietà dei club. Per cercare di capire meglio i progressi del movimento calcistico americano dobbiamo però fare un passo indietro verso le sue origini, circa venti anni prima. L’MLS (Major League Soccer), il campionato di calcio professionistico di Stati Uniti e Canada, fu fondato nel 1993, un anno prima del Mondiale di calcio organizzato appunto in Nord America (quello del rigore sbagliato da Roberto Baggio nella finale persa contro il Brasile, per intendersi); questa in effetti fu la condizione che la FIFA pose come imprescindibile per lo svolgimento del torneo, posto sotto il diretto controllo della USSF (United States Soccer Federation).

 

La prima stagione ufficiale venne poi inaugurata nel 1996, dopo aver stabilito il tetto massimo di spese che un club poteva sostenere per gli stipendi dei propri giocatori, detto salary cup, con l’obiettivo dichiarato di evitare un fallimento finanziario come accaduto alla vecchia NASL (North American Soccer League, fallita appunto nel 1984 e che ha visto calciatori del calibro di Best, Pelé, Cruijff e Beckembauer, ma anche i nostri Chinaglia e Bettega). Passato il breve entusiasmo iniziale, i dati di affluenza negli stadi e di audience televisivi si assestarono su livelli bassi. La lega pensò bene allora di “americanizzare” il gioco del calcio per attirare il grande pubblico, rendendolo però ridicolo oltre ogni limite: nelle partite si utilizzava ad esempio il tempo di gioco effettivo, fermando quindi il cronometro – che scorreva a ritroso, da 90 a 0 – durante ogni interruzione; inoltre vennero introdotti gli shootout in caso di parità, questo per evitare che i troppi 0-0 potessero annoiare gli spettatori abituati ai punteggi ben più elevati degli sport caratteristici negli USA. Il risultato fu quello di riuscire ad allontanare anche gli appassionati di calcio all’interno del paese e, per fortuna, queste innovazioni vennero abrogate nel 1999 al termine della stagione.

 

Gli shootout, una barbarie del calcio

.

Fu un palese tentativo di appropriazione indebita, quasi a voler intendere come gli Stati Uniti possano rendere qualsiasi prodotto migliore di quanto già non sia; ovviamente fallendo. Con l’avvento del nuovo millennio la lega americana cominciò ad investire con oculatezza su infrastrutture, settori giovanili e comunicazione, ponendo delle solide fondamenta che avrebbero garantito la costruzione di qualcosa di più importante. Il 2007 può essere considerato l’anno della svolta per la MLS grazie al Designated Player Rule, ovvero una deroga al salary cap che permise ad ogni club di garantire ad un solo giocatore (attualmente sono tre) uno stipendio oltre il limite consentito, e che consentì a un certo David Beckham di approdare ai Los Angeles Galaxy, comunque non senza l’aiuto del suo sponsor Adidas. La risposta del grande pubblico non si fece attendere, garantendo picchi sempre più elevati di audience televisivo e iniziando a riempire gli stadi del suolo americano. Anche perché a Beckham seguirono diversi campioni sul viale del tramonto, ma non ancora da rottamare.

 

Sempre più reti nazionali, inoltre, decisero di trasmettere le partite di calcio; ad oggi i diritti televisivi – cresciuti del 500% in dieci anni – vengono venduti a livello globale, attirando importanti investitori stranieri (è recente la notizia dell’accordo tra MLS ed Espn e Fox Sports a cifre quintuplicate, passati dai vecchi 18 milioni di dollari annui ai 90 milioni odierni). Se consideriamo invece la classifica dei campionati di calcio con l’affluenza media maggiore negli stadi, troviamo l’MLS al sesto posto, davanti alla Ligue 1 francese ed alla nostra Serie A ferma soltanto al settimo, ruotando entrambe attorno ai 21.000 spettatori di media a partita. Il calcio negli Stati Uniti ha ormai scavalcato l’hockey e si appresta ad imporsi anche sul baseball. Ciò accade soprattutto perché è il secondo sport – dietro al football americano, irraggiungibile – più popolare fra i ragazzi di età compresa tra i 12 ed i 24 anni, a differenza del baseball seguito da chi invece si porta sulle spalle qualche annetto in più. Sta avvenendo, in questo senso, un vero e proprio cambiamento generazionale.

16507517_10212533125588279_230687700_n

Campionati con maggiore affluenza agli stadi

 

Se però da un lato i numeri evidenziano come la crescita del movimento calcistico statunitense sia stata esponenziale, dall’altro vediamo come la cultura americana manchi totalmente dei fondamenti calcistici sia a livello culturale sia, di conseguenza, a livello pratico. Laurie Calloway, ex giocatore dei San José Earthquakes, vecchia squadra della NASL, racconta di come il pubblico statunitense, fin dai tempi della precedente lega, applaudisse chi guidava i cori e si alzasse in piedi ogni qualvolta un calciatore tirava il pallone sessanta metri in avanti. Bora Milutinovic, ex ct, tra le altre, della Nazionale statunitense, spiega come la differenza fra il tifo europeo e quello nordamericano sia abissale:

“Gli americani stanno col culo sulla sedia a mangiare hot-dog. […] In Europa i tifosi stanno in piedi tutto il tempo, e non gli importa, sventolano bandiere, urlano i cori e cantano. In Europa il tifo va molto più in profondità che in America”

Il direttore operativo dei Mondiali 1994, tale Scott Parks LeTellier, evidenzia invece un altro problema nella mentalità del pubblico statunitense, ovvero quello di abbandonare lo stadio molto prima del termine dell’evento sportivo. La gente se ne va dal Super Bowl a metà del terzo quarto, e succede anche alle partite di baseball. Un fatto quanto meno singolare se si considerano gli ultimi minuti di una partita di calcio, in cui la linea temporale si ferma e si può rimontare una finale di Champions League per 2-1, capovolgendo l’Eros e Thanatos nello stomaco dei tifosi delle due squadre (e non solo). Un modello che rischia di trasformare – se non l’ha già fatto – il calcio da sport prettamente identitario a sport borghese. Illuminante a tal proposito è la conclusione di Simon Kuper nel suo bellissimo libro Calcio e Potere: «Gli statunitensi non si sono mai accorti che il calcio è uno sport da uomini».

Canada, finale e premiazioni della Coppa del Mondo femminile FIFA 2015

Gli Usa detengono il primato nel “FIFA/Coca-Cola Women’s World Rankin”, la classifica mondiale della Fifa (e della Coca Cola, per non farci mancare nulla)

Nello sport gli Stati Uniti riassumono la loro visione del mondo: una tentazione sfrenata e irresistibile di imporre la propria “cultura” come se fosse l’unica (e come se avessero questo gran retroterra, da giustificare un simile imperialismo culturale). Dobbiamo essere chiari, per come intendiamo noi lo sport gli Stati Uniti non hanno una cultura sportiva. Non è diversa dalla nostra, semplicemente non ce l’hanno: hanno la cultura dell’evento sportivo come show, non dell’evento sportivo in quanto momento comunitario, in cui l’individuo dimentica l’Io ed è parte di un qualcosa di più grande. 

 

Potranno anche riempire gli stadi, offrire contratti faraonici alle nostre stelle (e adesso neanche più questo, osservando le mosse dei Cinesi e passando dalla padella alla brace), aumentare gli introiti ed esportare la loro lega su tutto il suolo terrestre, ma non basterà loro un secolo per riuscire a vivere il calcio come noi europei, o come i loro cugini sudamericani. Dovrebbero infatti iniziare con il rinnegare se stessi, abbandonando categorie – come lo show, il consumo e l’individualismo – che con lo sport non c’entrano niente. Mission impossible.